L’arte dell’abito nel Regno di Tonga

Per approcciare il tema dell’abbigliamento nella Tonga contemporanea bisogna partire dalle origini.
Le prime testimonianze ci giungono copiose dai fitti e descrittivi diari del capitano James Cook, passato attraverso le Tonga in occasione delle sue ultime due spedizioni nel Pacifico, tra il 1773 e il 1777.
Altri importantissimi documenti storici sulla vita pre-cristiana delle Isole del Pacifico sono i resoconti di William Mariner, adolescente inglese adottato dal capo tongano Finau che visse in un forzato soggiorno “regale” per ben quattro anni.

The Tonga Book, Paul W. Dale Fideli Publishing, 2008
William Mariner indossa lo ngatu.
Immagine da The Tonga Book,
Paul W. Dale, Fideli Publishing, 2008

Queste fonti, messe a confronto con i dati dell’osservazione diretta e delle interviste, mi hanno permesso di delineare un quadro storico, fondamentale nell’analisi dell’abbigliamento nella Tonga moderna.
I vestiti indossati dai Tongani, all’epoca delle grandi esplorazioni marittime europee, consistevano in un pezzo di stoffa o di stuoia avvolto intorno alla vita, che dal petto giungeva fin sotto le ginocchia, senza distinzione di genere.
Le stuoie più sottili venivano utilizzate come vesti, mentre quelle più spesse come coperte; questa usanza permane a Tonga ancor oggi: le stuoie intrecciate per uso vestiario si chiamano ta’ovala e costituiscono l’abbigliamento formale tongano.
Cook ci descrive anche il celebre tapa, una stoffa di corteccia anch’essa utilizzata come abbigliamento o come “tappeto”. In passato, il tapa indossato, chiamato ngatu, non veniva dipinto ma lasciato del suo colore naturale affinché risultasse più morbido; era legato in vita e scendeva fino ai piedi, come si può constatare anche nella celebre immagine di William Mariner in abiti tradizionali.

L’arrivo dei missionari influenzò profondamente le culture locali native.
A Tonga la grande conversione religiosa iniziò nel 1826 con la fondazione della missione wesleyana e la conversione del capo tongano Tāufa’āhau, battezzato Siaosi (George) Tupou, che fu abile nell’utilizzare il Cristianesimo come pedina unificatrice del regno.
Da allora l’influenza missionaria fu totale e l’abbigliamento, in quanto simbolo sociale e carta identitaria del portatore, non fece eccezione: l’inarrestabile processo di “civilizzazione” portò a “vestire gli ignudi”.

Tonga. Donne tongane con vestito e ta’ovala.
Giovani donne tongane con vestito e ta’ovala.
La prima a destra indossa vestito e kiekie. (Foto GP Orbassano)

Alle Tonga, i lunghi camicioni di cotone portati dai missionari non ebbero successo, ma in compenso, per questioni di pudore, la lunghezza del tapa venne estesa in modo da coprire petto, seni, vita e ginocchia.
Alla stuoia ta’ovala, invece, portata dalla vita fino alle ginocchia, si aggiunse una maglietta che copriva le spalle e una gonna sottostante chiamata tupenu.
I capelli vennero fatti crescere, alla moda occidentale, portati legati e sciolti sono in occasioni circoscritte (ad esempio per ballare alcune danze tradizionali, perché simbolo di sensualità e libertà) o tagliati corti solo a seguito della morte di un parente stretto.

Le modifiche introdotte dai missionari furono accettate dai tongani anche come simbolo di promozione sociale e nuovo status, ma non in maniera passiva.
Ta’ovala e ngatu, infatti, facendo tesoro delle influenze occidentali, si sono trasformati in sempre nuove forme creative, mantenendo un costante dialogo con il passato, ma anche inglobando e “tonganizzando” i nuovi elementi stranieri.
Questo processo di adozione non era per nulla sconosciuto in Polinesia, dove da sempre ci si scambiavano conoscenze e invenzioni tra i vicini arcipelaghi, in particolare tra Tonga, Samoa e Figi.
Il tapa, ad esempio, è presente in tutta la Polinesia, seppur con nomi diversi, e pare che il ta’ovala stesso abbia derivazione samoana.

Tonga. Cantanti indossano vestito e kiekie.
Cantanti tongane indossano vestito e kiekie in occasione di una conferenza.
(Foto GP Orbassano)

A Tonga uomini e donne non possono mostrarsi in pubblico a busto scoperto, è una questione legislativa e non solo culturale, poiché “si può anche finire in prigione”, come mi ha raccontato un informatore.
Uomini e donne si coprono e nascondono la propria pelle al pubblico sguardo, poiché la sua esposizione è considerata un gesto irrispettoso.
Le donne devono coprirsi spalle e ginocchia e possibilmente anche le caviglie; tuttavia, una ragazza che mette un po’ in mostra un bel paio di gambe alla tongana è tollerabile, perché sono belle da vedere e perché è giovane.

