La mia casa è dove vado

Non capita spesso di incontrare una persona che ammetta di essere felice, che non risponda “abbastanza” quando le chiedi come va, che abbia un sorriso anche se qualcosa è andato storto. Roberto Regini ha trovato il suo equilibrio interiore con lo zaino in spalla. I suoi racconti sono fiumi di parole colme di soddisfazione, entusiasmo, ma soprattutto semplicità. 41 anni, originario di Empoli, Roberto ha scelto una vita priva di fronzoli per poter viaggiare (http://www.robyexplorer.net/). Dopo aver lasciato il suo lavoro in azienda per un’occupazione stagionale che gli permettesse di muoversi liberamente, ha trasformato la sua vita in un’avventura continua in giro per il mondo. Il risultato? È felice. Davvero.

Sull’home page del tuo blog, campeggia la scritta “Benvenuti sul sito di un viaggiatore solitario”. Quanto è importante, e al contrario quanto pesa, la solitudine in un viaggio?
La differenza tra un’avventura affrontata in solitaria oppure in compagnia è davvero enorme. Pur amando le uscite con gli amici o il tempo trascorso con la mia famiglia, sin da bambino cerco di ritagliarmi qualche momento in cui restare solo con me stesso. Durante un viaggio, apprezzo la solitudine soprattutto durante le traversate delle vallate selvagge, nel silenzio degli spazi aperti, nel contatto con la natura. Per il resto, partire da soli significa esattamente il suo opposto, perché per assurdo ti permette di instaurare più facilmente un contatto con le popolazioni locali.

In cosa ti senti cambiato da quando sei partito per la prima volta?
Ogni viaggio ti cambia. Non si tratta di cambiare religione o modo di vestire, ma di una trasformazione interiore che spesso si capisce solo con il tempo. Negli ultimi anni, ad esempio, mi sono accorto di essere sempre meno legato ai beni materiali. Meno posseggo, meglio sto, perché ovviamente ogni avere comporta una gestione, una dipendenza, una minore libertà. Nell’era della globalizzazione, siamo spesso più preoccupati di far crescere il nostro denaro piuttosto che di coltivare le tradizioni, i valori e le nostre origini.

Forse questa essenzialità è una delle grandi lezioni del bagaglio, che deve essere leggero per poter essere trasportato…
Sicuramente, anche perché io parto con lo zaino in spalla e non è semplice affrontare lunghe distanze con un peso eccessivo, soprattutto in alta quota. Con me porto solo lo stretto necessario, uno o due paia di pantaloni, una giacca, un kit per affrontare la pioggia e l’occorrente per il campeggio. Mediamente, parto con un bagaglio che pesa circa 15 chili, a cui durante il viaggio aggiungo il carico dell’acqua o del cibo. Tutto sommato, però, la bellezza dei paesaggi incontaminati e gli incontri con persone straordinarie ti impediscono di sentire la fatica, o per lo meno la alleviano.

Quale è il tuo stile di viaggio? Programmi o improvvisi?
Curo personalmente ogni dettaglio, senza appoggiarmi ad agenzie, guide o qualsiasi altro aiuto esterno. Scelgo la meta in base a ciò che mi sento di fare e vedere in quel determinato momento, ma anche al periodo dell’anno, prediligendo soprattutto il “fuori stagione”, perché evito i grandi afflussi turistici e il mio passaggio riesce ad essere quello da viaggiatore anziché da turista. Una volta stabilito l’itinerario, cerco su Internet un volo economico per raggiungere la prima destinazione e poi mi occupo di procurarmi qualche cartina topografica e di seguire tutte le procedure di profilassi vaccinale, visti turistici e preparazione fisica.

Quanto durano i tuoi viaggi?
Mediamente tre mesi, ma mi è successo di stare via per un mese solo oppure sei. Grazie al mio lavoro stagionale, posso permettermi di pianificare abbastanza facilmente i viaggi. Sono stato in Alaska, California, Canada, Colombia, Ecuador, Bolivia, Uruguay, Cile, Argentina, Marocco, Burkina Faso, Mali, Kenya, Tanzania, Turchia, Georgia, Russia, Kirghizistan, Mongolia, Tibet, Cina, Nepal, India, Malesia, Nuova Zelanda, Australia, Europa. L’unica regola che seguo è quella di scegliere la meta in base alle possibilità di escursioni in mezzo alla natura.

