Il Grand Tour

    di Adele Costanzo
    ChiPiùNeArt
    pp. 483
    € 17

    Il Grand Tour di Adele Costanzo

    Ingredienti: l’Italia del primo Settecento, un falso precettore con molti scheletri nell’armadio e un giovane piuttosto dissoluto.
    Risultato: un divertente romanzo d’avventure, godibilissimo per la trama, ben congegnata e mai noiosa, con tanti elementi narrativi e letterari che ne accrescono il valore.

    Adele Costanzo tratteggia l’atmosfera di un’Italia che non esiste più, guardata dai protagonisti attraverso una cartina dai confini appena aggiornati, dopo le paci di Utrecht e di Radstadt.
    Lungo le sue terre, si muovono Henri Trespetit, interessato più alla ragazze che alla riscoperta delle vestigia degli antichi, e il suo precettore Bachume, impegnati in una moda diffusa tra la gente ricca del nord: il Grand Tour.

    Dopo aver disceso la Francia senza fatica, come se viaggiassero su un piano inclinato, Henri e Bachume approdano in Italia, accolti da un ufficiale che chiede loro “Nomi e cognomi e motivo del viaggio”, prima di avvertirli: “Da questo punto in poi siete soggetti alle leggi di Sua Maestà Vittorio Amedeo II re di Sicilia”.
    A partire da quel momento, inizia un viaggio faticoso, che costringe spesso i due coraggiosi a rallentare per bere dalla borraccia, per riempirla nel ruscello o per sciacquarsi il viso con l’acqua “che punge come fosse fatta di aghi di neve”.

    Il racconto scivola come il loro percorso attraverso sentieri che si attorcigliano intorno alle montagne o si perdono nel folto di macchie verde scuro, sottraendosi alla vista e poi tornando a mostrarsi all’improvviso.
    Ma quel lungo cammino permette all’autrice di trattare temi diversificati: la miseria delle classi popolari, il brigantaggio nello Stato pontificio, la mancanza di libertà delle donne e così via.

    Per di più, l’analisi psicologica dei personaggi riesce a mettere a nudo la loro anima, i loro sentimenti più profondi, attraverso un fraseggio sicuro ed elegante, oltre a un lessico ampio, preciso e calzante.
    Nel frattempo, a rendere più complicato il viaggio in Italia, parte al loro inseguimento – armato fino ai denti – il capitano Florentin, un pertinace poliziotto ben determinato a catturare e magari a uccidere Bachume, il precettore, che si scopre avere gravi pendenze giudiziarie sino alla condanna a morte.

    Partito da Chartres un mese dopo Bachume ed Henri, passando per il Gran San Bernardo con un procedere ben diverso da quello di un turista, il capitano è supportato dal “Manuale per la conversazione corrente” di D’Arbagnac, il prontuario che il viaggiatore seicentesco aveva messo a punto per quanti si avventuravano “in quella babele mediterranea di lingue e di genti”.
    Fra alberghi del centro e locande di seconda e terza categoria, il suo obiettivo è trovare tracce del passaggio del “fuggitivo”, seguendo un itinerario stabilito dal giudice.

    Prima del finale, la rocambolesca avventura permette al lettore di affrontare un tuffo nella varia e sorprendente geografia di un’Italia ormai lontana nel tempo, condizionata dalla guerra e da tutto ciò che ne scaturisce, come le iniquità e gli abusi di potere.
    Eppure, quel diario di viaggio ambientato nel passato diventa il pretesto per riflettere e comprendere meglio il presente, perché in fondo, si sa, la storia è un movimento ciclico e le inquietudini appartengono ad ogni epoca e a tutte le genti.

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