Il ghepardo

«Non c’è felino che non dica: io sono bello». È uno dei proverbi dei pastori nilotici con cui i miei collaboratori africani insistono ad avvelenarmi le giornate tra il caldo e le spine della savana. Come abbiamo già notato, i felini sono in grado dì affascinare la loro preda: basta osservare come le gazzelle seguano guardando teneramente (sia pure a distanza) i loro assassini. E noi, appartenenti all’ordine dei primati (l’etimologia significa «i primi»), subiamo lo stesso incanto, tra il piacere e l’orrore, mentre guardiamo questi grossi gatti muoversi tra l’erba gialla e rinsecchita.

Ma quando un ghepardo vi salta sul cofano della macchina, dopo averla marcata con uno spruzzo di orina (è successo a un mio amico naturalista), vi volta le terga dopo uno sprezzante sguardo all’interno della cabina, e vi usa come osservatorio per trovare la preda, allora il piacere si muta in indignazione. Sia ben chiaro: il ghepardo ha ragione. Da come vi guarda, si capisce che vi considera non solo inutili in questo ambiente, ma addirittura ridondanti. Ma un punto sopraelevato, quello sì che è qualcosa che serve. Nella savana le prospettive sono limitate dall’erba e dalla piattezza del paesaggio; da un metro più in alto la visione si amplia smisuratamente e il predatore maculato, che ha occhi eccellenti, riesce a individuare le sue prede con ben maggiore facilità.

Un ghepardo cerca di avvicinarsi a una femmina di gerenuk, una specie di gazzella dal collo lungo che si nutre di foglie di acacia spinose. Per il ghepardo, che caccia quasi sempre da solo, l'avvicinamento è la fase cruciale da cui dipende la riuscita della cattura. Nonostante la sua velocità e accelerazione (raggiunge i 70 km l'ora in due secondi e può correre a 100 km l'ora), il ghepardo ha infatti poca resistenza e non sopporta gli inseguimenti sulle lunghe distanze. (© A. Salza)
Un ghepardo cerca di avvicinarsi a una femmina di gerenuk, una specie di gazzella dal collo lungo che si nutre di foglie di acacia spinose. Per il ghepardo, che caccia quasi sempre da solo, l’avvicinamento è la fase cruciale da cui dipende la riuscita della cattura. Nonostante la sua velocità e accelerazione (raggiunge i 70 km l’ora in due secondi e può correre a 100 km l’ora), il ghepardo ha infatti poca resistenza e non sopporta gli inseguimenti sulle lunghe distanze. (© A. Salza)

Il ghepardo è il più bello dei felini. È un’affermazione che si sente spesso e con la quale non sono d’accordo. La sua è la bellezza un po’ pragmatica e tecnologica di una macchina da corsa: il suo design è bizzarro e sproporzionato, con la testa piccola, le zampe troppo lunghe e lo scheletro assurdamente snodabile. Ma, quanto a correre, il ghepardo corre. Può superare i 100 km l’ora, con un’accelerazione impressionante che lo porta, da fermo, ai 70 km l’ora in poco più di due secondi. È uno scattista, il più veloce quadrupede della Terra, ma in quanto tale non ha alcuna resistenza. Le sue corse per catturare la preda variano dai 30 ai 400 metri, più o meno: dopo si deve fermare e gli ci vuole quasi mezz’ora per recuperare una respirazione normale.

Ovviamente la metodologia di caccia del ghepardo si basa sulla velocità e non sulla potenza. La preda è avvicinata senza troppi accorgimenti (direzione del vento, ripari, ecc.), ma con molta prudenza per non spaventarla. Bisogna arrivare il più vicino possibile per ridurre il tempo di inseguimento. Appena la preda si avvede del pericolo, inizia la fuga. Il ghepardo parte velocissimo, rallenta quando è vicino alla vittima, che scarta in continuazione, e la colpisce con una zampata laterale ai quarti posteriori, facendola cadere. Poi la afferra alla gola e la soffoca. L’inseguimento dura pochi secondi, ma lo strangolamento richiede alcuni minuti, da 2 a 11, in quanto il ghepardo non ha la potenza necessaria per dare una morte veloce.

Il ghepardo non è neppure in grado di consumare subito il suo pasto: deve riposare almeno un quarto d’ora, ansando forte per riprendere fiato e raffreddare la temperatura corporea. Alla fine della caccia, il ghepardo ha la febbre: quasi 44°. Uno sforzo supplementare gli danneggerebbe il cervello: dopo 400 m di corsa il ghepardo rinuncia alla preda. Le gazzelle non hanno questo problema di surriscaldamento, grazie a una speciale rete di vasi sanguigni alla base del cervello. Sangue che è stato raffreddato nelle vie aeree del naso fluisce accanto a quello del cervello, fungendo da radiatore e raffreddandolo. Una gazzella adulta è in grado di sfuggire al ghepardo se ha almeno 50 metri di vantaggio.

Il ghepardo è però molto efficiente: almeno il 50% dei suoi tentativi sono coronati da successo (con le gazzelle di Thomson arriva al 70%), una proporzione molto più elevata di quella dei leoni, considerando anche il fatto che, nella maggior parte dei casi, il ghepardo è un predatore solitario. Si può dire però che, forse, il ghepardo è meno ottimista, e non solo più efficiente. Spreca così tanta energia nella rincorsa che deve essere più sicuro del successo rispetto a leoni o leopardi che arrivano «pigramente» alla cattura.

