Islanda da vivere ad occhi aperti

Bolungarvik. Museo della pesca (Foto Herbert Ortner WikiMedia)
Museo della pesca a Bolungarvik (Foto Herbert Ortner WikiMedia)

Il bello del viaggio? Partire con una valigia piena di punti interrogativi per poi tornare a casa con le risposte. È la filosofia di Marida Fornataro, che lo scorso anno si è avventurata nella verdissima Islanda con tutte le curiosità nate nella sua testa durante la visione di alcuni film o la lettura di libri dedicati a quella terra.
Per lei, sta proprio nella “sete di sapere” la differenza tra il classico turismo e l’autentico viaggiare: già prima della partenza, ci si immerge nell’atmosfera del luogo che ci aspetta, preferendo una bella pellicola alla tradizionale guida e trascurando il “sentito dire” a favore di una consapevolezza incompleta, come un sacco da riempire camminando.

Era la prima volta in Islanda?
No, ci ero già stata tre anni fa, ma in quell’occasione avevo seguito una rotta più tradizionale. In questo caso, invece, ho scelto un percorso non tipicamente turistico per scoprire le vere atmosfere, gli scorci meno noti, la cultura più autentica.

Qual è la particolarità del paesaggio islandese?
L’assenza. Nel senso che manca tutto, non ci sono alberi, talvolta non ci sono strade asfaltate e c’è spazio solamente per un terreno ricoperto di muschio spesso e morbido, che ricopre la lava. Nella porzione che ho visitato, quella dei fiordi occidentali, non è raro vedere capre e pecore libere in un paesaggio disabitato, dove le case sono pochissime.
In un certo senso, ho avuto l’impressione di vedere con i miei occhi quello che avevo letto prima di partire in un libro dedicato all’Islanda, dove si parlava di fatica di vivere, di freddo e di lavoro.

Islanda. Festa nazionale
Festa nazionale del 17 giugno. È il giorno della nascita dell’eroe Jon Sigurdsson, segna l’indipendenza dalla Danimarca e la fondazione della Repubblica di Islanda. Mi trovo a Isafjordur: molte persone con costumi tradizionali e i colori della bandiera, un gruppo musicale e dei giochi per i bambini, uno stand gastronomico, un piccolo aereo che sorvola l’area gettando caramelle. Poi tutti a casa perché inizia piovere.

E in questo mondo di solitudine che tipo di accoglienza si trova?
Un’accoglienza sorprendente, seppure nell’aria si percepisca il timore verso un turismo di massa, che potrebbe intaccare quel sistema perfetto, ancora incontaminato e svincolato dalla frenesia. Una donna mi ha raccontato l’orgoglio locale di vivere in un ambiente integro, pulito, non inquinato.

Il periodo migliore per viaggiare?
L’estate, quando c’è sempre la luce del sole. Seppure questo possa disorientare il ritmo sonno-veglia, tanto che conviene portarsi una mascherina e chiudere bene tende per riuscire a riposare, la bella stagione rappresenta il momento ideale per spostarsi.
Ovvio, anche l’inverno ha il suo fascino, perché di certo è suggestivo un luogo dove il buio domina almeno 20 ore al giorno. In quel periodo, la vita si raggruppa a Reykjavik e nelle poche altre città dei dintorni, perché la maggior parte della vita si trascorre dentro casa.
Baltasar Kormákur, Storia di due fratelli e otto pecorePrima di partire, avevo visto un film di Baltasar Kormákur, Storia di due fratelli e otto pecore, dove si vedono scenari totalmente ricoperti di neve, e poi sulla strada per la penisola di Snaefellsnesvegur mi era capitato di leggere un cartellone che raccontava di un giovane morto assiderato durante una bufera mentre tentava di raggiungere la fidanzata per portarle un cofanetto di legno, intagliato per lei.

Una vera fatica di vivere…
Sì, che ha reso questo popolo audace, capace di andare dritto al sodo, molto dignitoso. Basti pensare a come ha affrontato la crisi economica del 2009, rimboccandosi le maniche per ripagare il suo debito pubblico. Forse la continua convivenza con la necessità di trovare soluzioni e adattarsi alle circostanze rappresenta un insegnamento enorme. Che siano persone culturalmente preparate lo dimostra poi l’ottimo inglese parlato da tutti, segno di una scolarizzazione capillare e che funziona bene.

