Lo Gnu

In Africa, lo gnu viene definito «il pagliaccio della savana». Bisogna dire che quest’antilope ha un’anatomia e un comportamento tali da sembrare messi insieme coi resti di un laboratorio evolutivo.
La testa è pesante e tozza, col muso curvo e un’ispida barba; le corna nodose e ritorte gli conferiscono un aspetto petulante.
La criniera (non a caso appartiene alla sottofamiglia degli ippotragini, le antilopi cavallo) è nera e rada, disposta sul collo in ciuffi ispidi; per aumentarne l’effetto, la parte anteriore del corpo ha strisce verticali di pelame più scuro.
E così lo gnu sembra un calvo che, oltre ai pochi capelli impomatati, si sia dipinto sulla pelata un supplemento di riccioli.
La schiena è gobba, mentre i quarti posteriori sono smilzi e sfuggenti. Per finire, anche il suo verso è sgradevole: sembra il gracidio delle rane.

Per lo gnu l’estetica conta poco. Tra leone e gnu è la lotta della qualità contro la quantità.
Nell’area ecologica del Serengeti (più di 15.000 kmq) ci sono almeno centomila tonnellate di carne di gnu in continua migrazione.
Se pensate che uno gnu per campare ha bisogno di mangiare l’equivalente di più di una tonnellata e mezza di fieno (materia secca) all’anno, avrete un’idea di quanta vita possa esprimere la savana, l’arido regno delle erbe.

L’apparente, almeno per noi, comicità delle forme dello gnu è il risultato quasi perfetto di un’evoluzione iniziata in Africa venti milioni di anni fa.
Quando i bovidi cominciarono a evolversi, nel Miocene, si trovarono in un continente sottoposto a grandi trasformazioni climatico-ambientali.
Per di più gli ecostress legati a cibo, acqua, clima, malattie erano rinforzati dalla presenza dei predatori che avevano avuto il cattivo gusto di evolversi pochi milioni di anni prima, all’inizio dell’Oligocene.
Iene e leoni, già perfettamente attrezzati, si fecero così delle scorpacciate a spese degli antenati degli gnu e continuano ancora coi discendenti.
Ma l’evoluzione ha trasformato lo gnu in un animale ben più efficiente.

Gnu e zebre in migrazione nel Serengeti - Alberto Salza
Gnu e zebre in marcia durante una migrazione nel Serengeti.
Più di un milione di gnu si mette in moto lungo un percorso rotatorio stagionale al quale si uniscono spesso le zebre. I due branchi uniti offrono migliore difesa contro i predatori. (© A. Salza)

In un ambiente che ha piogge scarse ed erratiche, che produce erbe ad alto contenuto di fibra cruda (poco nutrienti) e che, per di più, pullula di predatori, lo gnu si trova oggi dotato di un rumine in cui una flora batterica simbionte trasforma la cellulosa in proteine e carboidrati; in aggiunta riesce a sintetizzare le vitamine B e a riciclare l’urea attraverso il sangue e la saliva, senza spreco inutile di acqua.
La forma quadrata della bocca è perfetta per tagliare rapidamente l’erba, secondo la tecnica del «mangia e scappa», utile per non esporsi ai predatori.
Anche l’orribile nasone ricurvo serve a far circolare l’aria (con una respirazione accelerata attraverso speciali canali) in modo da favorire lo scambio di calore con l’esterno, dato che lo gnu tollera male le temperature superiori ai 28°.

Le ridicole zampe, troppo sottili per la mole corporea, permettono allo gnu uno scatto e un’agilità che fa sì che solo il 30% dei tentativi di caccia del leone vada a segno.
Le corna curve e pesanti aumentano equilibrio e robustezza. L’alta statura permette lunghe migrazioni.
Per quanto ci possa sembrare strano, il mangiare erba, l’avere uno stomaco specializzato, una mandibola particolare e tutte le altre atrocità anatomiche dello gnu hanno qualcosa a che fare con lo sviluppo della neocorteccia del cervello che si lega all’organizzazione sociale. Lo gnu non fa ridere: è un animale straordinario.

Con gli gnu ci vuole pazienza. Nel delta dell’Okavango ci misi più di tre ore per avvicinarmi a pochi metri da un grosso maschio.
Se ne stava al centro di una radura, mentre il resto del branco pascolava poco lontano. Anche se non mi perdeva d’occhio, non pareva gli dessi fastidio.
Così, usando tutti i trucchi insegnatimi dai Boscimani (e male appresi), gli arrivai davanti al naso.
A quel punto esplose in un prodigioso salto in alto, poi si inginocchiò e fece due piroette su se stesso. Il resto me lo sono perso: 150 chili di muscoli in rapido movimento in un’area ristretta della savana provocano in me un fulmineo comportamento di fuga e un turbamento intestinale.
Da duecento metri di distanza ripresi l’osservazione: il maschio era ancora al suo posto, ma il branco sembrava impazzito.
Il comportamento mio e dello gnu avevano messo in moto una reazione a catena di frenetica attività: avevo violato una rete territoriale.

Tra gli gnu, «femmina è bello». Queste antilopi sono animali gregari la cui organizzazione è (capita spesso) basata sul comportamento dei maschi.
Forse non sarà vero che il sesso è la molla della società, ma per lo gnu maschio lo scopo della vita è quello di accoppiarsi col numero maggiore di femmine possibile, in modo da mettere al mondo una caterva di vitellini, allo scopo apparente di fornire carne fresca a iene, leoni, sciacalli, leopardi, ghepardi e tutta la pletora dei predatori intermedi.
Per accoppiarsi lo gnu maschio si costruisce un territorio. Come per molti altri ungulati, saranno le femmine che, «così per caso», passeranno per il territorio esclusivo del nostro campione, il quale cercherà di trattenere le signore il più possibile. Una vita d’inferno.

