Spedizione in Dancalia

I colori del Dallol

La riuscita di un viaggio dipende da un insieme di fattori.
La scelta del bagaglio, tra questi, è un elemento non trascurabile e, in tale ambito, la presenza di tutto ciò che può tutelare la salute del viaggiatore riveste una primaria importanza.
Medicine e altri presìdi e attrezzi sanitari sono indispensabili per risolvere problemi più o meno gravi che possono intervenire nel corso del viaggio.
Quando poi si tratta di viaggi di gruppo, ogni problema organizzativo, e quindi anche la tutela della salute, diventa più difficoltoso.

A questo proposito voglio raccontare qui la mia esperienza di quando, nel 1998, fui aggregato in qualità di medico a un gruppo di viaggiatori in Dancalia, remota regione dell’Etiopia.
Il viaggio aveva finalità in parte scientifiche, legate alla presenza di un gruppo di vulcanologi dell’Università di Pisa, in parte giornalistico-documentaristiche e turistiche.

Kit di farmaci e raccomandazioni per i problemi individuali e del gruppo

Ciascun viaggiatore porta generalmente con sé un kit di farmaci utile per far fronte ai piccoli problemi individuali, molto comuni in viaggi di un certo tipo: antidiarroici e antibiotici per uso orale in primo luogo, indispensabili per far fronte ai subdoli attacchi della cosiddetta “diarrea del viaggiatore”, che colpisce tra il 20 e il 70% degli individui specie in paesi caldi. Poi, repellenti per zanzare, creme protettive, antipiretici e cosi via.
Tuttavia un gruppo numeroso richiede un’organizzazione sanitaria aggiuntiva, perché la possibilità statistica di affezioni e incidenti aumenta considerevolmente.
A maggior ragione in una zona come la Depressione Dancala, una landa desertica e situata in massima parte a un livello inferiore a quello del mare, con temperature assai elevate e scarsissima escursione termica tra giorno e notte.

Fu così raccomandato ai partecipanti di mettere in bagaglio una serie di cose utili a prevenire gli incerti di quel territorio desolato: cappelli e creme protettive contro l’esposizione solare, abiti prevalentemente leggeri ma non corti e non di colore nero (in molte aree della Dancalia le zanzare possono essere un vero flagello), scarpe comode e piuttosto alte per cautelarsi contro il morso di rettili e scorpioni.
Infine, qualche paio di calze spesse: sembra un paradosso, considerando le alte temperature che ci attendevano, ma nel deserto non serve scoprirsi ma isolarsi.
Pertanto le calze, anche se di lana, vanno benissimo.

Ci si pose poi il problema della conservazione dei farmaci e del loro trasporto.
Si sapeva che le caratteristiche del luogo e la nostra non eccezionale dotazione di mezzi non avrebbe permesso l’uso di unità refrigeranti continue.
Inoltre erano previsti lunghi spostamenti a piedi e con carovane di dromedari.
A quei tempi non erano ancora stati “inventati” i cosiddetti “cammelli fotovoltaici”, i cammelli che trasportano frigoriferi alimentati da energia solare. Per fortuna la maggior parte dei farmaci, a eccezione di vaccini e insulina, resiste anche a temperature piuttosto elevate.

Le vaccinazioni per febbre gialla, epatite e tifo erano già state fatte in Italia ed era stata esclusa la presenza di diabetici insulino-dipendenti fra i partecipanti.
I farmaci furono lasciati nelle loro confezioni originali con annesso foglio illustrativo, per rendere comprensibili le indicazioni a tutti i viaggiatori.
Le confezioni vennero protette con nastro adesivo per evitare rotture e furono poi poste a gruppi in contenitori rigidi di plastica, a loro volta stipati in zaini da montagna per rendere più facile il loro trasporto, vuoi a dorso di dromedario che a spalle, se si fosse fosse presentata la necessità.
In effetti questa scelta si rivelò efficace poiché, dopo un trasferimento di alcuni giorni in automobile, fummo costretti ad avanzare a piedi per qualche decina di chilometri, fino a raggiungere le pendici del vulcano Erta Ale, meta della spedizione scientifica.
Il poter trasportare a spalle il materiale sanitario fu una scelta provvidenziale, dato che in nessun altro modo avremmo potuto discendere le ripide pareti che racchiudono la caldera centrale del vulcano.

Di fondamentale importanza, in tutti i luoghi aridi, è il problema dell’acqua e della sua potabilità.
Ciascun viaggiatore fu quindi invitato a fornirsi di speciali filtri in porcellana che funzionano egregiamente nel trattenere particelle corpuscolate, protozoi e batteri, ma sono invece inefficaci contro i virus.
Grosse quantità di acqua furono preparate in taniche di plastica di facile trasportabilità, dopo essere state sterilizzate con Amuchina e Steridrolo, sufficientemente efficaci ma di sapore putroppo assai sgradevole.
Ricordo ancora chiaramente lo spettacolo della numerose taniche, caoticamente allineate nel cortile dell’albergo ad Addis Abeba durante le procedure di sterilizzazione.
Tutte queste precauzioni non valsero comunque a evitare l’insorgere sporadico di infezioni intestinali tra i partecipanti, con conseguenti rialzi della temperatura, dovute verosimilmente a contaminazione alimentare e che si risolsero con antibiotici e infusioni idroelettrolitiche.

