Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone

Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone - Luca Buonaguidi

Si intitola “Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone” il nuovo diario in versi di Luca Buonaguidi, pistoiese, classe 1987, che ha raccolto in 21 cartoline geo-poetiche la sua esperienza di viaggiatore in una delle terre più enigmatiche del pianeta.
Disponibile nei normali canali di vendita, librerie e online, il volume edito da Italic, racconta il vagabondare dell’autore in un paese straordinario ed è corredato di fotografie e citazioni di scrittori, fumettisti, filosofi, monaci e viaggiatori che hanno ispirato i suoi passi.

Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone - Luca BuonaguidiLuca, cosa ti ha portato in Giappone?
Una serie di circostanze. Certamente volevo far visita ad alcuni amici di Tokyo, ma soprattutto ero curioso di vedere con i miei occhi le ambientazioni di cui avevo letto nei “Quaderni giapponesi” di Igort e ne “I cigni selvatici” di Kenneth White, due libri che raccontano di un viaggio in Giappone realizzato sulla scia dei poeti. E poi c’era una frase, “L’India è l’Italia dell’Asia”, che avevo letto nel romanzo “Shantaram” di Gregory David Roberts e che, per qualche motivo, mi aveva fatto pensare al Giappone come alla Germania di quell’area del mondo: insomma, volevo toccare con mano quell’insieme di suggestioni, congetture e immagini che si erano create nella mia mente.

Se non sbaglio, c’entrano anche dei giardini…
Sì, ho scritto un libro dedicato ai Franti, una band torinese degli anni Ottanta che aveva pubblicato un album dal titolo “Il giardino delle quindici pietre”. Il nome fa riferimento a un giardino zen di Kyoto famoso per una particolarità: all’interno ci sono quindici pietre di grandezza differente, ma da qualsiasi punto di osservazione se ne possono vedere solamente quattordici. Anche questo luogo aveva solleticato il mio immaginario.

Tutti associamo il Giappone alla scienza, alla tecnologia, alle invenzioni che cambieranno il mondo. C’è spazio per la poesia?
Assolutamente sì. Penso che esistano due anime in quel paese. La prima è quella frenetica delle metropoli, delle industrie, della finanza, della società instancabile. La seconda invece è quella più intima delle tradizioni, della cultura, delle atmosfere che appaiono congelate nel tempo.

Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone - Luca Buonaguidi

Ma come si fa a raccontare un viaggio in versi, come hai fatto nel tuo libro?
Ovviamente bisogna rinunciare alla totalità, nel senso che devi scegliere su quali elementi posare lo sguardo, filtrando le impressioni che hai avuto. Ci sono luoghi che ti catturano con il loro magnetismo: ti siedi, ci trascorri qualche ora e i versi iniziano a fluire. Un po’ come avviene nella distillazione della grappa, dove da un enorme alambicco colmo di vinacce iniziano a cadere gocce piccole e pure. E poi ci sono altri luoghi che ti fanno viaggiare con la mente. Per esempio, ho scritto una poesia a Kanazawa, fuori dalle classiche rotte turistiche: ero in bicicletta lungo il fiume Saigawa, quando ho notato un parcheggio vuoto e ho iniziato a immaginarlo nella vita ordinaria. Talvolta, per scrivere, devi trarre da te stesso un’ipotesi, non una risposta.

Nell’introduzione, scrivi che il libro è irrorato di un sentire noto come wabi sabi: di cosa si tratta?
È una parola intraducibile che anima la concezione artistica ed estetica giapponese. Si tratta di uno stato d’animo, fondato sull’accettazione zen dell’imperfezione e della precarietà di ciò che ti circonda. Imperfezione e precarietà da cui trai un legame con te stesso, attraverso l’osservazione delle cose, e con cui partecipi alla creazione del mondo.

Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone - Luca Buonaguidi

Questo è il tuo secondo taccuino di viaggio, che arriva dopo quello dedicato all’India. Quali sono le differenze?
In India ero rimasto colpito dalla dignità della popolazione, perché anche la povertà estrema è sempre accompagnata da uno stato d’animo di grande e coraggiosa accettazione (di India. Complice il silenzio ne abbiamo parlato qui). In Giappone, invece, mi ha colpito il continuo tentativo di nascondere la propria anima: in un certo senso, quel paese ti condanna all’estraneità. Qualcosa ti sfugge sempre, non riesci mai ad afferrarlo e ti ritrovi nel continuo tentativo di interpretare dei segni.

Cos’è il “niente” a cui ti riferisci nel titolo?
Non è quello materiale, inteso come l’assenza di qualcosa, quanto l’invisibilità. È il fantasma che ti cammina accanto mentre viaggi o magari quell’elemento che apparentemente resta sullo sfondo, ma in realtà è dominante.

Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone - Luca Buonaguidi

Cosa manca in Giappone per un viaggiatore?
Forse l’imprevisto, che in un viaggio rappresenta un condimento gustoso. Il Giappone è uno dei paesi più precisi al mondo: i treni arrivano e partono all’orario indicato, tutto avviene in maniera lineare e perfetta. Per certi versi, devi andare a cercare l’inconveniente per “sporcare” la perfezione e cambiare i piani, favorendo talvolta degli incontri inaspettati.

Quando sei partito, scrivere un libro era fra le tue intenzioni?
Immaginavo che avrei abbozzato qualcosa. Il saggista Carlo Giunta, autore di un libro dissacrante sul Giappone intitolato “Il paese più stupido del mondo”, dice che è impossibile per uno scrittore andare in quel paese e non tornare con un taccuino pieno di appunti. In effetti, è così. Tra l’altro, proprio come accade in India, l’incontro con l’altro è molto forte e fonte di ispirazione.

Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone - Luca Buonaguidi

A proposito di incontri, quale accoglienza si riceve?
Straordinaria. Ho alloggiato spesso in abitazioni private e ho avuto modo di confrontarmi con le famiglie. Il sentimento di ospitalità fa parte della cultura giapponese, al punto che non è raro entrare in un ristorante, chiedere un’informazione e vedere il cuoco che interrompe il suo lavoro per accompagnarti o darti indicazioni. È difficile capire se questa accoglienza faccia parte del forte senso del dovere che regna nel paese oppure sia qualcosa di più genuino. Rispetto all’India, dove avverti un calore umano quasi mediterraneo, qui senti una seduzione di fondo, un desiderio di farti amare il loro mondo.

In una poesia dici: “Viaggiare da soli insegna a stupirsi della propria ombra”. È proprio così?
Di solito, tendiamo a riempire di contenuti la routine quotidiana. Anche quando restiamo a casa, siamo perennemente connessi ad Internet, parte di una comunità, seppure virtuale. Quando viaggi da solo, invece, e ti ritrovi lontano da casa e da tutto ciò che ti è caro, recuperi lo stupore, anche quello per la tua stessa ombra, che ti cammina sempre accanto eppure raramente osserviamo.

Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone - Luca Buonaguidi

Un’altra frase: “Viaggiare è essere vivo e morto insieme”.
Sì, vivere e morire rappresentano i due estremi dell’esistenza, le uniche certezze che abbiamo e di cui paradossalmente sappiamo meno. Lo spazio che sta in mezzo è ciò che siamo e il viaggio ti consente di attraversarlo.

Dopo il viaggio in Giappone, ne hai fatti altri?
Sì, ho viaggiato per circa 300 giorni dall’India a San Pietroburgo, spostandomi per la maggior parte via terra: una sorta di Grand Tour dell’Asia. Adesso sto lavorando a un diario di viaggio, questa volta in prosa, che ripercorrerà anche le esperienze di altri scrittori che si sono cimentati con quel tragitto. Michel Onfray afferma che la prosa espone in maniera “più diluita ciò che il poeta trasfigura in bagliori”. Ecco, dopo i bagliori voglio cimentarmi in qualcosa di nuovo, sempre mantenendo lo stupore per la scoperta.

Paola Rinaldi

Luca Buonaguidi

Sulla pagina FB di Luca le date delle presentazioni del libro