I Buzù

Quando arrivai al pozzo di Assaouas, vicino ad Agades, il Niger e tutto il Sahel erano alla fine della Grande Carestia degli Anni ’70. Era come la fine del mondo. Sabbia e spine, con ossa calcinate per decorazione. Il terreno, già uno dei meno fertili del mondo, era letteralmente volato via sotto la spinta ininterrotta di un vento reso violento dalle tremende escursioni termiche e dall’assenza di ripari vegetali. Le spire di humus rinsecchito in continuo movimento a livello del suolo ricordavano l’iconografia delle maledizioni bibliche al popolo d’Egitto. Da allora, per me come per molti altri, il Sahel è stato sinonimo di fame e di sete.

Ad Assaouas c’era una caricatura di pozzo: un buco profondo più di 30 metri, tenuto insieme da un intreccio di pali che sarebbe piaciuto al Guarini (la cui cupola nella cappella della Sindone di Torino ha la stessa struttura). Al fondo l’otre, ricavato da una camera d’aria, riusciva a dragare un po’ di melma. Mi sorprese qui l’uso della camera d’aria, assai diffuso altrove: con tutte quelle capre morte da secoli non sarebbe dovuta mancare la pelle, materia prima dell’otre tradizionale. «Ghirba» è un’europeizzazione fonetica di una parola araba che significa «pelle», da cui l’espressione «salvarsi la ghirba».

Qui, ad Assaouas, alcuni esseri umani riuscivano a farlo, anche se tagliati fuori dal gran valzer degli aiuti internazionali: come si dice in Africa, «il modo di prendere i soldi dai poveri dei Paesi ricchi per darli ai ricchi dei Paesi poveri». Posi al primo che mi venne incontro (era vestito con stracci europei) la solita domanda africana: «Di che tribù sei?». «Buzù», rispose. «Avete del sale?».

Talvolta, per gli schiavi, il problema primario di sopravvivenza è la libertà. Privati della loro identità culturale, lontani dalle loro terre, costretti a vivere in un ambiente alieno e spesso ostile, gli schiavi dovrebbero anche essere profondamente grati a chi gli dice, magnanimamente e con una certa ipocrisia (buona parte della liberazione degli schiavi in Africa è dovuta all’intenzione delle potenze coloniali di indebolire le etnie dominanti, quelle che potevano permettersi gli schiavi, e di minarne le possibilità economiche): «Vai. Da oggi sei un uomo libero».

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Lo schema di funzionamento di un pozzo del Sahel: un otre in pelle viene calato con la carrucola mentre un’altra corda ne tiene l’imboccatura sopra il livello dell’acqua; quando l’otre riemerge la seconda corda viene allentata liberando l’acqua. A sinistra, nel disegno, la mappa delle isoiete (linee che uniscono i punti a pari caduta di pioggia) del Niger: a 300 mm si ha una vegetazione di acacie; tra 400 e 600 mm savana e allevamento; a 800 mm anche orticoltura. (© A. Salza)

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I Buzù sono degli ex schiavi. Catturati o comprati dai Tuareg durante le razzie e i mercati al sud (in arabo Sudan significa «il paese dei negri»), appartenevano essenzialmente ai gruppi haussa della Nigeria. I nobili tuareg avevano bisogno di chi coltivasse le oasi (anche i duchi mangiano datteri) e spaccasse i blocchi di sale che tanta parte avevano nell’economia sahariana. In cambio gli abitanti forzati delle oasi ricevevano la solita protezione e un quinto del raccolto. Non era poi una situazione troppo tremenda: in fondo gli oppressori passavano tutto il loro tempo nel deserto (un vero tuareg non avrebbe mai piantato la sua tenda in un’oasi) e i Buzù potevano metter su famiglia senza correre il rischio di essere venduti, come capitava nelle piantagioni americane.

