Tonga, un mare di isole

Tramonto a Vaini, sull’isola di Tongatapu. (Foto B. Maolucci)

Il Regno di Tonga si trova nel remoto Pacifico sud-occidentale, così lontano da non suscitare il minimo interesse in occidente. Proprio qualche mese fa, il ciclone Ian, forza 5, soffiando a 300 chilometri orari, ha distrutto l’arcipelago delle Ha’apai. Ben l’ottanta per cento delle abitazioni sono scomparse sotto la potenza dei venti e ci sono state purtroppo anche alcune vittime. Nemmeno una riga è stata pubblicata sui media americani ed europei. La Polinesia viene infatti considerata (o meglio non-considerata) come il buco della ciambella, un “vuoto di mare” nel planisfero.

Come invece scopriremo, l’Oceania, la Polinesia e nello specifico le Isole Tonga, non sono isole immerse nel mare, secondo una vecchia visione eurocentrica, ma piuttosto come un mare di isole che partecipa con forza al “banchetto della modernità”, pur mantenendo vive le proprie tradizioni storiche e culture ancestrali.

Per raggiungere le Isole Tonga dall’Italia si impiegano ben tre giorni di viaggio e questo certamente non aiuta a gettare ponti culturali, turistici o d’informazione tra i due paesi.
L’interminabile viaggio aereo è come un limbo che prepara al distacco; un taglio globale: sociale, linguistico, etnico, storico, geografico, climatico e quindi culturale.
Si atterra sull’isola dove sorge la capitale, Tongatapu, e aperti i portelloni si viene investiti da un profumo dolciastro e inebriante: è l’odore dei fiori del Pacifico, dell’olio di cocco spalmato sulla pelle, della frutta che marcisce al sole, del caldo-umido del mare, delle foglie di pandano lasciate a essiccare. È l’odore di Tonga.

Laguna di Vaini al tramonto, sull’isola di Tongatapu. (Foto GP Orbassano)
Laguna di Vaini al tramonto, sull’isola di Tongatapu. (Foto GP Orbassano)

Perché Tonga?

Tonga. Trilithon a Niutoua, Tongatapu.
Giovane ragazza tongana con collana di foglie lomaile; sullo sfondo il celebre Trilithon, a Niutoua,Tongatapu. (Foto GP Orbassano)

Ho visitato per la prima volta l’arcipelago nel 2007, come visita di piacere. Nel febbraio 2012 sono invece sbarcata a Tongatapu con l’intento di condurre una ricerca etnologica di tre mesi, per studiare danze e costumi: una prima ricognizione sul campo in vista della mia tesi di laurea specialistica in antropologia.

Il momento in cui uno studente si trova a mettere in pratica anni di letture e studi a tavolino non è mai graduale, ma piuttosto improvviso. Malgrado si raccolgano tutti i dati immagazzinati nel corso degli anni universitari, si cerchi con difficoltà di ordinare i pensieri, di prepararsi psicologicamente e fisicamente, mescolando speranze, aspettative e paure, non esiste lettura o studio di esperienza altrui che possa prepararti e addolcire la pillola della prima esperienza sul campo.

In tutto il mondo vengono celebrati i momenti importanti e sottolineati i passaggi della vita con riti di iniziazione, di transizione, di trapasso, con momenti traumatici e “tagli” netti con la vita precedente. E forse è proprio così che deve essere: non si è mai pronti abbastanza per affrontare l’esistenza.

Tonga, Nuku’alofa.
Nuku’alofa. Ritorno da un’esibizione di danza in abiti cerimoniali.
(Foto GP Orbassano)

Il Regno di Tonga non è stato il mio primo campo di ricerca: il mio primo “passaggio” è avvenuto in terra africana, sulle sponde del Lago Turkana, nel giugno-settembre 2010: un uragano di esperienze che ha distrutto sogni e certezze, studi e conoscenze.

Le migliori rinascite però, seguono proprio le grandi catastrofi; così, dopo aver metabolizzato l’esperienza, ho potuto completare il mio rituale di passaggio, eludendo le trappole e traendone i migliori insegnamenti. Sono partita per le Tonga finalmente sola, carica di aspettative, timori e inadeguatezze, ma sono tornata con un bagaglio di conoscenze che forse solo chi ha vissuto una full immersion etnologica può comprendere.

