La gazzella di Thomson

Gazzelle di Thomson nel Masai Mara, Kenya - foto Paul Mannix/WikiMedia

Tempo fa ho chiesto a un’amica naturalista il termine tecnico per indicare il figlio di una gazzella. «Bambi!», mi ha risposto. A parte l’ironia e l’errore (Bambi era un daino), è ovvio che la sindrome da “umido occhio da gazzella” intenerisce ancora i cuori. Forse è frutto del nostro ancestrale passato di primati, in cui condividevamo la savana con gli ungulati.

Kemieth Patchen, poeta americano degli Anni ’60, cantava: «Nella morte non vi sono proporzioni». Ma nella savana africana la morte delle gazzelle è legata ai grandi numeri. Nella famosa unità ecologica del Serengeti, in Tanzania (ne parliamo sempre perché è probabilmente la fetta di savana meglio studiata al mondo), vivono circa duecentomila gazzelle di Thomson. Un autore afferma che sono quasi un milione, ma la ritengo una stima esagerata. La tommy, come viene familiarmente chiamata da chi vive in savana, non è la più elegante o imponente tra le gazzelle. È piccolina, un po’ tozza, di color bruno chiaro, con ampie zone bianche sul ventre e sul sedere. Caratteristica è la spessa banda nera sui fianchi. Una gazzella di Thomson arriva a pesare 20-30 kg, con una media di 12, il che fa quasi 2500 tonnellate di carne sparse su un’area di 25.000 km quadri, con una densità di poco meno di dieci gazzelle per km quadro. Questa gazzella non è né troppo grande né troppo piccola. È il boccone favorito di ogni sorta di predatore, soprattutto di quelli piccoli, deboli o pigri.

La gazzella di Thomson costituisce solo il 2,5% della totalità di carne (meglio, biomassa) uccisa dal leone. Eppure il re della foresta si accanisce sulle tommies. Ci prova in tutte le maniere: con l’agguato solitario (successo nel 17% dei casi); in corsa da solo (meno ancora, 6%); con agguato e rincorsa di più leoni (32% di successi); così, all’improvviso (58%); nascosto tra i cespugli (27%) e in due o tre altre maniere meno significative.
A conti fatti il leone riesce a catturare una gazzella adulta nel 26% dei casi; un ghepardo ce la fa nel 70%, una iena nel 33%, un licaone nel 57%. Non stiamo nemmeno a contare il numero di vitelli (a proposito, è il termine che cercavo: le gazzelle sono dei bovidi) che vengono uccisi. Il ghepardo, poi, è un vero specialista nel ramo: i vitelli uccisi sono il triplo del numero di adulti, mentre per tutti gli altri predatori avviene il contrario. Bisogna però dire che, se un leone mangia una tommy, non restano molte tracce che servano a preparare stime del genere. Questa strage chiarisce perché le gazzelle di Thomson abbiano il più alto potenziale riproduttivo di tutte le altre prede.

La strategia riproduttiva del maschio della gazzella di Thomson è basata sul territorio.
I maschi sono distinguibili dalle femmine per via delle ampie corna. Le femmine le hanno piccole e spesso malformate, come se fosse in atto un’evoluzione verso la definitiva perdita, come è successo, per esempio, all’antilope impala. Le tommies eseguono un ciclo di migrazione interna nell’ecosistema in cui vivono, in funzione delle piogge e del foraggio. Il territorio dei maschi riproduttivi viene quindi stabilito di volta in volta durante gli spostamenti e la stagione dell’accoppiamento. Il territorio viene marcato con urina, feci e le secrezioni di una ghiandola sub-orbitaria. Ha un diametro di circa 200 m; la distanza tra due territori si aggira sui 100 m. Piccoli branchi di maschi solitari si aggirano tra i territori, ma non possono penetrarvi. Il residente ha a disposizione tutto un repertorio di posizioni di corna e corpo per cacciare l’intruso. Nel caso, si può arrivare a una lotta a cornate e testate. Le femmine, ovviamente, vanno e vengono attraverso i territori maschili come vogliono e, anzi, i maschi devono fare di tutto per trattenerle.