Qualche bel ricordo?
L’incontro ravvicinato con orsi, alci, aquile, orche e lontre nei parchi dell’Alaska, la splendida Sierra Nevada, i siti archeologici del Perù, lo scenario poliedrico della Patagonia, i safari fotografici in Africa, il fascino della vita rurale in Turchia. Ogni luogo mi ha lasciato impresso qualcosa di indelebile. Per curiosità visito anche le grandi città, ma quello che mi interessa davvero è poter esplorare i paesaggi, conoscendo da vicino le culture, i popoli e le usanze del posto. Mi piace vedere con i miei occhi cosa ha da offrire il mondo.

Tutto il mondo è paese?
No, esiste un’incredibile varietà di persone e situazioni. Al detto “Paese che vai, usanza che trovi” aggiungo sempre la postilla “O ti adatti o te ne vai”, perché ogni luogo va rispettato per quello che è e che ti offre. In qualità di ospite, un viaggiatore – così come un turista – deve accettare gli usi e i costumi che incontra.

C’è qualcosa o qualcuno su cui hai cambiato opinione viaggiando?
Soprattutto sui Paesi asiatici, dove la gente è straordinariamente ospitale, al contrario di quanto spesso si pensi. Quando sono partito per il Kirghizistan, molti amici mi hanno riempito di raccomandazioni, mentre laggiù ho trovato persone tra le più cordiali e accoglienti del mondo. Lo stesso vale per la Colombia, spesso associata alla droga e alla guerra civile, dove – soprattutto nelle zone rurali – ho conosciuto gente calorosa, che aveva un piacere sincero di dividere un pasto o scambiare qualche parola con uno straniero. Qui in Europa quell’ospitalità manca innanzitutto nella nostra testa, perché siamo abituati ad alzare muri reali e mentali per proteggerci dal mondo.

Qual è la morale dei tuoi viaggi?
Quella di non limitarsi mai alle notizie, spesso negative, che apprendiamo dai media. L’importante è partire, conoscere e portare a casa nuove emozioni ed esperienze. Io vivo di viaggi e oggi posso dire di essere felice. Ho scelto di fare un lavoro stagionale che mi permettesse di muovermi in libertà e ho rinunciato a tutto ciò che comporta una spesa: vivo a casa dei miei genitori quando torno, non ho un’auto e mi sposto in bicicletta.

Hai impostato la tua vita intorno al viaggio…
Assolutamente sì. È quello che volevo fare e che oggi mi fa sentire realizzato. Sono partito per la prima volta intorno ai 18 anni per imparare l’inglese e poi, gradualmente, ho iniziato a visitare le grandi capitali europee. Passo dopo passo, ho provato a organizzare qualche escursione sulle Alpi, a sfruttare ogni occasione per viaggiare, fino a imbarcarmi per il Sud America. Man mano che giravo, mi rendevo conto di quanto ci fosse da scoprire su questa Terra. Con un pizzico di coraggio, alla sicurezza ho preferito l’avventura: ho lasciato il lavoro che svolgevo in una grande azienda, ho venduto tutto e ho iniziato a lavorare stagionalmente come cameriere sulle Dolomiti.

Diventare l’uomo che si vuole essere implica delle rinunce?
Forse a una famiglia, perché ovviamente dei vincoli mi impedirebbero questa libertà. Io credo però che quando si desidera fare qualcosa, bisogna crearsi tutte le condizioni per realizzare quel sogno: non si può aspettare che qualcuno bussi alla nostra porta e ci proponga quella vita. Quando abbiamo la fortuna di avere un tetto e un piatto, le possibilità sono tante.