Tonga. Kiekie al mercato di Nuku’alofa
Due esempi di kiekie al mercato di Nuku’alofa. (Foto B. Maolucci)

Da quello che ho potuto osservare però, la moda attuale giovanile non scopre ma piuttosto fascia le cosce in uno strettissimo paio di jeans.
Ricordo di essermi chiesta come potessero indossarli con tale disinvoltura, valutando il caratteristico clima tropicale tongano, che tocca i 35 gradi all’ombra, con un tasso di umidità così elevato da incollare praticamente i vestiti al corpo.
Evidentemente l’antico proverbio ha valore interculturale: “Chi bella vuole apparire, un poco deve soffrire!”.
E in effetti, non è argomento da sottovalutare: l’abbigliamento in quanto ornamento non è scelto solo per comodità o per sopravvivenza; anzi, risulta spesso antifunzionale e assume valore culturale proprio nella plasmazione corporea dell’individuo.

Tonga. Antico ta’uvala di Moana Guttenbeil
Antico ta’uvala di Moana Guttenbeil, intrecciato finemente in kie.
(Foto B. Maolucci)

Dalla mia ricerca è emerso che solo in occasione della danza tau’olunga alle giovani vergini ballerine sia permesso mostrare la propria bellezza scoprendo spalle e ginocchia.
Per quanto concerne gli uomini, anch’essi non esibiscono la propria pelle nuda in pubblico ad eccezione di rari casi, quali le danze ‘tradizionali’ dopo l’allenamento serale di rugby.
Le cosce restano infatti coperte dalla gonna tupenu, che arriva sotto le ginocchia, abbinata a camice o magliette.
Sebbene l’attenzione a non scoprire il corpo sia intergenerazionale, le generazioni più anziane denunciano una perdita del buon costume, portando ad esempio le adolescenti che indossano mise succinte il sabato sera, quando vanno a ballare.

Tonga. Passatoia in tapa per la nobiltà reale
Passatoia in tapa per far camminare la nobiltà reale. (Foto GP Orbassano)

Nella Tonga odierna la moda occidentale gode di un ampio spazio.
Al mercato del sabato mattina si possono acquistare, a basso costo, abbigliamenti alla moda provenienti da Australia, Nuova Zelanda e U.S.A.; la maggior parte di questi sono inviati dai parenti tongani che vivono all’estero, per essere venduti sul mercato.
Tra queste vesti però, circolano contemporaneamente anche quelle definite “tradizionali” tongane: il ta’ovala e lo ngatu.
Queste sono considerate koloa, oggetti di valore, doni cerimoniali, doti, trasmesse di generazione in generazione. Non esiste tongano che non sia stato presentato in pubblico senza queste stuoie o tessuti simboli di status sociale.
Le diversità gerarchiche caratteristiche della società tongana sono anch’esse rappresentate attraverso i diversi tipi di abbigliamento.

Oggi i tongani possono scegliere liberamente se indossare o meno ta’ovala o ngatu nella vita di tutti i giorni, ma ci sono occasioni particolari in cui tutti, indistintamente, li indossano: danze cerimoniali, funerali e tutte quelle occasioni formali come l’incontro con una persona importante.
Passeggiando per Nuku’alofa si possono facilmente osservare eleganti uomini diretti ai loro uffici in divisa da lavoro: camicia e cravatta sopra la cinta, tupenu e ta’ovala sotto; stessa cosa per le donne.
Questo completo risulta sul corpo tongano di eleganza assoluta, tanto quanto buffo se indossato da noi palani, stranieri.

Tonga. Hala Paini esposto all’Auckland Museum
Hala Paini, uno dei tapa più popolari, esposto all’Auckland Museum.
(Foto B. Maolucci)

Tapa e stuoie, dunque, sono da sempre considerati a Tonga oggetti artistici di alto valore e preziosi oggetti da donare, soprattutto in occasioni cerimoniali quali matrimoni e funerali.
Tengo però a mettere in risalto una nuova tendenza sviluppatasi con l’introduzione del denaro nella società del dono tongana.
Oggi, al contrario del passato, ngatu e stuoie sono veramente troppo costosi per le tasche di molti tongani e non tutti si possono permettere di donarli.
Così, per le occasioni cerimoniali come matrimoni e funerali, è subentrato un nuovo oggetto di dono: il denaro. I tongani hanno creativamente “risemantizzato” e riadattato banconote e bustarelle a doni cerimoniali.
Decorate con piccoli pezzi di tapa, alle buste di soldi non viene attribuito un vero valore economico ma solo simbolico, è cambiato solo il mezzo, la banconota, ma non l’intento.
Ci troviamo davanti a forme di risemantizzazione del denaro.

Beatrice Maolucci

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