La signora dei deserti

La chiamano “la signora dei deserti”. Sì, perché Carla Perrotti è stata la prima donna ad attraversare da sola con la carovana dei Tuareg il deserto del Téneré, in Niger. Se la conosci, Carla è una donna normale: madre, moglie, ottima cuoca, amante della lettura e del ricamo, appassionata di giardinaggio e di lunghe camminate all’aperto. Solo che, a tutto questo, ha aggiunto una passione: quella per i luoghi più selvaggi e inesplorati della terra. Dal 1991, ha inaugurato un nuovo modo di viaggiare, in solitaria, nei deserti dei cinque continenti (www.carlaperrotti.com).

Come si è avvicinata al deserto?
Per molti anni, sono stata documentarista per la televisione e, insieme a mio marito, ho realizzato numerose spedizioni in giro per il mondo, dall’Amazzonia al Borneo, dalla Papua Nuova Guinea a varie zone dell’Africa. Nel deserto avevo girato un documentario per Canale 5 e ci ero tornata in seguito, ma muovendomi sempre con altre persone e in maniera tradizionale con jeep o macchine. Ad un certo punto, è scattata in me la molla di voler conoscere il deserto in maniera più intima, vissuto come lo vivevano i nomadi con i grandi silenzi, i grandi spazi, la solitudine e la fatica. Quando ho iniziato, nel 1991, non immaginavo cosa sarebbe successo: in quel momento, volevo solo affacciarmi sul deserto e capirne la magia.

E invece?
Attraversando da sola il deserto del Ténéré, in Niger, a seguito di una carovana del sale, mi sono innamorata di quel luogo così magico, speciale. Da lì, sono partite tutte le altre imprese, sempre a piedi e in solitaria: nel 1994 sono entrata a far parte del “Sector No Limits Team” e ho attraversato il Salar de Uyuni, in Bolivia. Due anni dopo, è stata la volta del deserto del Kalahari, in Botswana, dove ho viaggiato per quindici giorni in completa autonomia di acqua e cibo, nutrendomi solo con quanto offriva il deserto e trovando l’acqua lungo il percorso. Tra ottobre e novembre del 1998, sono partita per il deserto del Taklimakan, in Cina, mentre nel 2003 ho affrontato il Simpson Desert, nel cuore del continente australiano, realizzando il mio sogno di attraversare un deserto per ogni continente.

I deserti sono tutti uguali?
No, assolutamente. Normalmente, si pensa al deserto come a un luogo monotono, ripetitivo, uniforme; in realtà, è l’esatto contrario. Ognuno ha le proprie caratteristiche e non c’è nulla di uguale neppure in uno stesso deserto. L’unico tratto comune sono le emozioni: in qualunque deserto ci si avventuri, si ritrovano le stesse sensazioni e si intraprende un viaggio nell’anima, come un ritorno alle proprie origini. Personalmente, vivo ogni partenza come se fosse una nuova impresa, con la stessa curiosità di quando per la prima volta sono partita per camminare da sola insieme ai Tuareg, e ogni volta ritorno più ricca, più consapevole, più felice.

Perché?
Il deserto è il luogo più essenziale che io abbia mai conosciuto, molto più del mare o dell’alta montagna, e questa semplicità parla direttamente al cuore. Ci si trova da soli, in contatto con se stessi, immersi in un silenzio talmente intenso da far rumore, ma mai paura. Tutte queste sensazioni creano la dimensione ideale per guardarsi dentro, conoscersi meglio, ritrovare armonia e pace con se stessi.

Cosa insegna il deserto?
Per prima cosa, a osservare. Essendoci così poco, qualsiasi cosa cambi nel corso del tragitto diventa importante, anche ciò che nel normale quotidiano sarebbe insignificante. Ma il deserto è anche un grande maestro di umiltà, che qui diventa fondamentale: affrontare le avversità e gli ostacoli con la consapevolezza di essere vulnerabili al cospetto della natura, avere la forza di chinare la testa davanti a situazioni più grandi di noi, imparare a perdonare e chiedere scusa quando è necessario, fare il primo passo per riappacificarsi con una persona che ci ha involontariamente ferito. Gli insegnamenti del deserto non solo aiutano a sopravvivere là, in mezzo alla sabbia, ma soprattutto nel quotidiano.

Generalmente, il deserto viene ritenuto il luogo ostile e difficile per eccellenza. Non ha mai avuto paura?
La paura fa parte del gioco, perché è un’emozione assolutamente naturale nell’uomo. L’importante è farla rimanere razionale, impedendole di trasformarsi in panico: in un deserto bisogna entrare con umiltà, consapevoli dei rischi, dei pericoli, delle difficoltà, disposti ad affrontarli volta per volta. Il deserto può essere un amico, un complice.