Questi pensieri sono frutto di una grande saggezza. C’è un aspetto di qualche cultura che ti ha aiutato a maturare?
Ricordo sempre con piacere un racconto che ho ascoltato tante volte in Patagonia. Parla di un contadino impegnato a badare alle sue quattro o cinque pecore, a cui un giorno si avvicina un facoltoso uomo di Buenos Aires di passaggio che, osservandolo, gli suggerisce di acquistare altre pecore, assumere degli operai, comprare dei macchinari e della terra. Così, alla fine potrà guardare gli altri lavorare. Il contadino risponde: “Perché? Adesso cosa sto facendo?”. Il significato è molto semplice: spesso ci complichiamo la vita con una marea di cose per arrivare ad avere quello che già possediamo, ma senza pensieri.

Viaggiare richiede qualche conoscenza particolare?
Sin da bambino, avevo una grande passione per la geografia e, appena ne ho avuto la possibilità, ho studiato l’inglese. Completamente da autodidatta, con l’aiuto di corsi e permanenze all’estero, ho imparato anche spagnolo, tedesco, francese e russo. Ogni volta che raggiungo un nuovo Paese, cerco di imparare le parole essenziali per dire “Ciao”, “Come va?” e “Grazie” che, soprattutto nelle zone rurali, ti permettono di entrare nel cuore delle persone e familiarizzare con loro.

C’è una zona del mondo che non hai ancora visitato, ma ti piacerebbe raggiungere?
Forse l’Antartide, ma anche la Tasmania, dove conto di andare già quest’inverno. Solitamente, punto il dito sulla cartina e parto. La prossima estate mi piacerebbe raggiungere l’Asia centrale, che ancora manca all’appello e mi incuriosisce.

Casa e affetti non ti mancano quando sei lontano?
A volte capita, soprattutto nei momenti di difficoltà, ma ormai sono abituato e mi basta ricevere un sms per sapere che va tutto bene per continuare con entusiasmo. Alla lunga, ci si adatta anche a questo.

Esiste davvero il mal d’Africa o ogni Paese ha il suo “mal”?
Sicuramente ogni luogo ne possiede uno, a seconda di quello che ciascun viaggiatore ricerca, delle sue sensazioni, della sua interiorità. Nessun posto è perfetto, ma tutti hanno una dose di bene e male che vale la pena conoscere.

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia?
La utilizzo per l’1% dei miei viaggi. Internet mi serve per cercare qualche informazione prima della partenza e per aggiornare il mio sito mentre sono in viaggio, quando trovo un collegamento. Poi, ho un cellulare che uso solo per mandare qualche sms a casa, ma che per il resto del tempo tengo spento, e un vecchio Gps non cartografico. Mi piace rimanere il più “selvaggio” possibile.

Quali caratteristiche bisogna avere per viaggiare?
Sicuramente un grande spirito di adattamento, perché bisogna saper accettare orari, cibo, persone e luoghi di riposo, per quanto improvvisati. È importante anche riuscire ad affrontare le esperienze negative nella loro giusta dimensione, perché sono quelle che ti permettono di crescere e imparare. Nei miei viaggi non sono mancate le disavventure del viaggio “fai da te”, come furti, cambi improvvisi di programma o problemi burocratici, ma tutto questo mi ha arricchito interiormente e mi ha permesso di conoscere da vicino le singole realtà. Un vero viaggiatore deve anche avere tempo, dimenticando la fretta e l’orologio, perché capita che l’autobus non parta oppure gli orari del trasporto locale richiedano di fermarsi un giorno in più del previsto. Il tempo conta più del denaro, perché i soldi dipendono da quello che si ricerca nel viaggio. Rinunciando ai grandi alberghi, alle comodità moderne e al ristorante di lusso, si può viaggiare spendendo poco.

Questo consente anche una maggiore immedesimazione con i luoghi?
Certo. Utilizzando i mezzi di trasporto locali, mangiando cibo tradizionale, alloggiando in tenda o presso la gente del posto, si vive intensamente la realtà e si capiscono davvero le usanze. Immergersi tra le persone ti fa gustare il viaggio in maniera piena, totale. Provare per credere.

Paola Rinaldi

 

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