Vi racconto “lameraca”

Per lei, l’America era “lameraca”. Tutto attaccato e tutto minuscolo. È datata 1924 la prima lettera scritta da Rosa Cademartori, la ventenne (o poco più) che – dopo aver lasciato la sua Val Fontanabuona – ha attraversato l’Atlantico per andare a confezionare saponette in una fabbrica di New York. A parlarne, mercoledì 23 maggio, è stato Antonio Gibelli, docente di Storia contemporanea all’Università di Genova, nel terzo incontro della rassegna “Viaggiar per Storie”  (http://viaggiarperstorie.it/), organizzata dalla Fondazione Edoardo Garrone, in collaborazione con la Fondazione per la Cultura Genova Palazzo Ducale. «Rosa è uno straordinario esempio di donna viaggiatrice, dotata di una grande curiosità e vivacità intellettuale», spiega Gibelli. «Nonostante gli errori grammaticali, il suo sguardo comparativo le ha permesso di raccontare per iscritto la sua personale visione dell’America in quegli anni ruggenti: il lavoro, le funzioni religiose, i ritmi frenetici della vita in fabbrica e i rapporti umani che si stabilivano al suo interno».

AMERICA “VERA”
Nell’era che ha preceduto il telefono, l’unico modo per comunicare a distanza era la corrispondenza. I contadini semiletterati che affollavano le banchine dei porti per andare nelle Americhe tra Ottocento e Novecento hanno dovuto abituarsi a far uso della scrittura. «Le quattro lettere che oggi conserviamo di Rosa Cademartori fotografano un’America vera e vivace». In quegli anni, la Liguria guardava all’America soprattutto come a una risorsa relativamente a portata di mano. «Non veniva considerata una terra lontana da raggiungere per disperazione, ma piuttosto un luogo dove lavorare qualche anno per poi tornare e migliorare le proprie condizioni di vita». Basti pensare che, tra il 1860 e il 1940, sono stati circa 20 milioni gli italiani che hanno intrapreso le rotte dell’emigrazione, ma solamente 8 milioni si sono definitivamente stabiliti in altri Paesi. Nella maggior parte dei casi, si partiva per tornare. «Durante il soggiorno, anche chi non era molto preparato doveva prendere in mano la penna per non interrompere i rapporti con la famiglia rimasta a casa».

Il professor Antonio Gibelli, docente di Storia contemporanea all’Università di Genova

Negli scritti di Rosa Cademartori, le annotazioni più singolari sono quelle antropologiche. «In una lettera scritta alla zia in occasione della Domenica delle Palme, Rosa racconta la diversità dell’approccio alla religione: in America, il ramo di ulivo va comprato e bisogna pagare il parroco durante la benedizione delle case. Eppure, scrive la ragazza, i preti dicono che il Signore è lo stesso dappertutto», riferisce Gibelli. «Questa osservazione è molto acuta, perché Rosa dimostra di aver compreso la contraddizione che esiste tra l’unicità del Divino e la varietà dei suoi interpreti, ovvero le diverse religioni ma anche i modi di vivere la stessa fede». Nella comunità contadina, la religione rappresenta uno strumento di coesione gestito dalla Chiesa secondo regole molto antiche, mentre nella società mercantile dove tutto si muove e tutto è denaro anche il culto assume regole ed espressioni diverse.

L’APPROCCIO AL NUOVO
In un’altra lettera, Rosa descrive l’attività all’interno della fabbrica che, essendo monotona e ripetitiva, consente un dialogo con i compagni di lavoro. Un passo molto divertente dice: “Cara Zia, adesso voglio dirvene una da ridere ma che però è vera, al primo giorno che ho lavorato in questa fattoria mi anno messo a lavorare insieme a un polacco, era un bel giovanoto e mentre lavorava mi parlava ma io non lo capivo… Cara Zia, qui inameraca se ne trova di tutte le raze, ma non bisogna darci retta, adesso non ci lavoro più lavoro insieme a una ragazza piemontese”. L’episodio di questo compagno polacco, che la corteggia in una lingua sconosciuta, apre un magnifico squarcio sulla fabbrica multietnica di quegli anni in America, «dove l’automatismo del lavoro è compatibile con una certa liberazione dell’immaginazione e dei rapporti interpersonali».

Dal momento che l’emigrazione ha rappresentato un grande incentivo alla pratica della scrittura, possiamo affermare che la prima autobiografia italiana di massa sia proprio quella prodotta dai connazionali che hanno intrapreso le vie del mondo. «Questo viaggio dall’oralità alla scrittura si percepisce soprattutto nelle lettere, dove lo sforzo compiuto da persone scarsamente scolarizzate è molto simile a quello fatto agli albori della nostra lingua: nel linguaggio scritto bisogna imparare a separare le parole, a usare correttamente gli apostrofi, la punteggiatura, le doppie, le maiuscole». Ovviamente, più perdura il soggiorno all’estero, più all’interno delle lettere si infittiscono inglesismi o spagnolismi (a seconda del Paese). «Alla lunga, alcuni emigrati arrivano addirittura a modificare i propri nomi di battesimo e, in un certo senso, la corrispondenza domestica argina la perdita della lingua di origine a favore di quella della terra di accoglienza».

Le lettere di Rosa, insieme a quelle di tanti emigrati italiani, sono raccolte e catalogate da diverse istituzioni a fini di studio e recupero della memoria. Tra le più importanti c’è l’Archivio Ligure della Scrittura Popolare di Genova (http://www.dismec.unige.it/?section=40), che classifica, studia e conserva questa produzione epistolare e privata di gente comune. «Non solo le lettere dei migranti, ma anche quaderni scolastici, epistolari, diari e memorie di soldati e prigionieri, che costituiscono una fonte scoperta solo negli ultimi anni dagli storici, intenti a rileggere il passato anche in chiave culturale».

Paola Rinaldi 

Clicca qui per leggere altri articoli della sezione Donne con la bussola