Reykjavik: qual è il ricordo?
Il centro è minuscolo: due strade parallele che salgono alla chiesa Hallgrimskirkja e lungo le quali si trovano negozi lussuosi, dalle insegne con le più note marche di abbigliamento sportivo. Rispetto al viaggio che avevo realizzato due anni prima, ho notato numerosi cantieri in città, che mi hanno fatto immaginare un possibile cambiamento in atto.
Per il resto, colpisce soprattutto l’atmosfera: nei negozi la musica è delicata, a volume basso, simbolo di una cultura moderata in tutto.

Reykjavík - Foto Pjt56 WikiMedia
Reykjavik, vista dalla torre del Hallgrimskirkja verso il centro città e il porto. Foto Pjt56 WikiMedia

Qualche suggerimento per costruire un viaggio?
Sicuramente vale la pena una visita al Museo del mare, dove si scopre un uso delle reti che risale al diciottesimo secolo, ma non bisogna disdegnare anche una passeggiata lungo le banchine per godersi una deliziosa zuppa di pesce e assistere all’arrivo dei pescherecci.
Per conoscere gli islandesi poi è utile frequentare le piscine, che sono tutte all’aperto e hanno sedili lungo i bordi dove ci si siede e si fa conversazione con l’acqua fino al collo: se ne possono trovare nell’intera Islanda, dalle più grandi in città alle più sperdute, come quella che si trova sulla strada per il vulcano Snæfellsjökull di Lysuholl, la cui acqua ricca di alghe promette di far bene alla pelle.

Islanda - Piscina all'aperto
Frequentate da genitori e bambini, nelle piscine all’aperto ci si siede e si fa conversazione. Le strutture hanno diverse piscine con temperature differenti. Uscendo da quelle calde (circa 40 gradi) almeno per un po’ non si sente freddo.

Come sono le strutture ricettive?
Anche queste sono all’insegna della sobrietà: stanze senza tv, servizi in comune, ma pulitissimi. Lo stesso vale per le case, ordinate e ordinarie, con gli infissi tinteggiati e ritinteggiati, crepe nell’intonaco e pareti esterne ricoperte di pannelli di alluminio. Sia in questo viaggio che in quello precedente, mi è capitato di appoggiarmi a Scambio Casa e di avere la possibilità di vedere le abitazioni anche all’interno, dove regna altrettanta semplicità ed essenzialità nell’arredamento.

Una curiosità?
Nella cittadina di Isafjordur abitano il cantante folk Mugison, molto noto in Islanda, e l’ideatrice del sito interattivo per bambine www.dressupgames.com, Inga Maria Gudmundsdottir, che offre la possibilità di vestire bambole online: visitatelo per comprendere cosa questa donna, in un posto così isolato e a nord dell’emisfero, ha pensato per far giocare le bambine.

Islanda
Sala ristorante dell’hotel Djupavik

Un souvenir ancora vivo nel cuore?
Il ricordo di una sera, nel borgo di Djupavik, quando si svolgeva la partita dei mondiali in cui giocava proprio l’Islanda. Nel locale, i tifosi presenti avevano un modo completamente diverso di sostenere la loro squadra rispetto agli italiani, ma in generale ad altri paesi: anche la sconfitta è stata accettata con moderazione, in modo contenuto. Un’altra conferma dello stile di vita più rilassato, che insegna a prendere le cose con pacatezza e riflessione. L’Islanda è un paese da visitare non da turisti, ma da viaggiatori, quasi in punta di piedi, da cui ricavare insegnamenti e grandi verità.

Paola Rinaldi


 

I fiordi occidentali
Appunti di viaggio di Marida Fornataro
12 – 23 giugno 2016

Viaggio in Islanda

Partenza da Reykjavík con una normale auto utilitaria.
Percorriamo la strada n. 60 e, dopo il tunnel di Hvalfjörður, proseguiamo verso ovest costeggiando i fiordi per circa 300 km: tratti di strada non asfaltata ma sempre dal fondo perfetto.

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggio

Paesaggio tipico, senza alberi con terreno ricoperto di spesso e morbido muschio. Pochissime case qua e là, capre e pecore sparse dappertutto che saranno poi riportate nelle stalle a settembre.
Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggioPer arrivare a Isafjordur, si percorre la galleria Vestfjardargöng: il primo tratto è a una sola corsia con spazi di sosta per chi è in senso opposto, poi a due corsie e a circa metà si immette da sinistra l’altra galleria che proviene da Sudureyri.


Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggioIsafjordur
è una cittadina di circa 3500 abitanti la cui principale risorsa economica è data dalla pesca e ora dal turismo delle navi da crociera. È collegata alla capitale da voli di linea con l’aeroporto che costringe gli aerei a volare rasenti la montagna prima di atterrare.
Suggerisco di mangiare al ristorante Tjoruhusid che a pranzo propone “solo” un’ottima e abbondante zuppa di pesce con pane e burro.
Da Isafjordur verso nord, incontriamo Bolungarvik, villaggio di circa 900 abitanti, luogo delle riprese di Nói albínói, film diretto da Dagur Kári sulla vita di un adolescente in un villaggio islandese.

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggio

Percorrendo per 13 km la strada n. 630, sterrata ma in ottime condizioni, si arriva ancora più a nord, a Skalavikurvegur, valle con poche (seconde) case in un ambiente incontaminato e l’aria che ti entra nei polmoni.

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggio

Da Isafjordur proseguiamo verso Djupavick, distante 285 km sulla strada n. 61 dove si possono vedere le caratteristiche capanne di legno in cui viene messo a seccare il pesce.

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggio

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggioAttraversiamo Sudavick e visitiamo il Museo della volpe artica situato in una bella colorata casetta. Poco oltre, passando accanto all’hotel Reykjanes (e campeggio) con piscina all’aperto, si possono vedere le foche grazie a due bimbette che si sono attrezzate e offrono un binocolo e sorridono ai fotografi.

Prima di Holmavik si lascia la strada n. 61 e si prende la n. 643 che taglia la penisola.
La costa è disseminata di tronchi d’albero, ben tagliati, sbiancati dalla salsedine e lisi dall’azione delle onde.

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggio

Una ragazza che lavora all’hotel Djupavik – spagnola che vive ad Amburgo, parla italiano perché ha vissuto un anno in Sicilia e viene qua in estate «perché è bello» –, ci spiega che i tronchi arrivavano dal Canada dove, semilavorati, sono fatti scendere dai fiumi. Quelli che sfuggono alla raccolta seguono la corrente del golfo che li porta prima a sud e poi a nord in queste rive. Pare che il viaggio possa durare anche venti anni.
Un artista, lo scultore Sæmundur Valdimarsson, da anni raccoglie i tronchi arenati lungo le rive dei fiordi e li modella: ne nascono figure, donne dagli occhi allungati e capigliature spugnose, uomini con i muscoli disegnati dalle fibre del legno.

Il borgo di Djupavik è originale, fa parte del comune meno popolato dell’Islanda, solo cinquantatré abitanti. La zona non ha alcun trasporto pubblico, a parte paio di voli settimanali da Reykjavík a Gjögur, piccolo paesino abitato solo durante il periodo estivo. Anche le poche case in Djupavik sono utilizzate solo come abitazioni estive, fatta eccezione per l’hotel Djupavik, che è aperto tutto l’anno.
Il borgo risale al 1917, quando è stata avviata una fabbrica per la lavorazione delle aringhe. Era la più grande costruzione di cemento dell’Islanda e ha operato fino al 1954, quando ha dovuto chiudere perché le aringhe avevano cambiato rotta.
Gli uomini che lavoravano nella fabbrica abitavano in un battello di cui adesso è rimasto un rottame arrugginito; le donne invece in un edificio che è stato ristrutturato e adibito ad albergo circa venti anni fa grazie a una coppia che si è innamorata del luogo. Gestito ora con i figli, l’albergo si presenta con la struttura di legno semplice e accogliente, quasi un rifugio alpino di fronte al mare.

Islanda. Hotel Djupavik

Andando più a nord si incontra Gjögur, paesino vicino alla pista di atterraggio degli aerei di collegamento con la capitale.
Poi Arnes, che ha la particolarità di avere due chiese, una vecchia e una moderna.

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggio

Proseguendo sulla stessa strada costiera si arriva alla piscina di Krossneslaug con vista mare.

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggio

È domenica, andiamo via all’ora di pranzo mentre stanno arrivando un po’ di persone. Sulla strada per ritornare a Djupavik, aspettando l’apertura del distributore di benzina (la domenica apre alle 13), mangiamo una zuppa di pesce nel bar di fronte e la signora ci suggerisce di arrivare dall’altra parte del fiordo. Sono solo otto chilometri con un ultimo breve tratto di strada ripida in discesa. Arriviamo di fronte al mare e anche lì c’è un rudere di un opificio che lavorava le aringhe, ma a differenza di Djupavik, nessuno ha voluto trovargli nuova vita. Ci sono cartelli con foto dell’epoca che illustrano il lavoro e la manovalanza, e due case che qualche volta, forse, sono anche abitate.

Islanda. I fiordi occidentali. Appunti di viaggio

Da Djupavik ritorniamo a Reykjavík.

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