I guai dei Buzù cominciarono con la liberazione. Dopo secoli, ormai, i vari schiavi negri, di etnie e lingue diversissime, avevano una cultura uniforme. I negri ormai parlavano solo il tamashek, la lingua dei Tuareg, si vestivano col velo (utile nel deserto, peraltro), erano musulmani. Erano diventati quelli che Malcom X, l’apostolo del Potere Nero americano, chiamava con splendida intuizione «i negri di casa», che non sarebbero tornati volentieri tra i «negri di campo».

Era peraltro ovvio che gli ex-schiavi non potessero fermarsi nelle oasi, destinate ai pied-noirs o ai nuovi burocrati. La liberazione degli schiavi, che si facevano chiamare collettivamente Buzù, li proiettò in un mondo veramente ostile e senza alcuna soluzione socioculturale prefigurata. Non potevano nemmeno tornare alle proprie case. Dopo quasi un secolo di libertà, oggi i Buzù rappresentano un’interessantissima anomalia del Sahel. Come tutti coloro che non hanno né tradizioni, né nulla da perdere, gli ex schiavi neri si sono dedicati a scoprire soluzioni multiple e non stereotipe per il problema della sopravvivenza nel deserto.

Prendete Assaouas: undici capanne con 21 adulti. Come capita sempre, i bambini non sono riuscito a contarli. L’accampamento è disposto linearmente, come fanno i nomadi delle carovane. Ma ormai i Buzù sono praticamente sedentarizzati. Se glielo chiedi, ti dicono di essere pastori, ma le loro greggi sono lontane. La loro principale fonte economica è rappresentata da un inverosimile autocarro che lavora cinque giorni la settimana a Niamey, capitale del Niger. L’uomo in stracci col quale abbiamo parlato per primo è, appunto, il camionista. È l’unico a parlare francese. Il camion è comunque proprietà comune e i profitti del suo lavoro vengono divisi.

Il camion permette anche di mantenere l’ideologia degli ex padroni. Il territorio rimane spazio di transito e non di residenza. I mezzi di sussistenza non vengono cioè dal territorio, ma dal suo attraversamento: il concetto di carovana. Paradossalmente, però, un mezzo così moderno come il camion di Assaouas, che pure ha portato gli abitanti ad ampliare il potenziale di spostamento nella distanza, nel peso trasportato, nell’ingombro e nella fatica dell’operazione, li ha anche maggiormente legati al territorio: il camion non può lavorare dove vivono gli abitanti, e viceversa.

Con estremo spirito innovativo e con una brillante soluzione legata a uno pseudo nomadismo più culturale che economico, i Buzù di Assaouas hanno anche inventato una novità per l’Africa: il modulo abitativo. La tenda dei Tuareg, in pelle, è estremamente costosa (occorre molto bestiame e, nel Sahel della sete, il troppo bestiame equivale alla morte ambientale). D’altra parte, come nella distribuzione del villaggio, il buzù non rinuncia allo sforzo di identificarsi col padrone. Allora si tratta di utilizzare coperture meno costose della pelle e facilmente trasportabili.

Una striscia di materiale vegetale intrecciato, larga una decina di centimetri, diventa il materiale più facile da ottenere, anche in tempi di feroce carestia. La striscia viene collegata a spirale in modo da costituire una stuoia non tessuta o intrecciata. La capanna, che è più propriamente una camera da letto, è così costituita da una palizzata di elementi arborei, in cui è proprio la biforcazione ramosa a costituire l’elemento costruttivo portante. Su questa palificazione poco profonda si appoggiano le stuoie a spirale che diventano il modulo costruttivo eventualmente spostato per la transumanza.

Ogni stuoia assolve due funzioni: di copertura laterale, ma anche di irrigidimento verticale, che viene definitivamente sancito dal modulo «tetto», ottenuto con le stesse stuoie che hanno il compito di legare l’intera struttura.

Un poco più a sudest altri schiavi dei Tuareg sono riusciti a creare un compromesso tra nomadismo e agricoltura. Nel villaggio agricolo (garin gana, in lingua haussa) di Issumufu Bougajè, a 70 km da Zinder, sempre in Niger, i Buzù hanno trovato un compromesso ottimale tra povertà del terreno, cultura agricola e bisogno socioculturale (imposto dai padroni Tuareg) di apparire nomadi.