L’incontro, l’impatto con una cultura totalmente diversa è arricchimento osmotico per chi la osserva e la vive in prima persona. Alcuni la consideravano una bella vacanza in Polinesia e altri pensavano che scegliere una meta “facile” come l’Oceania mi avrebbe classificato come “antropologa da spiaggia”: non è stato così, anzi, la navigazione in quel mare di sole, frastagliato e complesso, è stata un’esperienza  affascinante e creativa.

Tra mito e realtà 

Tonga. Nuku'alofa, Royal Palace gate.
Nuku’alofa, Royal Palace gate. Sul cancello del Palazzo Reale spicca lo stemma tongano costituito da tre spade incrociate rappresentanti le tre linee dinastiche unite nello stato (la corona), la colomba che rappresenta il Cristianesimo, tre stelle rappresentanti i tre arcipelaghi tongani (Tongatapu, Vava’u e Ha’apai), la bandiera del Regno e il motto “ko e ‘Otua mo Tonga ko hoku Tofi’a”, ossia “Dio e Tonga sono il mio retaggio”. (Foto GP Orbassano)

“Friendly Arcipelago”: così il celebre esploratore, capitano James Cook, battezzò nel 1774 il gruppo delle isole Ha’apai. Il soprannome sarà poi esteso dagli europei a tutte le Isole Tonga, allora conosciute come le Isole dell’Amicizia. È così che si è probabilmente consolidato il mito del “buon selvaggio” e del “paradisiaco Pacifico”, concetti rafforzati dalle idealizzazioni pittoriche dei disegnatori che accompagnarono Cook nel suo viaggio.

La Polinesia era a quei tempi ancora avvolta nel velo romantico e mitico che idealizzava la vita “primitiva”: l’utopia del paradiso oceaniano e del “nobile selvaggio”, creata anni prima dal filosofo francese Jean Jacques Rousseau. Nei resoconti dei primi esploratori del Mare del Sud la Polinesia appariva un luogo idilliaco, un Eden dove vivevano popoli spensierati e felici. Ma la Polinesia, e Tonga, sono ben più di questo: ben più di spiagge bordate da palme, mare cristallino e abitanti amichevoli.

Esiste inoltre un altro potente stereotipo, opposto a quello appena descritto, che va tenuto in considerazione nella visione d’insieme dell’“altro” oceaniano: ossia l’immagine di un mondo contaminato da modernità e cemento, dove la tradizione e la vita secondo natura sarebbero andate irrimediabilmente perdute, schiacciate dall’introduzione del Cristianesimo, dal turismo e dalla tecnologia occidentale.

Spero di poter spiegare al lettore la fragilità di questi due pregiudizi e offrire ben altri punti di vista, che si discostino dai luoghi comuni.

Tonga. Decorazione con fiori di ibisco.
Tipica decorazione floreale tongana con fiori di ibisco. (Foto GP Orbassano)

Le Isole Tonga si trovano nel Pacifico sud-occidentale, a Nord della Nuova Zelanda. L’arcipelago costituisce l’apice di un triangolo, formato dalle Figi a ovest e dalle Samoa a nord-est, culturalmente collocato nell’area conosciuta come West Polynesia.

Tonga mostra con forza il suo carattere multiforme, anche geograficamente: è, infatti, ancora difficile valutare esattamente il numero delle isole che compongono il regno. A seconda che si includano o no nel novero delle isole i piccoli atollo o gli affioramenti sabbiosi disabitati, Tonga risulta composta dalle 150 alle 172 isole. Ciò che colpisce però, è che solo 36 siano stabilmente abitate.

Se valutiamo poi la superficie delle terre emerse (anche qui con non poche difficoltà), si tratta di 720 km²; ma calcolare l’entità di terra ferma oceaniana non rende certo giustizia alla realtà, poiché il mare è decisamente parte integrante di Tonga. Fondamentale per un equilibrio ambientale globale, è fonte di cibo e risorse di primaria importanza per le popolazioni locali.

Il mare “è” (ovvero, esiste) per gli oceaniani, che lo vivono e ne vivono: l’Oceano connette le isole, le acque collegano le terre emerse, che a loro volta intercettano e direzionano i flussi delle correnti. Come afferma Epeli Hau’ofa, celebre antropologo di origine tongana, “l’Oceania non è il buco nella ciambella”, non è un vuoto; e il Pacifico non è un insieme di “isole in un mare lontano” ma piuttosto “un mare di isole”. Da questo punto di vista, allora, è opportuno dichiarare che il Regno di Tonga si sviluppa su 362.500 km² di mare.

