Quanta Africa c’è nel Mal d’Africa?

Per cercare di comprendere il fascino che risiede nel Mal d’Africa occorre rimettersi sulle tracce di una memoria dimenticata. Non quella che ha a che fare la storia dell’Africa, ma quella che appartiene a ogni persona affetta da questo male talvolta incurabile, e che conserva la sua storia individuale: la memoria psichica.

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Kenya, Villaggi Gabbra (foto Anna Alberghina)

Come è noto, la memoria che abbiamo di noi è fallace. I nostri ricordi, anche i più vividi, sono spezzettati, rimaneggiati e ricostruiti, cosicché la continuità della nostra vita, che ne chiarirebbe tanti aspetti inspiegabili, è compromessa. Benché sembri paradossale, i veri ricordi sono dimenticati e ci sono quindi sconosciuti: il che alla fine equivale a dire che sappiamo ben poco di noi stessi. Anzi, per essere più precisi, non sappiamo minimamente chi siamo e perché siamo come siamo. In termini psichici, a questi ricordi, costitutivi della nostra identità, è sbarrato l’accesso alla coscienza: si dice perciò che essi sono inconsci.

Quando uno di questi ricordi entra in risonanza (a nostra insaputa, giacché non possiamo ricordarlo) con qualche elemento del mondo esterno, per il semplice motivo che vi sono tra i due delle caratteristiche simili, tale ricordo diventa nuovamente attuale e il passato rivive nel presente.

Così, credendo di fare un’esperienza magari nuova in chissà quale posto del mondo, in realtà non facciamo che riviverne di antiche, che però non siamo in grado di riconoscere. Per questo molte situazioni si ripetono identiche ovunque ci troviamo: da un punto di vista psichico, riviviamo – e ricerchiamo – continuamente le stesse storie, emozioni e sentimenti, piacevoli o spiacevoli che siano. Ecco perché si dice che nell’inconscio il tempo e lo spazio non esistono. E, infatti, ogni notte, immersi nei nostri ricordi dimenticati che danno vita ai sogni, i quali programmano la giornata a venire, perdiamo totalmente la cognizione dello spazio-tempo. Nei sogni il passato si mescola al presente e talvolta al futuro, e un luogo a un altro, senza alcun imbarazzo.

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Kenya, Lago Turkana (foto Anna Alberghina)

Chi è stato per un po’ in Africa lo sa bene: per qualche oscuro motivo, laggiù lo scorrere del tempo non ha l’importanza che siamo soliti dargli. In Africa nessuno è mai in anticipo, né in ritardo, tanto meno puntuale. I grandi spazi e i profondi cieli stellati ci trasmettono la netta sensazione che siamo piccoli puntini in un universo senza fine, lumicini che si accendono per la breve durata della nostra vita, mai così incerta. Ma sappiamo allo stesso momento che tutto esiste, è esistito ed esisterà nonostante la nostra presenza, assolutamente provvisoria e per niente indispensabile. La vita continua al di là della nostra morte, che d’improvviso fa meno paura. Le storie africane, racconti di accadimenti a dir poco incredibili, sfidano ogni logica razionale, esattamente come i sogni. Tutto è relativo, niente è fondamentale. Può succedere l’imprevisto a ogni angolo, è la norma. Il nostro potere sulla natura e sul mondo è ridotto al minimo: siamo vissuti dall’Africa, così come siamo vissuti dalla memoria inconscia e dai nostri sogni.

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Namibia, Epupa Falls (foto Anna Alberghina)

È tutto questo che affascina e turba allo stesso tempo: l’Africa ci ripropone dall’esterno il funzionamento della memoria che definisce la nostra identità. E ci rammenta che su di essa non abbiamo alcun controllo. In quel quadro c’è chi si sente particolarmente a suo agio, e allora è colpito dal male; e c’è chi prova disagio, e ne è naturalmente immune.

Ma il Mal d’Africa sonnecchia in tutti noi, perché tutti noi abbiamo la nostra storia segreta e dimenticata, che ci anima anche se non possiamo ricordarla; l’Africa ha il potere di risvegliarla bruscamente, di avvicinarci alla nostra essenza più intima.

 

Alessandro Fornari

 

 

 

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