I Tuareg

Tuareg - coccolo/Pixabay

Il Sahara è un concetto del secondo ordine: significa il deserto dei deserti, un po’ come dire il re dei re, solo molto meno nobile. Un mio amico camionista algerino la metteva in questi termini: «Quand on est dans le desert, on est dans la merde». Il camionista la sapeva lunga, in quanto era un tuareg che aveva abbandonato il cammello per l’autocarro «Gazelle» della Berliet. Ma lo scopo era rimasto lo stesso: muoversi attraverso il deserto, in altre parole l’unica possibilità di sopravvivenza nel Sahara.

Qui siamo, infatti, di fronte a un ambiente estremo, come una parete ghiacciata di sesto grado, che si può affrontare solo in modo artificiale. L’uomo così com’è, con la sua biologia e la sua cultura, non ha speranze nel Sahara, è un uomo morto. L’unica soluzione è spostare abbastanza rapidamente sulla superficie del deserto un ambiente artificiale semovente da cui ricavare le risorse mancanti, nell’ordine: acqua, riparo, cibo. È così che nasce la carovana dei Tuareg.

Il nomadismo, nel Sahara, non è una scelta culturale: è un imperativo categorico. Anche le dune che, sia pur a torto (ricoprono soltanto il 10-15% della superficie) ne sono il simbolo, sono montagne di sabbia transumanti, spinte da un vento così micragnoso da spostare ogni granello di sabbia. Le risorse sono poche e di breve durata. Occorre predarle usando la mobilità: un seme nel deserto non è detto che muoia, ma potrebbe aspettare trent’anni prima di germogliare. Gli animali sono semoventi e possono ampliare i loro spazi di gestione delle risorse: uno sfruttamento su quattro zampe. L’abitante del deserto e i suoi animali diventano così i produttori-sfruttatori del più tenue spessore biologico della terra, i luoghi della rarefazione vegetale: il tuareg vive in uno spazio vuoto.

I Tuareg dicono che Dio creò il deserto allo scopo di avere un posto dove vagare in pace, ma presto si avvide dell’errore e lo corresse. E così per la gloria di Allah, per la vergogna dei suoi nemici e per l’uso dell’umanità, fu creato il cammello. Ai suoi piedi Dio legò la compassione, sulla sua schiena pose il bottino e nei suoi fianchi le ricchezze. A lui, senz’ali, diede il volo di un uccello, mentre la fortuna fu legata alla sua coda.

A vederlo bene in faccia il cammello, o meglio il dromedario (la specie a una gobba sola e di alta statura che unica occupa i deserti africani), non si presenta proprio così onusto di attributi di bellezza e meraviglia. Ha un pessimo carattere (morde e scalcia con convinzione), forma e portamento sgraziati (si muove all’ambio, assicurandovi il mal di mare) e una voce semiumana.

Per il tuareg, invece, l’universo ha la forma (e forse l’odore) del dromedario bianco, il leggendario mehari. Non solo l’animale gli consente il trasporto tra una pozza e l’altra, tra una base commerciale e un mercato, ma gli fornisce tutto il necessario per vivere: latte, carne (solo se muore, perché raramente viene ucciso), lana, pelli e, alla disperata, anche l’acqua del suo stomaco. Quest’ultima affermazione è in realtà piuttosto mitica. È peraltro vero che lo stomaco del dromedario, che è un ruminante, ha nelle pareti del rumine un centinaio di piccole cavità, all’interno delle quali si accumulano le riserve liquide estratte dai vegetali di cui l’animale si nutre. Da queste «celle acquifere» il cammello può trarre, in effetti, un’ultima fonte di idratazione dell’organismo in caso di estremo bisogno e anche se non arriva al mese di astinenza di cui si vocifera attorno ai fuochi dei sahariani, il dromedario può stare una settimana senza bere un goccio d’acqua. La stessa gobba, com’è ben noto, ha funzione di riserva di cibo: partendo da un peso di 20 kg, può ridursi alla fine del viaggio a una sacca flaccida e priva di peso.

A partire dall’epoca di Cristo (i cammelli autoctoni africani si erano estinti un milione di anni prima), fino al momento del totale inaridimento del Sahara (i Romani lo attraversavano ancora a cavallo), il dromedario, reintrodotto dall’Arabia, divenne l’animale per eccellenza dei Tuareg. Gli stessi Tuareg vennero spinti alla vita nomade dall’immigrazione di beduini arabi che, intorno all’ XI secolo, causò lo spostamento verso il Sahara di numerosi gruppi berberi. Questi si trovarono costretti dall’ambiente ad adottare un modo di vita nomade e predatorio, e costituirono così la nazione dei Tuareg, ovvero i predoni del deserto.

In un ambiente povero di risorse e minacciato da crisi climatiche ricorrenti, totalmente precario, addirittura, nella sua conformazione fisica, la razzia (rhazu tra i beduini, rezzu nel Sahara) aveva lo scopo di risolvere non pochi problemi per un gruppo impoverito. Da un punto di vista più generale, la razzia diventava una strategia per ricostituire un equilibrio socio-ecologico e ridistribuire il bestiame (principale oggetto di razzia, essendo l’unica vera ricchezza per il tuareg). Si arricchiva così anche il pool genetico della mandria tribale che diventava, attraverso gli incroci con animali lontani, più forte e resistente alle carestie e alle malattie. Bisogna dire che, se oggi la razzia non esiste più (almeno ufficialmente), l’abigeato e le grandi imprese connesse costituiscono il patrimonio folklorico delle canzoni delle donne tuareg: l’epica del predone del deserto è parecchio dura a morire.

