Io parto, e voi?

52 mila chilometri, 23 mesi di viaggio, 22 nazioni e una moto. A tre anni dal suo ritorno, la bresciana Miriam Orlandi ha raccolto in un libro tutte le emozioni del giro delle Americhe compiuto in solitaria, da Ushuaia all’Alaska, in sella alla sua “cocca” nera e gialla, una BMW R100GS del 1992. Globetrotter fino al midollo, classe 1971 e innamorata della vita, Miriam ha dimostrato che una donna può risolvere le problematiche di un viaggio così lungo e in ambienti spesso ostili: come al solito, basta volere una cosa e andare a prenderla.

Il tuo blog si intitola IoParto (www.ioparto.eu), scritto tutto attaccato… È un modo per pronunciarlo tutto d’un fiato?
Esattamente, perché quelle sono state le due parole che ho pronunciato senza pensarci troppo quando ho deciso di partire per il viaggio. In esso ho fatto confluire tutte le mie passioni: il motociclismo, la fotografia, conoscere, capire, scambiare i talenti.

Perché in moto?
Per un viaggio così lungo non volevo affidarmi ai mezzi pubblici, perché sono una curiosa e volevo avere la libertà di scegliere se fermarmi un’ora oppure tre mesi nello stesso luogo, senza dipendere da orari o limitazioni particolari. La mia BMW R100GS è simbolo di indipendenza, sicurezza, ma anche connessione totale con l’ambiente che mi circonda: quando piove, ti bagni; quando fa freddo, senti i brividi sulla pelle; quando c’è un profumo nell’aria, lo respiri. Non esiste riparo, protezione o modo di schivare la realtà. Ci sei dentro dalla testa ai piedi.

Non avevi paura di affrontare tutto questo da sola?
Avevo tante paure, ma in quel momento ho deciso di vedere con i miei occhi e sentire sulla mia pelle la realtà che credevo possibile ma che qui mi veniva mentitamente nascosta: “non si fa”, “una donna non può”, “una donna non deve”, “per una donna è pericoloso”, “una donna deve mettere su famiglia”, “bisogna avere un posto fisso” e cose di questo genere. Una realtà che non corrisponde alla mia e al mio personale modo di essere. Un tempo, subivo il fatto di non essere compresa dagli altri e mi adattavo al loro modo di guardarmi, adesso mi adatto solo a me stessa e sono finalmente diventata chi volevo essere.

Nel 2008, hai spedito via mare la tua motocicletta e poi l’hai raggiunta per percorrere le Americhe da Ushuaia fino al circolo polare artico, in Alaska. Perché hai scelto quel pezzo di mondo?
Ho guardato sulla cartina e ho visto che quel tragitto poteva permettermi di andare dall’estremo nord all’estremo sud. Volevo attraversare più spazio e più continenti possibili senza troppi intoppi. Ovviamente le difficoltà non mancano e, nei viaggi così lunghi, non puoi prevederle. Bisogna semplicemente affrontarle man mano che si presentano, esattamente come nella vita.

Tutto da improvvisare, insomma…
L’unica cosa che va programmata bene è la varietà di climi, altitudini e situazioni che dovremo affrontare, in modo da scegliere l’abbigliamento più appropriato da mettere nel nostro bagaglio. Durante questi viaggi, si impara non soltanto a vestirsi “a cipolla”, ma anche a intuire il tempo che farà in base al comportamento degli altri e soprattutto ad adattarsi alle circostanze. In realtà, la nostra indole umana è naturalmente portata verso l’adattamento. Se siamo sopravvissuti, è proprio per questa nostra capacità. Dobbiamo solo riscoprirla.

