Le danze tongane: musica, poesia e movimento

Tonga. Tu’imala Kaho danza la sua ta’ulunga “Lose ofa’anga”
Tu’imala Kaho, celebre cantante e ballerina tongana, mentre danza la sua ta’ulunga “Lose ofa’anga” e mima il “neu mohe”: “mentre andavo a dormire”.
(Foto Moana Guttenbeil)

La danza è parte integrante della cultura, della società e della storia di Tonga. Fatto che risulta subito evidente non appena ci si addentri nel panorama culturale locale: si balla in occasione di qualsiasi cerimonia, grandi o piccoli eventi, per l’accoglienza ai turisti o in onore di persone socialmente importanti.
Danzando i tongani si mostrano al meglio: la loro sensibilità e allegria, la loro anima ed energia, la loro eleganza e bellezza; quale migliore presentazione? E se si danza si suona, se si suona si canta, se si canta si recitano poesie.
E se non si balla, non si suona e non si canta, allora se ne parla.

Nel mio viaggio, alla scoperta dei costumi indossati per ballare, ho ovviamente attraversato un lungo percorso alla scoperta del mondo della danza e quindi della musica e della poesia a Tonga.
Questi tre elementi sono infatti incredibilmente interconnessi e occupano nella società e nella cultura tongana un posto di grande valore e importanza.

Tonga. Fakapale donato a un alunno della scuola Ocean of Light
Esempio di fakapale donato a un alunno della scuola Ocean of Light in occasione di una rappresentazione di danza studentesca. (Foto GP Orbassano)

A Tonga la danza è considerata una vera e propria arte, che convoglia in sé una grande quantità di messaggi storici, culturali, sociali e politici: dai significati metaforici racchiusi nel testo delle canzoni a quelli insiti in ogni singolo movimento, dalle posizioni coreografiche simbolo di status sociale ai costumi indossati perché rappresentativi dei villaggi, dall’eleganza delle danzatrici – espressione di bellezza – all’energia dei danzatori, simbolo di forza.
Ecco perché queste danze sono state spesso fraintese dall’osservatore straniero e frequentemente considerate troppo lunghe e noiose.

L’arte non ha un linguaggio universale: un turista non potrà provare la stessa empatia di uno spettatore tongano di fronte a una rappresentazione di danza tongana; le emozioni che proverà nell’osservare la performance saranno dettate dalla sua sensibilità personale ma anche e soprattutto dal suo bagaglio culturale.
Come farà ad esempio lo spettatore straniero a comprendere le parole del testo delle canzoni? Il testo è la parte fondamentale per la comprensione storica e culturale delle rappresentazioni, mentre la musica e i movimenti sono considerati “decorazioni” secondarie e terziarie della letteratura orale.

Tonga. Bambine della Ocean of Light mettono in mostra i loro tekiteki
Bambine della Ocean of Light Primary School, abbigliate per una celebrazione scolastica di danza, mettono in mostra i loro tekiteki dalle diverse forme, materiali e colori. (Foto GP Orbassano)

In realtà il tema “danza” nelle Isole Tonga è molto più complesso di quanto un semplice osservatore possa immaginare.
In molte società e molte culture, come quella tongana, la danza è molto più di un divertimento o di un gioco: è arte, ma soprattutto è simbolo culturale e identitario.
La danza per i tongani è cosa seria e non è legata a questioni di “sangue”, ossia di abilità naturali dipendenti da un’abilità genetica e etnica.

È luogo comune sostenere che i danzatori, a Tonga come altrove (ad esempio in Africa) abbiano la “danza nel sangue”, ma questo significa sminuire anni di studio, preparazione e lavoro.
La danza, come qualunque altra pratica corporea e culturale, necessita di attenta analisi degli intenti, preparazione, allenamento ed esercizio di memoria: ovvero, “sudore e lacrime”, come si dice.
Non tenere in considerazione questi elementi, significa sminuire la dimensione culturale del corpo.

Tonga. Miss Tau’olunga indossa un tekiteki decorato con un piume rosse kula
Miss Tau’olunga indossa un tekiteki costituito da una penna di uccello e decorato vicino all’orecchio con un “mazzo” di piume rosse kula. (Foto di B. Maolucci)

Molti dei miei informatori, infatti, tengono a sottolineare quanto ballare a Tonga non sia una questione di “naturalità”, quanto piuttosto il risultato di un difficile e complesso percorso di apprendimento.
Ballare in occasione delle grandi celebrazioni nazionali (kātoaga) prevede un duro e lungo periodo di prove, che varia dai sei mesi a un anno.
I tongani non hanno dunque la danza nel sangue: piuttosto, si potrebbe dire che la danza è culturalmente intrecciata e scolpita sul corpo tongano, così come un ta’ovala è il frutto di un lungo ed elaborato lavoro che rende fiero l’artista.

Tutta questa complessità è anche evidente da un punto di vista terminologico. In tongano non esiste una parola corrispondente al concetto occidentale di “danza”. Esiste un termine più generico “faiva” la cui possibile traduzione è “creare il tempo nello spazio”, e che indica tre arti performative: la poesia (faiva ta’anga), la musica (faiva hiva) e la danza (faiva haka).
La danza è ciò che letteralmente scandisce il tempo nello spazio attraverso il movimento, il verbo haka significa infatti muovere le mani ritmicamente mentre si canta.

