Serpenti velenosi

Il guaio dei serpenti è che non hanno gambe. O mani, zampe, artigli, dita, becchi e tutta la straordinaria gamma di strumenti di cui l’evoluzione ha fornito gli animali per catturare la preda e farla a pezzi. Ci sono circa 2600 specie di serpenti e sono tutti carnivori puri. Se ora vi immaginate di catturare un vitellino, o anche solo un pollo, senza fare uso delle mani, strisciando sul ventre, e poi doverlo mangiare senza masticarlo (i denti dei serpenti non sono fatti per questa operazione che a noi pare così naturale), allora vi troverete a provare un’inattesa simpatia per i serpenti.

Dovremmo portare più rispetto ai rettili. Furono i primi esseri a vivere esclusivamente sulla terraferma, un esperimento che ci pare perfettamente riuscito dato che ha portato all’Homo sapiens, ma che doveva presentare estreme difficoltà alla fine del Devoniano, 350 milioni di anni fa. Tutti sappiamo dei dinosauri e delle teorie sulla loro scomparsa. Ma mentre le catastrofi ecologiche si abbattevano a ripetizione sugli enormi padroni della Terra, un gruppetto di rettili handicappati dalla piccola mole e dalle zampe inefficienti, si accontentò di vivere sottoterra. Al riparo dalle variazioni di clima e temperatura che forse sterminarono i dinosauri, gli antenati dei serpenti persero definitivamente le zampe e mutarono gli apparati sensoriali. E ce la fecero a sopravvivere. I problemi, per i serpenti, vennero quando, dopo la catastrofe, ci fu di nuovo posto per loro all’aria aperta.

Si trattò di rielaborare un’anatomia ormai compromessa, mettendo a punto strumenti nuovi per la cattura del cibo, a partire dalle caratteristiche formatesi sottoterra. Nella maggioranza dei serpenti la vista è molto scarsa e per alcuni la preda è visibile solo a 30 cm di distanza. I serpenti non hanno orecchie e non possono avvertire i suoni nel modo normale: riescono a cogliere solo vibrazioni dell’aria a bassa frequenza, forse usando i polmoni. Sono in compenso estremamente sensibili alle vibrazioni del terreno, che avvertono col corpo e, in particolar modo, con la parte inferiore della mandibola.

Cobra sputante (disegno) Luomoconlavaligia.it
UN VELENO PER OGNI SILHOUETTE
Il cobra sputante: un rettile sottile che può arrivare ai 2,5 m di lunghezza. Il foro di uscita del veleno, nei suoi denti, è sagomato ad angolo retto, cosa che gli permette di sputare direttamente negli occhi della vittima il suo veleno nervino ed ematotossico, in grado di provocare cecità parziale o anche di uccidere, se iniettato.

Per essere dei buoni cacciatori in queste condizioni, occorre veramente qualcosa di speciale. Cominciamo dalla lingua biforcuta. È uno strumento che mescola gusto e odorato, raccogliendo con le punte, in continuo movimento, tracce lasciate dalla preda per passarle allo speciale organo di Jacobson che elabora anche le informazioni provenienti dal naso. Le due punte della lingua e le narici forniscono così al serpente un’immagine stereoscopica dell’ambiente in cui si muove la preda.

Il serpente a sonagli è più sofisticato: ha dei recettori a infrarossi in grado di avvertire variazioni di temperatura ambientale di 0,003°C che segnalano la presenza di animali a sangue caldo. Secondo studi recenti, alcuni serpenti riescono a cogliere le variazioni di potenziale elettrico prodotte dall’attività cerebrale. Pare proprio che il sonno sia un comportamento che i primi mammiferi abbiano evoluto per sfuggire ai rettili: quando si dorme l’attività elettrica del cervello è ridotta, e questo proprio nel periodo (la notte) in cui i rettili predatori scatenano là loro attività.

Tutto ciò è certamente utilissimo per individuare la preda. Ma vedere del cibo senza poterlo acchiappare fa solo venire l’acquolina in bocca. Ebbene, è proprio dalla saliva che i serpenti hanno elaborato la loro arma finale: il veleno. Esistono ancora oggi alcune specie che hanno una saliva leggermente velenosa che, anche se non iniettata, rende malleabile la preda. In effetti, in molti serpenti le ghiandole salivarie si sono trasformate in sacche di veleno molto sofisticate. Le ghiandole velenifere sono collegate a denti particolarmente sviluppati che servono a introdurre il veleno nella preda.

Vipera soffiante (disegno) Luomoconlavaligia.it
La testa massiccia e la sagoma un po’ goffa della vipera soffiante, più larga nel tratto centrale e con la coda cortissima, lunga fino a 1,60 m. Per difendersi si mimetizza nella sabbia o anche cambiando i colori del mantello; è aggressiva e uccide spesso.

Io sono stato morsicato da un serpente velenoso. Si trattava di un puff adder, o vipera soffiante (bitis arietans), un serpente diffuso in tutta l’Africa, ma tipico delle zone di confine tra la savana e il deserto. È il parente povero (per fortuna) della vipera del Gabon, un mostro con zanne di 5 cm che, per la colorazione delle squame, è allegramente definito «la morte vestita a festa». Anche il puff adder comunque non scherza in quanto a pericolosità. Devo dire che una delle cose che mi hanno più tormentato nei quattro giorni che ho impiegato a raggiungere (a piedi, in macchina e aereo) un ospedale, è stata la domanda: perché un animale così piccolo ha così tanto veleno da accoppare un animale di 70 chili? E perché proprio me?