Tonga. Ta’ovala, abbigliamento formale di lutto.
Ragazzo con indosso un ta’ovala abbigliamento formale di lutto, simbolo della propria inferiorità nei confronti del defunto. (Foto di GP Orbassano)

Le isole si collocano su due linee parallele, da nord a sud; le isole a sud-ovest sono prevalentemente vulcaniche, mentre quelle verso nord-est sono coralline, fatto che determina diversità paesaggistiche ma anche economiche.

Le isole Tonga sono posizionate sul bordo orientale della zolla australiana, nell’esatto punto di frizione con la zolla del Pacifico, il che spiegherebbe i frequenti terremoti che caratterizzano la zona. Nello specifico, tutte le isole nascono da una sovrapposizione di ceneri vulcaniche: alcune sono cresciute superando il livello del mare e formando isole calcaree (come Tongatapu), altre sono semplici atolli di sabbia con base corallina, ma con ricchi e profondi suoli vulcanici.

Le isole vulcaniche sono più alte di quelle coralline, solitamente non hanno reef (barriere coralline) e risultano difficilmente accessibili nella maggioranza dei casi. La maggior parte delle isole coralline sono invece circondate da una o più barriere e le lagune che si formano tra la costa e la barriera sono importanti fonti di cibo, come pesci e molluschi.

Se la geologia ricostruisce così la nascita dell’arcipelago, la mitologia polinesiana la interpreta differentemente. Ecco dunque l’immagine del Dio Maui che, usando un amo regalatogli da un uomo chiamato Tonga, pescò le isole estraendole dal mare una ad una.

Tonga. Donna tongana con tipiche collane locali.
Donna tongana con le tipiche collane locali, create con materiali naturali esiccati, come la corteccia dell’ibisco. (Foto GP Orbassano)

Le isole del Regno sono amministrativamente divise in tre gruppi. Più a Sud troviamo l’arcipelago principale di Tongatapu, che prende il nome dall’isola maggiore, dove è situata la capitale Nuku’alofa.

Tongatapu è un nome composto da “tonga”, che significa “giardino” in tongano, e dal termine polinesiano “tapu” (o tabu in tongano) che significa “sottoposto a restrizioni” e in senso più ampio anche sacro, proibito. Tongatapu sarebbe dunque un “giardino sacro”; infatti ha la fortuna di possedere uno dei suoli più fertili del Sud Pacifico. Per i Tongani la sacralità del giardino sarebbe invece dettata dal fatto che l’isola, storicamente, sia stata la residenza principale di molti capi locali, nonché ovviamente luogo il loro luogo di sepoltura.

Anche l’isola di ‘Eua (più a Sud) è tecnicamente parte del gruppo Tongatapu, ma è spesso trattata come un’entità distinta, visto il suo contrasto topografico (alte scogliere e vaste foreste) con le restanti isole del gruppo.

Più a Nord troviamo l’arcipelago delle Ha’apai, costituito principalmente da atolli corallini (e per questo ambita meta turistica), ma anche sede, sull’isola di Kao, di un vulcano ormai spento, il punto più alto di Tonga.

A settentrione delle Ha’apai troviamo le Vava’u, elevate isole calcaree con alte scogliere, un paesaggio affascinante e unico.

Ancora più a nord, isolate dal resto del regno, ci sono le Niuas, Niuafo’ou e Niuatoputapu, tecnicamente parte del distretto di Vava’u ma più vicine a Figi e Samoa che al resto di Tonga.

Beatrice Maolucci

Il racconto continua…

 

Beatrice Maolucci. Nata a Torino nel 1986, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Torino. Appassionata di viaggi, sport e outdoor, dopo varie esperienze lavorative come insegnante ed educatrice, partecipa ad una spedizione etnologica nella regione del Lago Turkana, in Kenya. La sua ricerca etnologica nell’arcipelago delle Isole Tonga, incentrata soprattutto sull’abbigliamento e le danze tradizionali, è tuttora in corso. Musicista e cantante, ha composto tra l’altro l’inno per i campionati mondiali di scherma del 2006 a Torino. Parla inglese, francese, spagnolo e swahili.