Tonga. Danzatrice di floorshow con decorazione polinesiana
Danzatrice di floorshow con due fiori dietro l’orecchio, decorazione polinesiana chiamata sei.
(Foto B. Maolucci)

La danza a Tonga nasce proprio in associazione tra le parole e la musica. I movimenti e i gesti delle mani e delle braccia sono studiati per mimare la parola o il concetto cantato.
Bisogna però tenere presente che una poesia tongana, per essere considerata tale, deve essere scritta in maniera allusiva attraverso l’utilizzo di immagini metaforiche, in tongano heliaki, termine solitamente tradotto con “non andando al punto” o “dire qualcosa che significa qualcos’altro”.
Heliaki è infatti un principio estetico che viene reso poeticamente attraverso metafore di fiori, uccelli, astri e luoghi, che si riferiscono però a persone (molto frequentemente un nobile o un membro della famiglia reale) o a genealogie, soggetti della canzone a cui viene reso onore durante l’esibizione celebrativa.
Esiste dunque, oltre a un determinato linguaggio utilizzato per la famiglia reale, anche una specifica gestualità di rispetto e onore per i capi.

Non esistono, comunque, solo canzoni e poesie scritte in onore del Re Tu’i Tonga.
La famosa compositrice e ballerina Tu’imala Kaho, celebre in tutto il Pacifico (che ho avuto l’onore e il piacere di incontrare), ha scritto molte canzoni popolari dedicate ad amori irraggiungibili o affetti perduti.

“Lose ofa’anga”, per esempio, è una dolcissima canzone dedicata al fidanzato (ofa’anga) lontano, paragonato ad una bellissima rosa (lose). I movimenti della danza tau’olunga che accompagnano la canzone mi sono stati insegnati da Tu’imala e mimano il significato delle parole. Per esempio, quando si canta “neu mohe”, ossia “stavo dormendo”, le mani giunte si appoggiano sull’orecchio sinistro e il capo si china da quel lato verso la spalla, mimando il gesto del dormire.

Tonga. Studenti della Ocean of Light abbigliati per un’esibizione di danza
Studenti della Ocean of Light Primary School abbigliati per un’esibizione scolastica di danza.
(Foto GP Orbassano)

Sono discorsi cantati con movimenti coreografati, metafore sociali che permettono di ricordare e storicizzare l’esibizione.
Anche le arti performative faiva dunque, come i tapa, hanno la stessa funzione di un libro: gli avvenimenti storici vengono rappresentati con i loro personaggi principali e in occasione di eventi importanti, che diventano essi stessi parte della cronaca storica e del ricordo.

I maestri compositori, specialisti in poesia, musica e coreografia, si chiamano punake.
Ho avuto il privilegio di incontrare alcuni di questi grandi personaggi e di intervistarli.
È emerso che un punake è innanzitutto un poeta, un narratore, uno specialista del settore.
È un’arte che si tramanda di padre in figlio e che necessita di alcune conoscenze specifiche per essere correttamente svolto.
Infatti bisogna saper raccontare metaforicamente attraverso gli heliaki e più indiretto sarà il componimento, più bella sarà la poesia o la canzone. Inoltre bisogna saper narrare con il giusto linguaggio perché ci sono determinate terminologie che vanno utilizzate nel rivolgersi ad un nobile ed altre nel rivolgersi ad un Re, e non bisogna mescolarle e fare confusione.
Un bravo punake conosce molto bene questi diversi linguaggi tripartiti (reale-nobile-comune) che vengono tramandati di generazione in generazione.
Tale patrimonio è soprattutto conoscenza degli anziani, che criticano fortemente le nuove generazioni e di conseguenza le nuove composizioni.

Tonga. Danzatrice di tau’olunga indossa un ngatu con kupesi manulua e simbologia di animali
Danzatrice di tau’olunga indossa un ngatu con kupesi manulua e simbologia di vari animali. L’acconciatura è fatta in tapa, decorata con conchiglie e piume,
nere e fucsia. (Foto B. Maolucci)

Il punake potrà poi decidere di comporre anche melodie e polifonie, oppure potrà delegare al compito un altro specialista; infine saranno create le coreografie di danza, e anche in questo caso starà al punake scegliere se crearle egli stesso (frequente) o se delegare il lavoro ad un altro esperto dell’arte del movimento.
I compositori sono di solito gli stessi insegnanti del gruppo di danza: è possibile delegare ad altri anche questo ruolo, se si è impossibilitati e magari troppo anziani per sostenerlo.
È però difficile che venga assegnato a qualcun altro il privilegio di condurre l’esibizione durante la cerimonia.
Il punake sarà infatti colui che presenterà il proprio gruppo di danza, il villaggio di provenienza e la danza rappresentata, andando poi a posizionarsi tra i danzatori e i musicisti, a condurre battendo il tempo e cantando con enfasi la propria composizione.

Ho parlato di punake al maschile per una questione di comodità linguistica, ma tengo a specificare che i punake possono essere di ambo i generi.
La Regina Sālote fu la maggiore compositrice del XX secolo, fu lei a comporre la lakalaka nella sua forma attuale, ricca di riferimenti storici e genealogici a luoghi e persone, sempre in forma metaforica.

Beatrice Maolucci