La carcassa di gnu - Alberto Salza
La sorte di una carcassa di gnu nel ciclo della catena di predatori della savana.
In alto a sinistra: leoni, ghepardi e leopardi abbattono la preda, ma consumano spesso solo 4-5 kg di carne (il massimo per un leone è 15 kg) su un totale di 100-150 kg, il peso di uno gnu adulto, commestibile al 70% (in nero nel disegno). Sotto, l’intervento di iene, licaoni e sciacalli (che a volte praticano anche la caccia diretta) è quello che sfrutta le migliori risorse nutritive della carcassa: gli avvoltoi infatti (in alto a destra) sono sempre costretti ad attendere che i predatori terrestri si allontanino, pur essendo spesso i primi ad avvistare la carogna. Dopo il loro pasto, comunque, resta ben poco di utilizzabile: l’ultimo anello della catena sono le mosche e le larve di altri insetti che completano il ciclo alimentare della savana, senza risparmiare le ossa e le corna dello gnu. (© A. Salza)

Il rituale di sfida marca il dominio del territorio. Dato che gli gnu sono in maggioranza animali migratori, è ovvio che il territorio dei maschi adulti deve essere temporaneo e di dimensioni variabili.
Nell’Africa dell’Est, alla fine della stagione delle piogge, più dell’ 80% delle femmine va in calore in mezzo a grandi concentrazioni di gnu che si preparano alla migrazione stagionale. I territori dei maschi, indaffaratissimi, sono solo a 20-30 m di distanza l’uno dall’altro.
Nei momenti di relax, quando i branchi sono meno addensati, si arriva ad aree distanti un chilometro.
La forma del territorio è irregolare e ha confini invisibili. A parte la presenza del proprietario, l’unico segno della proprietà è un luogo brullo ricoperto di sterco delle dimensioni di un grosso tavolo: la cosiddetta area di scalpitio.
Qui lo gnu ne fa di tutti i colori, dallo strisciare il muso per terra marcando il terreno con le secrezioni di particolari ghiandole sottorbitali, al rotolarsi sulle proprie feci per far coincidere gli odori di territorio e individuo, dal saggiare le urine delle femmine per vedere se sono in estro, al prepararsi al rituale di sfida che, giorno dopo giorno, deve compiere con i maschi rivali.

Ogni maschio fa il giro di tutti i suoi vicini, eseguendo la cerimonia con ciascuno a turno, per un tempo medio di sette minuti.
Impiega quasi un’ora e l’attività ha lo scopo di rinforzare il proprio dominio e di riconoscere quello degli altri.
Il maschio territoriale sembra conoscere personalmente i vicini. Il rituale può avere circa trenta moduli distinti, usati in tutte le varianti possibili.
Si piroetta; si scalpita e si urina; si ara la terra con le corna, che vengono anche intrecciate come in un vero combattimento (cui si arriva molto raramente e solo con estranei).
Quando la tensione è troppo elevata uno o entrambi i contendenti fanno finta di aver visto un predatore, fissando attentissimi l’ orizzonte (in due direzioni diverse, non ci cascherebbe nessuno), per poi lasciarsi, contenti di essere scampati al pericolo.

Non tutti i maschi diventano territoriali, molti non sono forti abbastanza. Se ne vanno a formare dei branchi di scapoli che si aggirano in periferia, nell’attesa che si creino dei posti vacanti. Questo succede abbastanza spesso.
Ai maschi territoriali tocca tutta una serie di attività protettive che portano a un grande dispendio energetico (accoppiamento a parte): trattenere le femmine, scacciare gli intrusi, difendere femmine e vitelli dai predatori.
Quando questi arrivano, i maschi sono spesso isolati e intenti a saltellare durante le loro esibizioni. Infatti costituiscono il 60% dei predati.

Le femmine se la cavano meglio: il loro scopo è quello di partorire.
Le nascite avvengono per il 90% quasi contemporaneamente, nell’ arco di pochi giorni (tra febbraio e marzo), al termine di una gestazione di 250 giorni.
Nasce un solo vitello (al massimo, ma molto raramente, due) e per lui i problemi sono immediati. Ma lo gnu, ancora una volta, è ben attrezzato per la sopravvivenza.
Lo sviluppo postembrionico è rapidissimo: il vitello muove le zampe posteriori un minuto e mezzo dopo la nascita; dopo una decina cerca già di stare in piedi; ci riesce perfettamente dopo poco più di mezz’ora; cammina al trentaquattresimo minuto; prova a succhiare il latte al trentaduesimo, ci riesce bene dopo il quarantaduesimo; segue la madre dopo tre quarti d’ora, camminando, ma si produce già in una specie di trotto ai 48 minuti e mezzo di vita. Se non fosse così precoce, nonostante la protezione di migliaia di adulti nel branco, il vitello sarebbe spacciato.
Si possono vedere le iene, nel periodo delle nascite, che fanno praticamente da levatrici con le femmine troppo esauste dal parto per reagire.
D’altra parte la contemporaneità delle nascite sacrifica pochi per la sopravvivenza di molti.
Non ci si può aspettare granché dalla vita se si vive, come fa lo gnu, nelle praterie, in un ambiente dominato dalla gramigna.

Alberto Salza

.

Gnu - Alberto Salza

Uno gnu assalito da una iena. I maschi costituiscono il 60% dei predati, perché spesso vengono sorpresi soli e distratti dai rituali di corteggiamento o di sfida per marcare il proprio dominio. I territori dei maschi, quando il branco è meno addensato, sono distanti un chilometro l’uno dall’altro. (© A. Salza)