Testimone di una realtà che si ripete

Probst George Balthasar, Le terrible tremblement de terre à Messine, 1785. Veduta ottica [4] di G.B. Probst raffigurante il devastante terremoto che colpì Messina nel febbraio del 1783. (fonte www.ideararemaps.com)

Era la notte del 5 febbraio 1783. Il cielo sopra la corte di Weimar appariva nuvoloso, senza un alito di vento, afoso e quieto. Il giovane Goethe aveva spostato il suo letto accanto alla finestra e si era posto a osservarlo: È un momento molto importante, sta avvenendo un terremoto in qualche luogo, affermò. Quando dopo qualche settimana la notizia del terribile terremoto che aveva colpito Messina e la Calabria meridionale giunse in Europa, quella di Goethe fu considerata una premonizione.

Udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si scosse e tremò… [Nicola Leoni]

La scossa fu molto forte, durò due minuti, e sembra aver raggiunto un grado pari all’undicesimo della scala Mercalli. I danni furono molti sia a persone che abitazioni.
Tra il 5 e il 7 febbraio si registrarono 949 scosse, alcune molto forti e proseguirono anche nei mesi successivi, impedendo l’immediata ricostruzione delle città colpite.
Questo catastrofico evento sismico andò a cambiare radicalmente la morfologia del territorio e l’intero sistema idrogeologico dell’area.
Le strade erano bloccate dalle macerie e ciò rendeva impossibile consegnare alimenti, acqua e aiuti che prontamente arrivarono dalle città vicine, i mulini devastati, le condotte d’acqua saltate. Da un dispaccio indirizzato al viceré Caracciolo, sappiamo che

la sera di questo medesimo giorno 14 febbraio, dietro ordine sovrano, alcune navi, fra cui la R. Fregata S. Dorotea e un bastimento genovese, salparono da Napoli verso Messina, conducendo seco, oltre ad una gran somma di denaro, gran quantità di viveri: pane, biscotti, pasta, legumi, lardi, ecc. nonché «cantara quattrocento di farina, diversi pezzi di tela in canne mille» e oggetti di farmacia e chirurgia, strumenti da scavo, tavole, travi ed altri oggetti necessari per il sollievo della città. Tutto questo risulta da un dispaccio pure del 14 febbraio indirizzato al Caracciolo. [1]

Malviventi rubavano tra le macerie, si manifestò uno tsunami e il vento forte che si levò appiccò un violento incendio che si propagò dai focolari rimasti accesi.
Tre anni dopo Johann Wolfgang von Goethe, durante il suo primo viaggio in Italia, visitò le zone colpite dal terremoto e trovò Messina, ci dice, ancora gravemente lacerata da quella ferita.

Sulla via di Messina

A sinistra si costeggiano alte rocce calcaree, che si mostrano sempre più colorate e formano delle belle insenature; segue una specie di pietra che potrebbe essere schisto argilloso o quarzo micaceo. Nei torrenti si trovano già dei detriti di granito. I tuberi gialli del solano, i fiori rossi dell’oleandro allietano il paesaggio. […]
Ed eccoci arrivati a Messina: non avendo notizia di alcun albergo, ci siamo adattati a passare la prima notte nella locanda del nostro cavallaro, riservandoci di andare il giorno dopo alla ricerca di un alloggio migliore. Questa nostra risoluzione ci ha offerto fin dai primi passi lo spettacolo più orrendo d’una città distrutta.  Abbiamo percorso a cavallo il tratto d’un quarto d’ora attraverso rovine e rovine prima di arrivare alla locanda, l’unica abitazione ricostruita in tutto quel quartiere, e che perciò dai balconi del piano superiore non presentava che la vista d’un deserto frastagliato di macerie. Oltre la cerchia di quella specie di masseria, non c’era ombra né di uomini né di animali: il silenzio, nella notte, era terribile. Le porte non eran munite né di saliscendi, né di serrature: ad accogliere ospiti umani s’era provveduto come se si fosse trattato di cavalli; e con tutto questo abbiam dormito tranquillamente sopra un materasso, che il nostro servizievole bardonaro, a furia di chiacchiere, era riuscito a strappare da sotto la schiena del locandiere.