Oltre alle sue imprese personali, nel 2009 ha deciso di avviare Desert Therapy. Di cosa si tratta?
L’anno precedente, a novembre, avevo attraversato il deserto bianco egiziano con il maratoneta Fabio Pasinetti, facendogli da guida per quindici giorni tra dune di sabbia altissime e insidiose pietraie. Quell’esperienza ha fatto nascere in me la voglia di condividere con gli altri i deserti che avevo attraversato in solitaria e ho iniziato a organizzare viaggi guidati, proponendo un modo innovativo per lasciare a casa lo stress e intraprendere un’esperienza indimenticabile. Ho visto le persone cambiare sotto i miei occhi, dopo una sola giornata: tutto viene ridimensionato grazie al modo diverso di vedere le cose e di valutare le situazioni, a un rapporto solidale con gli altri che di solito rimane anche dopo. Tutti i problemi quotidiani trovano una nuova dimensione, cadono le maschere e ci si lascia andare a risate, giochi, ma anche pianti liberatori.

Come si svolgono questi viaggi?
Desert Therapy non è un trekking, né una sfida, ma una terapia del corpo e dell’anima. Generalmente, si cammina per circa quattro giorni, solo per una parte della giornata, con una piccola carovana di dromedari al seguito, continui rifornimenti di acqua, soste regolari con riti del tè alla menta e tisane, piatti appetitosi elaborati da un cuoco. Ogni sera, i partecipanti trovano un campo tendato, fornito di ogni confort, acqua calda, cuscini, lenzuola e materassini. Diciamo che si tratta di una scoperta più profonda del deserto, anche tattile, con lunghe camminate nella sabbia. Sono viaggi adatti a tutti, a qualunque età, anche per bambini molto piccoli, perché nel deserto non ci sono batteri, né virus, in alcuni punti è addirittura sterile. Io dico sempre che il deserto è per tutti ma non di tutti, nel senso che bisogna avere la voglia e la curiosità di conoscerlo.

Di norma, il pomeriggio è libero: non ci si annoia nel deserto?
Sembra incredibile, ma si acquisisce una nuova nozione del tempo: finalmente, si trova quello per se stessi, che nella vita quotidiana è sempre limitato, se non del tutto assente. All’inizio, tutti temono la noia quando si arriva al campo, perché siamo abituati a programmare ogni istante della nostra vita. In realtà, l’ansia scompare e ci si lascia coccolare dal tempo. Il deserto dà un grande senso di protezione, ci si sente avvolti e sereni.

Per chi ha paura degli insetti?
In realtà, a differenza di quanto si pensa, non si vede quasi mai nulla. Gli unici animali che si avvicinano sono le volpi del deserto, i fennec, che sono assolutamente domestiche e mangiano spesso dalle nostre mani. Chi affronta questi viaggi, poi non riesce più a tornare nel deserto in un altro modo, che sia moto, macchina o jeep. L’unico modo per viverlo diventa questo: vederlo, toccarlo, vedere ad ogni passo cosa succede.

Qual è il momento più bello?
Sicuramente le albe e i tramonti, quando si raccolgono i pensieri e si saluta il sole.

Cosa serve nel deserto?
Partendo con noi, solamente quattro cose sono importanti: sacco a pelo, zainetto, scarpe e una pila. La maggior parte delle cose che ci trasciniamo dietro in un viaggio, non servono nel deserto.

Quali temperature dobbiamo aspettarci?
Per la partenza, vengono scelti i periodi più miti della primavera e dell’autunno. È sempre difficile fare previsioni, ma generalmente le temperatura si aggirano sui 30-35° C di giorno. Si tratta però di un caldo secco, che si avverte molto meno rispetto a una grande città ed è sempre accompagnato da un’arietta deliziosa.

Per chi vorrebbe partire, ma non può farlo?
Durante l’anno, organizzo i miei “Corsi e percorsi” in giro per l’Italia. Si tratta di incontri dove rivivo i ricordi delle mie traversate, spiegando come ho affrontato paure e difficoltà. Insegno a gestire il percorso per arrivare alla partenza di un progetto: conoscerne le dinamiche, le caratteristiche, valutare gli ostacoli, la capacità di controllare timori e preoccupazioni, la decisione di mettersi in gioco.

Le sue emozioni sono raccolte anche in numerosi libri, di cui lei è autrice…
Sì, ne ho scritti molti. In “Deserti” racconto le esperienze che hanno cambiato la mia vita per sempre, sebbene diversissime tra loro. In “Silenzi di sabbia” ho raccontato gli ultimi due deserti che ho attraversato, il Taklimakan e il Simpson Desert. C’è poi “Lo sguardo oltre le dune”, dove riporto la mia esperienza con Fabio Pasinetti, quando abbiamo dimostrato che con costanza, sacrificio e tanta forza di volontà è possibile abbattere le barriere più alte.

Paola Rinaldi

Clicca su Personaggi per leggere tutte le interviste