Oasi

Libia, oasi

L’acqua in Sahara è un problema serio.
Il geografo greco Strabone (60 a.C. – 23 d.C.) osservava già molti secoli fa che “la Libia assomiglia a una pelle di pantera perché è disseminata di concentrazioni di abitanti che sono circondati da una terra senza acqua e deserto”.
Le parole di Strabone definiscono con precisione la struttura puntiforme della geografia umana del Sahara, dipendente dalla disponibilità delle risorse idriche.
Strabone fu anche il primo a capire la realtà specifica dell’oasi: un centro vitale nel nulla, come un’isola in mezzo al mare.

L’oasi non è un paesaggio naturale, ma è stata creata dal lavoro tenace dell’uomo: l’acqua deve essere estratta e distribuita senza sprechi, con tecnologie raffinatissime.
Ogni palma è stata piantata con fatica ed è curata e difesa quotidianamente.
I Tuaregh ci forniscono un’interpretazione antropomorfica dell’oasi: se il deserto è assimilabile al corpo umano l’oasi ne è il ventre, cioè il laboratorio che concentra le risorse, le metabolizza e le ridistribuisce al sistema.
Per capire meglio l’eccezionalità dell’oasi basta pensare che se si potessero riunire tutte le oasi del Sahara, la loro superficie sarebbe pari a quella del Piemonte.

Generalizzando, si possono distinguere tre tipi di oasi, corrispondenti a diversi modelli di civiltà idraulica.

Le oasi di uadi si trovano lungo i letti dei fiumi disseccati (in Sahara chiamati appunto uadi).
L’oasi è disposta trasversalmente lungo il fiume e l’acqua può arrivare anche da centinaia di chilometri di distanza, dove le piogge sono regolari, filtrando lentamente sotto le sabbie nel corso dei millenni.
In certi casi, questi micro flussi possono impiegare anche 5.000 anni raggiungere la falda acquifera.
A ciò si aggiunge l’apporto della rugiada notturna che si condensa sulle dune e va ad alimentare le riserve idriche.
Le canalizzazioni sotterranee in questo caso hanno scarsa importanza.
L’acqua viene attinta dal sottosuolo con grandi pozzi a bilanciere.

Le oasi di erg (in arabo, gli ammassi dunari) sono situate totalmente tra le sabbie.
In questo caso l’uomo non si oppone alle dune, bensì ne asseconda la formazione a opera del vento e le usa come riparo per le colture.
Lunghe barriere di foglie di palma vengono infisse nella sabbia, trasversalmente alla direzione del vento dominante, formando un’esile diga contro la quale la sabbia si accumula incessantemente.
In certe zone, come nel Grande Erg Orientale (in Algeria) le oasi prendono invece la forma di grandi catini scavati artificialmente nella sabbia: le palme sono piantate sul fondo dello scavo e raggiungono la falda direttamente con le loro radici. Non c’è bisogno di irrigazione.
L’effetto paesaggistico è in questo caso straordinario e il deserto appare costellato da una serie di enormi buchi circolari da cui le chiome delle palme emergono come miraggi.

Le oasi di sebkha sono disposte ai margini dei resti di antichi laghi ormai inariditi (detti sebkha).
Nonostante il fondo salino della sebkha sia assolutamente sterile, il bacino fossile è il centro di convergenza delle acque provenienti dagli altopiani e accumulate sotto gli ammassi di dune.
I flussi d’acqua diretti alla sebkha vengono intercettati e drenati da lunghi canali sotterranei (foggara) e quindi convogliati per gravità verso le coltivazioni.
Dalle foggara l’acqua è poi ripartita con apparati divisori a pettine e piccole canalizzazioni, che la distribuiscono ai vari campi coltivati, tenendo conto delle complicate relazioni di proprietà familiare, discendenza ed eredità.

Paolo Novaresio