L'estrema flessibilità dello scheletro del ghepardo (sopra) consente la straordinaria lunghezza del suo passo: tra le due posizioni della corsa possono intercorrere 7 metri. Nel disegno sotto, un ghepardo abbandona la preda all'arrivo di una leonessa, che non ha nemmeno bisogno di attaccarlo per sottrargli il pasto: il ghepardo, infatti, è un felino molto timido e nervoso e perde in tal modo il 12% delle sue prede. (© A. Salza)
L’estrema flessibilità dello scheletro del ghepardo (sopra) consente la straordinaria lunghezza del suo passo: tra le due posizioni della corsa possono intercorrere 7 metri. Nel disegno sotto, un ghepardo abbandona la preda all’arrivo di una leonessa, che non ha nemmeno bisogno di attaccarlo per sottrargli il pasto: il ghepardo, infatti, è un felino molto timido e nervoso e perde in tal modo il 12% delle sue prede. (© A. Salza)

Non potendo permettersi di commettere errori, il ghepardo è estremamente accurato nella scelta della vittima. Ovviamente la massa corporea è un primo criterio. Nel Serengeti il 90% delle prede sono gazzelle di Thomson, perché sono numerosissime, ma anche perché il loro peso è mediamente inferiore alla metà di quello del ghepardo, che arriva a un massimo di 60 kg, con poca differenza tra maschi e femmine. Per evitare sprechi energetici, inoltre, un ghepardo deve selezionare quegli animali che, secondo la sua esperienza, sono più facilmente avvicinabili: quelli con la visibilità ridotta da cespugli, o perché stanno brucando; quelli più facili da catturare (i piccoli o i malati); e così via, con particolare riguardo all’isolamento dal branco. È una gran massa di dati, dunque, che devono essere elaborati in breve tempo dal cervello.

Un ghepardo in gamba uccide l’equivalente di 10 kg di carne il giorno, ma di questa quantità solo la metà viene mangiata: il resto viene abbandonato agli «spazzini» (avvoltoi, sciacalli) o viene rubato da iene e leoni, che approfittano della timidezza del ghepardo per mangiare a sbafo. Un ghepardo in libertà si procura comunque più del doppio della carne che serve a mantenere in buona salute un ghepardo in cattività. È ovvio che il consumo energetico è in proporzione. Per paura di essere disturbato, il ghepardo si ingozza col cibo, anche se ha dovuto aspettare per riprendere fiato: spesso non ha nemmeno la forza di portare al sicuro la carcassa. Mangia subito le cosce, ricche di proteine, trascurando gli intestini, meno nutrienti. Ma non mangia molto e non conserva nulla per il giorno dopo: consuma esclusivamente carne fresca.

Se vi riposate all’ombra (si fa per dire) di un’acacia della savana e sentite uno strano cinguettio, non cominciate a sognare idilliaci ritorni alla natura incontaminata: alle vostre spalle c’è un ghepardo. Il cinguettio (in inglese si dice meglio con l’onomatopeico chirp) ricorda un richiamo di uccello o il lontano guaito di un cagnolino e viene ripetuto con intensità variabile. Consiste di una sola nota modulata con una frequenza tra i 1000 e i 3000 hertz e dura circa 0,2 secondi. Il suono è udibile a parecchie centinaia di metri, nonostante sia flebile. Le femmine «chirpano» (orribile neologismo) se separate dai piccoli dopo una caccia, e i cuccioli quando cercano la madre. I ghepardi cinguettano anche quando sono eccitati: durante l’incontro di due adulti, l’accoppiamento e il pasto dei cuccioli. Allo spettrografo il suono appare simile a quello del miagolio di un cucciolo di leone, ma all’orecchio c’è differenza.

I ghepardi non saranno dei fringuelli, ma neppure delle cicale: eppure friniscono (chirr). È un suono staccato, emesso parecchie volte in successione; allo spettrografo ricorda il brontolio del leone e può durare tra gli 0,3 e un secondo, alla frequenza di 4000 hertz. Ho sentito una femmina chiamare i piccoli con questa sinfonia: 5 chirp, 1 chirr, 2 chirp, 1 chirr, 18 chirp, l chirr. La funzione dei due richiami appare essere identica e indica: «Sono qui». I ghepardi hanno anche un vocabolario un po’ più gattesco, fatto di ringhi e soffi, ma lo usano poco. Per minacciare emettono un uuuuu lamentoso, poco convincente, ma molto malinconico.

Spesso si è scritto che il ghepardo sembra un levriero, che è a mezza via tra i gatti e i cani (a proposito, non è vero che le unghie non sono retrattili: i muscoli e i ricettacoli preposti ad accogliere gli artigli si atrofizzano con l’età); è vero che ha le pupille tonde e non a fessura, tipiche dei gatti: è un predatore diurno. Molti dei pregiudizi sul ghepardo derivano dal fatto che è stato addomesticato per millenni, per puro scopo sportivo. Akbar il Grande, imperatore Mogol dell’India nel sedicesimo secolo, teneva mille ghepardi per la caccia alla gazzella. La felinità la attribuiamo alle belve feroci: il ghepardo, in fondo, è stato un nostro schiavo. Eppure, salvo rarissimi casi, si rifiuta di partorire in cattività. L’ultima sfida del gatto selvatico all’uomo.

 

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Sequenza della caccia di un ghepardo alla gazzella di Thomson. L’avvicinamento avviene a zampe rigide, poi il ghepardo scatta accorciando le distanze mentre la gazzella fugge scartando di direzione. La preda è colpita ai quarti posteriori con un movimento laterale della zampa, poi il ghepardo la stringe alla gola. (© A. Salza)

 

Alberto Salza

 

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