Se non fossi stato un tantino scosso, l’osservazione dell’area vicina al morso mi avrebbe fornito la risposta. I viperidi non mordono solo per immobilizzare la preda. Il veleno, che si presenta come limpida glicerina, di colore giallo-verdastro, contiene sostanze che agiscono sul sangue, provocando emorragie inarrestabili e danni ai reni e al fegato. In pratica gonfiate dappertutto e perdete sangue anche dalle mucose e dalla pelle. Ma sono gli effetti nascosti quelli che interessano la vipera. Col veleno, il puff adder predigerisce la preda. Il veleno contiene infatti degli enzimi che attaccano le proteine delle cellule esattamente come farebbero i succhi gastrici, di cui lo stomaco delle vipere è particolarmente scarso. Dopo avervi avvelenato il puff adder aspetta che vi venga la cancrena; appena sarete ben frollati, allora vi ingoierà.

Manba nero (disegno) Luomoconlavaligia.it
Il mamba nero, il più temuto dei serpenti africani, lungo fino a 3 m e sottilissimo. È diurno, e per difendere la sua zona può attaccare anche senza essere disturbato. Il suo veleno agisce sul sistema nervoso e raramente risparmia.

Non tutti i serpenti hanno, però, lo stesso tipo di veleno. Due simpatici abitatori della savana, il cobra e il mamba, hanno meno problemi di stomaco rispetto ai viperidi. A loro basta immobilizzare rapidamente la preda, per poi ingoiarla con calma. Il loro veleno è ad azione neurotossica, agisce cioè sul sistema nervoso, provocando la paralisi dei muscoli respiratori e cardiaci. Ho visto un mamba di più di tre metri difendersi da un attacco di cani, nel deserto del Kalahari: prima di venire abbattuto a fucilate uccise sul colpo tre cani e un quarto morì poco dopo.

Il problema del serpente velenoso resta l’avvicinamento alla preda. Occorre inoltre che l’animale attaccato si faccia prendere dal panico e si muova, altrimenti il serpente non riesce a vederlo bene; gli altri sofisticatissimi meccanismi percettivi sono di tipo «differenziale» (identificano variazioni, ma non danno la certezza del punto in cui avvengono i cambiamenti). Questo spiega la leggenda, diffusa anche in Africa, secondo cui i serpenti ipnotizzano la preda. In realtà è proprio la vittima che, all’avvicinarsi del serpente, sceglie la strategia dell’immobilità, ben sapendo che il minimo movimento scatenerebbe l’attacco. Esperimenti sulle scimmie hanno dimostrato che la paura dei serpenti non è innata, ma si sviluppa in modo molto più rapido rispetto ad altre fobie.

Uccisa la preda, il serpente non ha concluso le sue tribolazioni: quasi tutti gli animali uccisi hanno un diametro ben superiore al suo. Lo stomaco non sarà granché, ma la bocca dei serpenti è straordinaria. È completamente snodata e tenuta insieme da complessi meccanismi. In questo modo si può spalancare a dismisura. Il serpente che si accinge a mangiare posiziona la preda in modo adeguato, ovvero a testa in avanti, per evitare le ·frizioni del contropelo. Poi spalanca la bocca e morde.

La mascella inferiore è divisa in due parti indipendenti. La parte destra avanza, mentre la sinistra tiene ferma la preda (se ce n’è ancora bisogno). A quel punto la destra morde e la sinistra avanza. Il cervello è protetto dalla pressione che la preda fa sul palato e la trachea è in grado di estroflettersi come il boccaglio di un sub, per permettere la respirazione. La cosa è lunga e faticosa, e questo forse spiega perché i serpenti mangino così raramente. Oltre al fatto, ovviamente, che il metabolismo dei serpenti è solo pari al 10-20% di quello dei mammiferi (dato il cosiddetto «sangue freddo») e quindi ha meno bisogno di cibo.

Io sono molto grato al serpente che mi ha morso. La vipera soffiante, cosiddetta in quanto troppo lenta e pigra per scappare (si difende col mimetismo, la vipera!), emette un soffio fortissimo se in pericolo. Sembra una pentola a pressione. Così chi passeggia nella savana evita guai: voi non vi fate mordere e la vipera risparmia veleno. Ebbene, io ero così pieno della sicumera tipica dell’etologo (i leoni fanno così, le iene si comportano cosà…) da non pensare che gli animali sono degli individui che si comportano un po’ come vogliono, a seconda delle circostanze. Prima di mordermi la maledetta vipera soffiante non ha soffiato. Lo ha fatto dopo, per dileggio, penso. L’etologia è una frottola. Chiedetelo alla mia gamba e a quel gruppo di Turkana (grazie fratelli) che, mentre studiavo gli effetti del veleno sul corpo umano, mi hanno portato a spalle. E cantavano.

Alberto Salza

 

Vipera soffiante attacca uno scoiattolo

Una vipera soffiante (sopra) attacca uno scoiattolo di terra, tipico dei confini tra savana e deserto. La rapidità del morso (3,5 m il secondo) è inferiore a quella del pugno di un uomo, ma il veleno agisce celermente su sangue e proteine, rendendo la preda commestibile. In secondo piano, una mangusta attacca un cobra sputante: sarà il rettile probabilmente, a uscire perdente dal confronto, battuto sul terreno della velocità. (© A. Salza)