Uomini strade impronte. Una storia del camminare

di Paolo Repetto
Viandanti delle Nebbie
96 pagine
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Uomini strade impronte. Una storia del camminare

Fino a un paio di secoli fa camminare era considerato un riflesso natu­rale. Pur essendo un gesto volontario, rimaneva quello più pros­simo a una reazione mu­scolare invo­lontaria, perché non si sce­glieva di cam­minare, sem­plicemente si do­veva: si cam­minava per spostarsi e ci si spo­stava per cer­care cibo, per scam­biare merci, per fuggire o per tornare, per esplorare nuove con­trade e per in­con­trare nuove genti.
Era quindi un atto ne­ces­sario, strumentale a quasi tutte le at­tività, dalla guerra alla mer­catura, o alla semplice convivenza e ve­niva ritenuto tale, per estensione, anche ai fini di una cor­retta igiene mentale. En­tro questi li­miti, quelli di una risposta quasi mecca­nica alla neces­sità, il deam­bulare è stato in­fatti visto da sempre anche come un’attività le­gata al pen­siero, capace di sti­molare la riflessione o di curare i mali dell’anima.
Sulla sua fun­zione terapeutica erano d’accordo pagani e cristiani, atei e cre­denti, pur con qualche eccezione il­lustre: Cartesio, ad esempio, nelle Medita­zioni associa il la­voro intellettuale solo alla quiete totale del corpo. Così san Girolamo rias­su­meva in una formuletta es­sen­ziale, Solvitur am­bu­lando, quanto prima di lui a proposito della tranquil­lità dell’animo aveva già scritto Se­neca:

Dovremmo fare pas­seg­giate all’a­perto, per rinfrescare e solle­vare i nostri spiriti con la re­spira­zione profonda all’aria aperta.

E prima an­cora era stato messo in pratica da So­crate e dai suoi discepoli, da Aristotele e dai peri­patetici, dai so­fisti e dagli stoici che pas­seggia­vano sotto il porticato.
Ammettere che esistesse una connessione tra il movimento dei piedi e quello dei pensieri non significava tuttavia che al camminare fosse dedicata una rifles­sione specifica. Proprio perché lo si considerava naturale, a questo gesto non veniva ri­conosciuto un qualche significato autonomo, un valore in­trinseco: era semplice­mente funzionale ad altro.
Mercanti, soldati, funzionari, tutti coloro che si muove­vano per lavoro, non camminavano affatto per scelta: andare a piedi non era una moda, ma un modo per spostarsi, spesso l’unico pos­sibile. Persino coloro che lo sceglievano, al­meno teoricamente, come i pelle­grini – ma non sempre, in molti casi i pellegrinaggi erano impo­sti –, in realtà erano condizio­nati dalla finalizzazione del gesto a una peni­tenza. Camminare, oltre a con­sentire di ri­flettere sui propri pec­cati, rappresen­tava una forma di espia­zione, un’anticipazione della pena del pur­gatorio. La gratificazione psico­logica non na­sceva dal gesto in sé, ma dalla sua pre­sunta capacità di sgravare il debito con­tratto con Dio.
Quindi, se è vero che gli iti­nerari percorsi dai viaggiatori del Sette-Otto­cento erano già stati trac­ciati nei se­coli precedenti da una miriade di camminatori, è lo spi­rito nuovo con i quali sono affrontati, è il ‘cuore leggero’ a fare la diffe­renza e ad attrarre il nostro interesse. Nes­suno dei pellegrini in viaggio verso Canterbury o verso Roma, dei chierici vaganti, dei saltim­banchi, dei venditori ambulanti o dei vaga­bondi che brulicano nelle letterature classiche o medioe­vali ha una co­scienza spe­ci­fica del camminare, se non come gesto sim­bolico o meta­fora reli­giosa.
Il pellegri­nag­gio per eccellenza, il percorso di pu­rificazione rac­contato da Dante, va com­piuto rigorosa­mente a piedi. Questo il poeta lo dà per scontato e noi stessi non siamo in grado di immaginare al­cuna altra possibi­lità: non c’è scelta e non c’è gioia nel camminare, al più sono sottolineate le dif­ficoltà, che costituiscono un valore penitenziale aggiunto.
Piuttosto, qualche an­ticipa­zione di quello che sarà lo spirito moderno la si può cogliere nelle pas­seg­giate so­litarie di Guido Caval­canti che, non a caso, tra i concitta­dini godeva fama di eccen­trico. Tra l’altro, anche Guido in­tra­prese un pellegri­naggio a piedi, questo reale, verso Com­postela ma lo inter­ruppe nei pressi di Tolosa, dopo aver in­con­trata una bella ra­gazza, e forse l’elemento di mo­dernità sta proprio in que­sto.
Op­pure, alcuni tratti del cammi­nare ro­man­tico sono rintraccia­bili in Pe­trarca, ad esempio in Solo e pensoso, anche se il poeta continua a pre­sen­tare le sue deambulazioni come una fuga. La novità in questo caso è costituita dal rapporto che il cammi­natore instaura con la na­tura. Si tratta tuttavia di indizi che riman­dano a persona­lità particolari e non possono essere letti come spie di un at­teg­giamento culturale in trasformazione.
Mi sembrano già tali, invece, i segnali che arrivano dall’Umanesimo, con­se­guenti alla rivalutazione di ogni attività o prerogativa umana. In prima li­nea in que­sta direzione troviamo, e non c’era da dubitarne, Leon Battista Al­berti, del quale Jacob Burckardt dice:

Egli voleva ap­parire irreprensibile e perfetto in tre cose: nel cam­minare, nel ca­val­care e nel parlare.

Ciò significa che consi­de­rava il cam­minare non come una rea­zione muscolare più o meno vo­lontaria, ma come un esercizio che può essere cultu­ralmente disciplinato e perfe­zio­nato. E questo è già un note­vole passo verso un’attenzione non pura­mente strumentale al gesto.
Un’attenzione che viene ripresa e addirittura codi­ficata un secolo dopo nel Corte­giano: le indicazioni di Baldassar Casti­glione riguar­dano la postura, l’eleganza del gesto, l’equilibrio delle varie parti del corpo coinvolte, e quindi hanno ben poco a ve­dere con l’idealità ro­mantica ma sem­brano tornate di moda nella postmo­der­nità, attraverso la miriade di manuali e pubblicazioni dedicate oggi agli aspetti tecnici della marcia.
Un altro tipo di apertura alla concezione moderna del camminare lo tro­viamo, sempre nel Cinquecento, in Leonardo Fioravanti, il medico au­todi­datta pre­cur­sore nell’uso di terapie ancor oggi valide e scopri­tore di farmaci, ol­tre che viaggiatore instan­cabile, raccontato da Piero Cam­poresi in Camminare il mondo. Vite e avventure di Leonardo Fioravanti medico del Cinquecento:

Camminare il mondo era, per Fiora­vanti, l’u­nico immutabile, ossessivo bari­centro, mobile e in­certo, dell’esistenza.

In questo caso è ancora presente, e pre­valente, la finalizza­zione del gesto, perché Fioravanti

sapeva per espe­rienza che la Terra era un vi­scido labirinto pieno d’inganni e gabberie, nel quale solo chi sapeva nuo­tare riu­sciva a galleggiare e a soprav­vivere, nella mi­gliore delle ipo­tesi, in una ‘gab­bia di matti’.

Ma il fine è un apprendi­mento itinerante co­stante, nel quale il me­todo, il muoversi a piedi, è parte inte­grante dello scopo. Camminare rimane comunque un imperativo anche per chi dalla ‘gabbia di matti’ pensa si dovrebbe uscire.
Al tramonto del Rinascimento Tommaso Cam­pa­nella immagina per la sua Città del Sole un sistema educativo basato sul con­nu­bio tra teste e piedi:

li figliuoli, senza fastidio, giocando, si tro­vano sa­per tutte le scienze istoricamente prima che abbin dieci anni.

Fun­ziona così. An­ziché rima­ner chiusi nelle aule, i giovani solariani sono condotti dai loro in­se­gnanti a passeg­giare attorno alle mura della città, sulle quali sono dipinte, ap­punto isto­riate, come su un’enorme lavagna in cinemascope, le immagini di tutto ciò che è fun­zionale al sapere, a partire dalle lettere dell’alfabeto per arri­vare alle forme geo­metriche, alle raffigurazioni di tutti i metalli e minerali, di tutte le piante ed erbe, di tutti gli ani­mali, e poi ancora di tutte le arti e le in­ven­zioni dell’umanità, e dei loro inventori. Nella cupola e sulle pareti del tem­pio in­fine sono raffigurate le stelle e i pianeti.
Gli scolari della Città del Sole impa­rano nel corso dei loro giri a leggere e a fare di conto, e apprendono gra­dual­mente tutte le no­zioni scientifiche basilari. Chi fatica un po’ a comprendere o a con­centrarsi ri­peterà più volte il giro e fruirà in con­tro­partita di un maggiore alle­namento corpo­reo. Ambulando disci­tur, in senso stretta­mente letterale.
Per il momento però si tratta ancora di una cammi­nata urbana, o almeno circumur­bana: per Campanella e per i suoi contem­poranei, Bacone e Ga­li­leo soprattutto, la scienza si fa con l’esperimento, in labo­rato­rio, più che con l’osservazione sul campo. E tuttavia le scoperte geografiche e l’incontro con am­bienti e popoli nuovi stanno preparando la trasformazione della mentalità. Nei se­coli succes­sivi l’invito sarà a uscire dalle città e dalle aule per studiare la natura attraverso il contatto diretto.

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