Dovendo poi preparare una lista di farmaci da portare in viaggio, si tenne conto del fatto che ciascun partecipante avrebbe avuto con sè una dotazione individuale per le più comuni necessità, privilegiando la presenza di antibiotici da somministrare anche per via parenterale, soluzioni idroelettrolitiche in contenitori di plastica e non di vetro (considerando i mezzi di trasporto), con siringhe, lacci emostatici e deflussori per infusione, materiale che si rivelò indispensabile fin dall’inizio.
Nella nostra farmacia non mancavano poi farmaci antispastici e antidolorifici in genere.
Era in dotazione anche un certo numero di compresse di Clorochina per fronteggiare eventuali attacchi malarici, pur sapendo che la terapia della malaria richede dosaggi precisi, programmazione di trattamento e farmaci differenti, che debbono essere somministrati in ambienti specializzati.

Tutti i partecipanti avevano comunque provveduto a seguire le norme per la profilassi antimalarica e non si verificarono per fortuna problemi di questo tipo.
Si era preventivata poi la possibilità di dare un certo aiuto cammin facendo anche alla popolazione locale, per cui un intero sacco da montagna fu riempito dei più comuni farmaci per uso orale e collirio per congiuntiviti e altre affezioni oculari, comunissime in Africa.

In effetti, appena si sparse la voce della presenza in zona di stranieri con medico al seguito, arrivarono, spuntando dal nulla, frotte di indigeni con le richieste sanitarie più strane.
Tra le tante, la meno usuale fu certamente la richiesta di curare la ferita inferta a un cammello dall’attacco di un falco: ferita che, in modo più figurativo che efficace, disinfettai con banale tintura di iodio, azione che mi valse il titolo perenne di “medico dei cammelli”.

Attrezzatura chirurgica

Oltre ai medicinali, nei viaggi di gruppo, è indispensabile avere con sé una minima attrezzatura chirurgica per eventuali interventi d’emergenza, se pur di modesta entità: quindi bisturi con lame intercambiabili, anestetici locali, pinze chirurgiche e altri piccoli ferri, fili da sutura e cosi via, il tutto in confezioni singole sterilizzate monouso.
Il materiale chirurgico si rivelò in effetti utile, in quanto dovetti incidere due ascessi: uno in una gamba di un viaggiatore e l’altro, più inquietante, sul dorso di un guerriero Afar, popolazione assai bellicosa e ancora oggi armata di lunghi coltelli e armi da fuoco.
Operai con un certo timore, lo ammetto, dopo aver cercato di spiegare con il linguaggio dei gesti cosa stava per succedere, onde evitare reazioni avverse e imprevedibili.
Quello che più mi colpì fu la quasi totale impassibilità del soggetto durante questa manovra chirurgica, di scarso rilievo ma comunque dolorosa per qualunque comune mortale.

Nella nostra attrezzatura figuravano anche un certo numero di cateteri vescicali di diverse dimensioni per eventuali episodi di ritenzione d’urina, con sacche contenitrici e aghi per eventuale puntura sovra pubica per evacuare l’urina qualora il cateterismo fosse impossibile: precauzione necessaria soprattutto quando i partecipanti al viaggio non sono tutti giovanissimi.
Durante questo viaggio non si è fortunatamente verificato nessun episodio del genere, ma ricordo invece una simile esperienza in una spedizione alpinistica Himalayana dove solo la presenza di un catetere ha potuto risolvere una incresciosa situazione.

Conclusioni

Per quanto riguarda l’approvvigionamento dei farmaci, devo segnalare che i medesimi mi furono forniti pressoché totalmente dalle case farmaceutiche mentre i pochi ma utilissimi ferri chirurgici a disposizione e altro materiale sanitario mi furono concessi, dietro apposita richiesta, dall’Azienda Ospedaliera presso la quale a quel tempo lavoravo.
Voglio ancora segnalare che tutti i farmaci non consumati, ma ancora utilizzabili, furono lasciati a disposizione di un piccolo ospedale in un remoto villaggio etiopico durante la via del ritorno.

In conclusione voglio evidenziare come il materiale sanitario sia da considerarsi indispensabile per la riuscita di un viaggio, inoltre ci tengo a indicare come, anche con mezzi non particolarmente sofisticati, una spedizione completamente autogestita, che si può definire moderna per il periodo in cui si è svolta ma sicuramente migliorabile nei mezzi a disposizione, possa essere attuata anche in luoghi inospitali con discreto margine di sicurezza e un buon grado di tutela della salute di tutti i viaggiatori.

Luciano Fiore

Immagini Donatella Olivero