Assisi, il cui nome…

Quarant’anni fa scendevo qui con un amico molto caro, un amico che ha aperto nuove vedute al pensiero francese. Egli era già un filosofo, ed io ero già un critico d’arte; Dio come eravamo giovani! Con qual ardore correvamo da San Francesco, Santa Chiara, alle Carceri, sempre più in alto, per contemplare dalla cima innevata del Monte Subasio nella gioia perfetta – era la fine di novembre – l’Umbria vasta e pacifica ai nostri piedi! Da allora ho rivisto Assisi in tutte le stagioni: quando i primi ciclamini profumano le rocce e le gole profonde, quando a sua volta sale l’odore delle ginestre il cui oro scintillante annuncia la gloria del nostro fratello sole, il calore che asciuga e ingiallisce la verde pianura, e quando, a settembre inoltrato i pergolati delle vigne, appesantiti dai grappoli bruni o verdastri, chiamano lungo le strade la gioia ritmata dei vendemmiatori.
(André Pératé, Assise, 1926)
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Io la visitai in inverno. Era un tiepido pomeriggio di gennaio. Il sole aveva scaldato l’aria, ma il cielo sopra Assisi si era fatto di un grigio bluastro, molto profondo.
Prometteva un temporale, ma al tempo stesso rendeva la scena più suggestiva.
In quell’oscurità del cielo si stagliava il candore della Basilica e delle abitazioni lungo la collina, in un contrasto netto, come a voler mostrare, anche a chi viaggia frettolosamente lungo la statale alle sue pendici, che lì c’è San Francesco. E lo stesso fu per me.
Non era una sosta prevista, ma durante il viaggio di ritorno non potei fare a meno di lasciare spazio a quel sentimento che si era fatto largo in me, di ascoltare quel richiamo e di optare quindi per questa piccola deviazione.

L’argento delle foglie dell’olivo che arricchisce il paesaggio riluceva, in una sorta di scintillio dovuto a qualche timido raggio di sole che ancora si infiltrava tra le nuvole.
Camminando lungo le vie di Assisi si è pervasi da una sorta di sentimento che va oltre il tempo e il luogo.
Il vento sembra riportare indietro nei secoli, le abitazioni, l’atmosfera, tutto ricorda un’epoca lontana ma mantenuta e rispettata fino a oggi.

La place de Saint-François et la basilique, Incisione di Paul-Audrien Bouroux, 1926.
La place de Saint-François et la basilique, Incisione di Paul-Audrien Bouroux, 1926

Mi tornano in mente le parole di André Pératé
(…) è l’Umbria ed è Assisi, il paese e la città di San Francesco, Assisi, il cui nome da solo mette sulle labbra una dolcezza di miele, e nell’animo una preghiera.

Ricordavo di essere già stata qui… ma ero molto piccola. Ricordavo solo una folla di pellegrini venuti a rendere omaggio al Poverello, molto probabilmente era il 4 di ottobre.

Questi pellegrini, provenienti da diverse nazioni e di diversi costumi, polverosi, sudati, docili, seguono in gregge le loro guide, pregano dove si deve pregare, ammirano dove bisogna ammirare, e ripartono dopo qualche ora, sfiniti per la fatica, per lo stupore e per le benedizioni. Assisi non ha mai smesso di essere visitata in questo modo dai tempi di San Francesco (…).

Rileggo questa frase e penso a quanto sia limitante pregare dove si deve pregare, ammirare dove bisogna ammirare… entrare in contatto con i luoghi, ecco ciò che dovrebbe fare il turista, scoprirne l’anima, osservare e assaporare quel sapore di miele che Assisi lascia sulle labbra.
Passai l’arco che conduce al piazzale della Basilica Inferiore e compresi pienamente quanto Pératé scriveva nella sua guida all’inizio del Novecento:

(…) Siamo da San Francesco: quiete profonda, distensione d’anima, dolce ascensione lontano dalle preoccupazioni e dalle meschinità quotidiane. Sul sagrato del chiostro monastico, la Pace e la Pietà ci attendono, il Candore e l’Umiltà ci servono. Abbiamo trovato il paradiso terrestre; e conservo in fondo al mio cuore le immagini dei Fioretti moderni che un giorno potrebbero ben tentare la penna o il pennello di un poeta o di un pittore.

C’erano pochi visitatori, ma probabilmente non era la stagione che il turismo impone. Tanto meglio!
Ebbi modo di osservare nel dettaglio tutto, dalla meravigliosa struttura della chiesa agli affreschi degli artisti più celebri della pittura italiana, da Giotto, Cimabue, Simone Martini a Pietro Lorenzetti; scendere nella cripta, alla tomba di San Francesco raggiungere poi la basilica superiore ammirarne le opere d’arte e perdermi a osservare quelle volte blu costellate di stelle dorate che mi ricordarono quelle di un’altra chiesa francescana, Santa Margherita a Cortona.

In quel blu notte profondo la mia attenzione a un tratto fu catturata da qualcosa che se ne stava lì, molto in alto, non si capiva bene cosa fosse, ma non faceva parte dello sfondo.
Misi meglio a fuoco e capii che si trattava di un palloncino, scappato probabilmente dalla manina di qualche bambino.
Mi strappò un sorriso e pensai che la stessa reazione l’avrebbe avuta San Francesco con tutta la sua bontà ed il suo amore per il prossimo!

Portioncule
La Portioncule
Incisione di Paul-Audrien Bouroux, 1926

Dal piazzale della basilica superiore, in cima alla scalinata di marmo, si gode della vista su tutta la valle.
Si esce dalla basilica un po’ storditi da tutta quell’arte, quel misticismo, quella bellezza e la devozione di cui ci siamo caricati.
Affacciandosi al muretto che delimita la piazza e guardando l’orizzonte, si ha quasi la sensazione di dover riprendere fiato.

Il cielo si è fatto sempre più scuro per via dell’ora. L’ultimo raggio di sole si fa largo tra le nuvole nere e va letteralmente ad accendere la cupola della Chiesa di Santa Maria degli Angeli, giù in basso, ai piedi di Assisi.
Al suo interno c’è qualcosa di veramente suggestivo: la Porziuncola. La piccola chiesetta che San Francesco restaurò e alla quale sono rimasti legati i ricordi dei momenti più importanti della sua vita.
È qui che fondò l’ordine dei Frati Minori, è qui che Chiara ricevette l’abito religioso ed è qui che il santo morì il 4 ottobre 1226.
Vista da quassù, con la cupola e la statua dorata che ne sovrasta l’ingresso, che spiccano in mezzo al verde degli olivi e all’oscurità delle nuvole, con quell’ultimo raggio di sole che le fa brillare, si ha l’idea di un gioiello gettato dalla cima della collina in mezzo ai campi e rimasto incastonato lì, nel tempo.

Raffaella Cavalieri

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