Oltre alla tua impresa più famosa, hai anche fatto trekking in India, hai raggiunto l’Olanda con uno scooter, hai visitato parte dell’Europa: perché ami viaggiare?
Il viaggio ha sempre fatto parte della mia vita: per raggiungere la scuola servivano 35 minuti in macchina, che poi sono diventati 45 di autobus e successivamente due ore di treno. Più avanti è arrivata la bici che mi portava fino al lago o il motorino con cui andavo agli allenamenti di pallavolo. Vivendo in campagna, tutto ruotava intorno alla distanza e agli spostamenti: la mia migliore amica non era la vicina di casa, ma abitava a un chilometro e mezzo, e per me raggiungerla rappresentava un piccolo viaggio. In un certo senso, viaggiare è sempre stato lo strumento a mia disposizione per ottenere quello che volevo.

Continua ad esserlo?
Sì, perché dormo a Brescia ma gli impegni mi portano continuamente fuori città. Se poi ci aggiungiamo il fatto che il mio compagno vive in Svizzera, beh… il viaggio continua!

In cosa sei cambiata dopo l’esperienza del 2008?
Sono finalmente me stessa, ancora più “fuori dagli schemi” di prima. Ho lasciato il mio lavoro di fisioterapista, che svolgevo da undici anni presso la casa di cura “Domus Salutis” di Brescia, e attualmente svolgo dei lavoretti saltuari che mi sono sufficienti per vivere. Non accetto più le regole che mi impediscono di alzare la testa, guardarmi in giro e capire come si vive altrove.

E come si vive?
Le emozioni e i sentimenti sono uguali ovunque, ma il modo di viverli cambia in base al clima, alle necessità, alle tradizioni. Le regole dell’affettività sono dettate dall’ambiente. Per il resto, meno esistono benessere e civilizzazione, più le norme sono basiche e sufficienti.

Tu sei vegetariana. Hai avuto problemi a mantenere questa identità nel corso del viaggio?
No. Sono diventata vegetariana per motivi di salute e oggi continuo ad esserlo per scelta etica. Nei Paesi in cui la carne è l’alimento prevalente, mi organizzavo con dei thermos di yogurt o cercavo soluzioni alternative. Anche in questo caso, l’importante è adattarsi e nello stesso tempo non stravolgere la cultura degli altri, né giudicare il loro comportamento. Bisogna “conoscere, capire, comprendere”, che sono le prime tre parole che figurano sulla copertina del mio libro.

Nel volume, racconti tutta la tua esperienza?
Non l’ho pensato come un diario di viaggio, ma come una serie di racconti che si potrebbero riportare a una tavolata di amici. Una specie di “Sai quella volta che…?”. In particolare, mi sono concentrata sugli incontri con le persone, perché sono quelli che ti rimangono nel cuore per sempre. I luoghi ti possono ricordare chi sei, ma è il confronto con gli altri a darti la misura di quello che non sei o di quanto sei lontano da chi potresti essere.

Confrontarsi è cambiare…
Il cambiamento che vivi durante un viaggio non è solamente quello tra climi o città diverse, ma soprattutto quello che devi intraprendere quando ti confronti con persone differenti, bambini, adulti e così via. Con ciascuno devi parlare la sua lingua, e questo accresce entrambi.

Un episodio che non hai raccontato nel libro, ma ti gira ancora nella testa?
Una volta mi è capitato di voler ringraziare una persona in Argentina, dandogli un piccolo compenso, e lui mi ha risposto: “Non so come si nasce in Italia, ma io sono nato nudo… e tutto quello che possiedo è già di più”.

Come si può acquistare il tuo libro?
Può essere richiesto direttamente a me, scrivendomi all’indirizzo ioparto.miriam@gmail.com, oppure rivolgendosi alla Compagnia della Stampa (www.lacompagniamassetti.it). Un pezzetto della prefazione per incuriosire? “Può una donna da sola attraversare il continente americano nella stessa direzione del traffico di droga? Può guidare dall’Argentina all’Alaska a cavallo della sua pesante moto da 240 kg? Quali pericoli attendono una donna? Quali insicurezze? Quali conquiste?”. Ve lo racconto a cuore aperto, tra spettacolari panorami, popoli meravigliosi e la mia evoluzione interiore.

Paola Rinaldi

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