 La forte territorialità rende i maschi molto più soggetti al rischio di uccisioni da parte dei predatori perché distratti dal corteggiamento e dalle liti con i rivali.  (© A. Salza)
La forte territorialità rende i maschi molto più soggetti al rischio di uccisioni da parte dei predatori perché distratti dal corteggiamento e dalle liti con i rivali. (© A. Salza)

In zone di forte presenza di predatori, la territorialità è spesso suicida. In effetti i maschi, troppo impegnati a farsi belli e a litigare coi rivali, sono spesso così distratti da costituire, in zone specifiche, la quasi totalità delle gazzelle predate dal licaone, il formidabile cane selvatico africano. I maschi adulti si ammalano anche di più: abbiamo riscontrato sul campo un numero quasi triplo di maschi morti o morenti per malattia. Evolutivamente questo è un modo di ridistribuire il patrimonio genetico e di dare anche una possibilità ai maschi esclusi dalla riproduzione.

La gazzella non ha armi per difendersi: deve giocare tutto sulla velocità. La distanza di fuga della tommy è funzione dell’importanza del predatore nella sua vita e dalla potenza del predatore stesso. Per un semplice sciacallo è anche meno di 50 m; per una iena siamo tra i 50 e i 100 m. A 200-300 m si fugge dal leone; tra i 100 e i 500 m dal ghepardo. Dal licaone la tommy fugge anche quando è più lontano di 500 m. Se però i predatori non sono impegnati a cacciare, le gazzelle di Thomson mostrano uno stranissimo comportamento rovesciato: invece di scappare, vengono attratte verso il predatore, specialmente nel caso di leopardi o ghepardi. Ho visto un gruppo di gazzelle in quello che si chiama “comportamento di affascinazione”. Seguivano un leone, evidentemente non affamato, che se ne andava per i fatti suoi. Lo guardavano fisso, con curiosità, quasi teneramente.
Le gazzelle mantenevano comunque un’area vuota tra sé e il predatore.

Una gazzella di Thomson durante lo 'stotting', il salto verticale che precede la fuga. Si tratta in realtà di un segnale di pericolo per il branco, ben visibile sopra l'erba, e accentuato dal movimento della coda e della strisce sui fianchi, entrambe nere. (© A. Salza)
Una gazzella di Thomson durante lo ‘stotting’, il salto verticale che precede la fuga. Si tratta in realtà di un segnale di pericolo per il branco, ben visibile sopra l’erba, e accentuato dal movimento della coda e della strisce sui fianchi, entrambe nere. (© A. Salza)

In caso di pericolo, il branco di gazzelle (può anche contare alcune centinaia di individui) esplode in ogni direzione. Le bande nere che sono sui fianchi fremono in continuazione: è probabile che siano un segnale di allarme e di informazioni al gruppo. Una gazzella in fuga si esibisce in una serie di balzi che gli inglesi chiamano stotting e i sudafricani spronking (sembra un suono dei fumetti, ma rende bene l’idea della molla). I salti sono eseguiti a zampe rigide, con una fase a massima altezza di “voga” (come nel salto in lungo) e un atterraggio quasi verticale. Alla vista di uno stotting, tutte le gazzelle si danno alla fuga, alcune a balzi, altre no. L’esibizione ha i suoi inconvenienti, pur sembrando adatta come segnale tra le erbe alte. Moltissima energia viene dispersa nel salto verticale e in effetti la gazzella (molto più veloce di quasi tutti i predatori) in questa fase perde terreno. Cessato lo stotting e ripreso il galoppo, una gazzella è in grado di distanziare, almeno nel primo chilometro, anche i licaoni. Poi le scoppia il cuore. Coi Boscimani del Kalahari siamo riusciti a catturare alcune gazzelle semplicemente continuando a rincorrerle.

Se proprio volete catturare una gazzella a mani nude, ho sperimentato il metodo “del portiere”. Avvicinatevi il più possibile alla gazzella (ricordatevi che non ha la vista stereoscopica); poi partite di corsa all’inseguimento. Se muove la coda in senso rotatorio, invece di tenerla alta, vuol dire che sta per fare un balzo a destra o a sinistra.
Voi fate, appunto, come il portiere di calcio durante il rigore: scegliete prima dove buttarvi e, poi, un bel tuffo. Avete il 50% di probabilità di afferrare la gazzella. Meglio di un leone.
Un consiglio, anzi due: scegliete animali vecchi, stanchi e malati. E (sia che sbagliate, sia che facciate centro) ricordatevi di togliervi le spine da tutto il corpo. Nella savana, come sempre, sono infette. E il rischio di non riuscire a invecchiare nel proprio letto, come nei romanzi d’avventura, è più che reale.

Alberto Salza

Gazzella di Thomson (maschio). Cratere del Ngorongoro, Tanzania - foto Berger/WikiMedia
Gazzella di Thomson (maschio). Cratere del Ngorongoro, Tanzania – foto Berger/WikiMedia