La terra del Sahel, l’abbiamo già detto, è la più povera dell’Africa. Basterebbero pochi mesi di sfruttamento intensivo a distruggerne il potenziale nutritizio. A questo scopo i fertilizzanti diventano indispensabili. D’altra parte l’economia nomade è basata sul bestiame, miniera ambulante di fosfati, indispensabili in agricoltura. E allora vedetevi una nuova invenzione buzù. Una fila di case orientata, più o meno, da nord a sud. Le case sono i tipici tukul: un cilindro sovrastato da un tetto conico. Il tutto in materiale povero e facilmente reperibile in zona. Dietro alle case ponete il recinto del bestiame, mucche e capre. Poi inserite, sempre verso ovest, una siepe, per tenere lontane le capre dai campi che si estendono in lunghe strisce alle spalle delle siepi stesse.

Ogni anno spostate le case (del diametro di 2-3 metri) di 100-300 metri, seguendo la direzione indicata dai campi. A ogni tappa l’insediamento abitativo buzù si allinea in direzione nord-sud circa. In questo modo le nuove colture vengono a trovarsi nella zona concimata dai recinti del bestiame, mentre i vecchi campi vengono lasciati a maggese. L’andamento, anno per anno, è proprio simile a quello di un telaio. Le linee delle tappe successive, che si ripetono in un ciclo di dodici anni (arrivati in fondo si riparte verso ovest; l’unico limite è imposto dalla coltivabilità del terreno), sono segnate dai granai abbandonati e dalla presenza di alberi.

Questo andamento a pettine è una vera e propria innovazione nel Sahel. In un terreno totalmente deprivato si possono ottenere rese impensate: prendiamo un campo di 35 ettari, di cui 13 lasciati a maggese: altri 4,5 ettari sono stati lasciati in prestito d’uso. Se avete seminato dieci chili e mezzo di miglio ne ricaverete 1820 kg (se le piogge sono normali). Lo stesso campo, con l’investimento di 6,7 kg di sorgo (un altro cereale affine al miglio), 60 kg di arachidi e 5 di niebé (fagioli), vi darà 390 kg di sorgo, 720 di arachidi e 195 di niebé. Una resa assolutamente incredibile per un terreno saheliano a scarsa irrigazione.

Oggi questi Buzù innovativi e creativi potrebbero rappresentare l’avvenire di un’Africa alla ricerca disperata di soluzioni autonome per lo sviluppo. Eppure nessuno vuole dare ascolto a degli ex-schiavi. È meglio morire di fame o di sclerosi culturale, nella migliore delle ipotesi. Pensate che l’ultima volta in cui mi sono informato del villaggio di Issumufu, mi hanno detto che la coltivazione «a pettine» aveva grossi problemi. Le leggi francesi, adottate dal governo del Niger, sancivano una successione ereditaria della terra che spezzettava i lunghi campi comunitari (i denti del pettine) in unità singole tra gli eredi dopo la morte di un capofamiglia, secondo il modello occidentale. Ma in questo modo si impedisce lo sviluppo dell’agricoltura itinerante e si ammazza il terreno.

D’altra parte cosa volete aspettarvi da un capo villaggio come quello di Issumufu, che si è fatto costruire una casa rettangolare ai limiti meridionali delle concessioni? Anche gli ex schiavi, come diceva Lincoln, dovrebbero avere diritto a un mulo e a due acri di terreno per affrontare la libertà.

Alberto Salza

Niger. Villaggio buzù presso il pozzo Assaouas (Agades)

Il villaggio buzù nei pressi del pozzo di Assaouas vicino ad Agades, in Niger, con le capanne allineate (sul fondo) e il camion che, insieme alle capre, costituisce la principale risorsa per l’economia della tribù. In primo piano, una donna pesta il miglio in un mortaio davanti alla caratteristica abitazione buzù, costituita da stuoie ottenute con una striscia di materiale vegetale intrecciato avvolta a spirale; le stuoie vengono montate su una struttura fatta di rami di acacia, molto flessibili e leggeri. (© A. Salza)

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