Oggi molti Tuareg hanno abbandonato le grandi aree sahariane, non è più concesso costringere gli schiavi e coltivare nelle oasi i prodotti necessari a mantenere i razziatori. Comunque, subito dopo l’indipendenza algerina, la casta dei nobili tuareg andò dagli ex-schiavi e cercò, in nome della restaurazione di un antico ordine infranto dai francesi, di far tornare i neri haratin (schiavi) al loro lavoro. Il Sahel sta diventando il regno dei Tuareg. La grande fascia subsahariana, in fase di avanzata desertificazione, viene progressivamente abbandonata dalle popolazioni locali. L’ambiente è invece straordinariamente ricco per un tuareg che può incrementare il proprio bilancio produttivo con allevamenti differenziati quali capre, pecore e mucche.

I nomadi non consumano energia. Consideriamo un gruppo formato da 35 uomini, 35 donne e 30 ragazzi e bambini. Hanno 100 cammelli, 112 bovini, 200 capre e 300 pecore, vale a dire il minimo per vivere. Utilizzano da 5000 a 8000 ettari di pascolo. Il consumo del bestiame su questi pascoli molto poveri è pari complessivamente a 266 milioni di calorie, solo il 30% dell’energia disponibile nei pascoli: il residuo impedisce la degradazione ambientale e garantisce un effetto tampone in caso di siccità. La produttività annua del bestiame del nostro gruppo di tuareg (latte, carne, nascite e morti) è pari a 92 milioni di calorie: corrisponde al 3,5% dell’energia fornita dai pascoli.

Per le attività necessarie a mantenere il bestiame, il dispendio calorico complessivo dei nostri tuareg è di soli 4 milioni di calorie in un anno. Anche se si aggiungono le attività inutili (giochi, visite a parenti), il rendimento energetico del gruppo (rapporto tra uscite ed entrate) è intorno a un valore compreso tra 20 e 30. Pensate che i costi energetici della nostra produzione alimentare danno un rendimento pari a 0,3. Nei nostri calcoli abbiamo assegnato al tuareg medio (favolosa astrazione della statistica) un pasto di ben 2600 calorie giornaliere che, dato il clima caldo in cui vive, non è poi male. L’equazione che si ricava dalla vita dei Tuareg è: vita frugale = poco lavoro. Il lavoro i nomadi lo lasciano fare al sole, che trasforma la propria energia in erba, e al bestiame che, da sé, va a mangiarsela.

La società tuareg, basata sulle caste, le razzie, l’indipendenza femminile, non ha futuro nella realtà islamizzata e modernista dei Paesi sahariani. I Tuareg, col potere, hanno anche perso la loro rigidezza. Molti fanno i camionisti per potersi ancora dire nomadi; spesso vengono sovvenzionati dallo Stato. Si trasformano anche le istituzioni di base: il tuareg era monogamo (nel deserto è già molto duro mantenere una persona) mentre oggi comincia la poligamia, segno di sedentarizzazione.

Alberto Salza


 

i Tuareg - Alberto Salza

Fra i Tuareg le donne sono depositarie della scrittura, della musica e della poesia e non si coprono il volto, come invece fanno gli uomini, che non si tolgono mai il «tagelmust», un velo di stoffa blu lungo sei metri.
L’uso risale forse all’originaria divisione del lavoro: le donne al riparo delle tende e gli uomini a seguire le carovane (al centro in alto).
I Tuareg sono nomadi (i loro movimenti tra oasi e pascoli montani sono evidenziati nella cartina in alto a sinistra) e controllano ancora il mercato del sale, che viene trasportato in pani di forma conica (al centro).
Le antiche vie carovaniere (nella cartina a destra) hanno però in buona parte perso la loro importanza; l’unica ricchezza dei Tuareg sono i dromedari.
Nel riquadro, la sezione del naso dell’animale, strutturato in modo da conservare l’umidità.


 

i Tuareg - Alberto Salza

La moschea di Agadès, grande centro carovaniero ai limiti tra la savana e il deserto montagnoso dell’Air, in Niger, è il simbolo della islamizzazione dei Tuareg e fu eretta nel 1500, con un minareto alto 27 metri, dal figlio del sultano di Istanbul, Yunus, invitato dall’aristocrazia tuareg per pacificare la zona.
Sopra, tre diverse fogge del gioiello tipico di Agadès, la croce d’argento che si porta al collo.

 

i Tuareg - Alberto Salza

Erezione della tenda dei Tuareg meridionali: si tratta di una tecnica che richiede una grande abilità. Intorno al letto di pali intagliati si dispongono tre archi decrescenti in direzione del vento predominante. La struttura è allungata da due basse architravi cui vengono fissati dei pali longitudinali di raccordo. Il tutto viene coperto di stuoie prodotte dalle popolazioni negroidi: ne risulta un riparo molto fresco e facilmente trasportabile. Questo tipo di costruzione viene comunque eretto solo quando la permanenza in un posto è abbastanza lunga.
Per la pastorizia ci si accontenta di un riparo coperto di stoffa e pelli (ultimo disegno), che richiede meno pali e si monta più facilmente. Mentre gli uomini pascolano, le ragazze filano la lana per i vestiti e le tende. (© A. Salza)