Messina, venerdì 11 maggio

Oggi abbiam licenziato la nostra brava guida, compensandola con una generosa mancia dei suoi buoni servigi. Ci siamo lasciati da amici, non prima che egli ci avesse procurato un domestico di piazza, il quale avrebbe dovuto accompagnarci nel migliore albergo e mostrarci poi le cose più interessanti della città. Il nostro locandiere, che non vedeva l’ora di sbarazzarsi di noi, ha aiutato a trasportare in gran fretta bauli e valigie in un alloggio decente, più vicino al centro animato della città, vale a dire fuori della cerchia della città stessa. Ed ecco perché. Dopo l’immane catastrofe che colpiva Messina e uccideva dodicimila abitanti [2], non era rimasto un tetto per trentamila superstiti; la maggior parte delle case era crollata; quelle che eran rimaste in piedi non offrivano, per le mura tutte lesionate, alcun rifugio sicuro; si pensò allora a costruire in fretta e in furia a nord della città, in una estesa pianura, una città di baracche, della quale potrebbe farsi un’idea chi, nella stagione della fiera, percorra il Römerberg a Francoforte o la piazza grande di Lipsia; dove tutte le botteghe e i negozi danno sulla strada, e buona parte del lavoro si fa all’aperto. Così qui non vi son che pochi edifici fra i più importanti, che rimangano in qualche modo chiusi al pubblico, perché gli abitanti passano gran parte del tempo a cielo scoperto. In tali condizioni si vive a Messina già da tre anni. Una simile vita di baracca, di capanna e perfino di tenda influisce decisamente anche sul carattere degli abitanti. L’orrore riportato dal disastro immane e la paura che possa ripetersi li spingono a godere con spensierata allegria i piaceri del momento. Il ventun aprile scorso, vale a dire una ventina di giorni fa, si era temuta una nuova catastrofe: una scossa ben sensibile aveva fatto tremare il suolo un’altra volta. Ci han fatto vedere una chiesetta, dove era pigiata una folla di devoti proprio nel momento in cui si era avvertita la scossa. Alcuni dei presenti, a quanto si dice, non si sarebbero ancora riavuti dallo spavento. […]
Avevamo appena espresso alla nostra guida il desiderio di visitare internamente una delle baracche più grandi, del resto non più alte d’un piano, e di osservare l’arredamento e quel tenor di vita improvvisata, quando un signore piuttosto simpatico si associò alla compagnia, dandosi subito a conoscere per insegnante di lingua francese. Finita la passeggiata, il console gli manifestò il nostro desiderio di vedere una di quelle abitazioni, pregandolo di condurci a casa sua e di farci vedere la sua famiglia.
Entrammo nella baracca, costruita e coperta di tavole di legno. L’impressione è stata proprio quella che fanno i baracconi della fiera, dove si fan vedere a pagamento gli animali feroci o altre curiosità. L’ossatura del legname era visibile tanto alle pareti quanto sul tetto; una cortina verde separava il vano anteriore, che non sembrava pavimentato, ma battuto come un’aia. Di mobili non c’erano che sedie e tavoli. La luce pioveva dall’alto, per le fessure formatesi a caso nel tavolato. Conversammo per un bel po’; io stavo osservando la cortina verde e l’impalcatura del tetto, visibile al di sopra, quando, d’un tratto, dietro alla cortina s’affacciarono a curiosare due graziosissime testine di fanciulle, dagli occhi neri e dai capelli neri, le quali però, appena s’accorsero d’essere osservate, sparirono come un lampo. Tuttavia, alle preghiere del console, dopo pochi minuti necessari per acconciarsi, riapparvero tutte linde e graziose in vesti di vario colore, che mettevano una nota spiccata e leggiadra sul fondo verde della cortina. Dalle loro domande ci fu facile arguire che esse ci consideravano come esseri leggendari dell’altro mondo; ameno inganno, in più le nostre risposte non potevano che confermarle ancor più. Il console stesso fece loro un quadro divertente della nostra apparizione fiabesca; e la conversazione fu così piacevole che durammo fatica a congedarci. Soltanto fuori della porta ci venne in mente che non avevamo veduto le stanze interne: le gentili abitatrici ci avevan fatto dimenticare l’abitazione. […]

Messina, domenica 13 maggio

Ci siamo svegliati, è vero, con un sole splendido e in un albergo più simpatico, ma ci siam sempre ritrovati in questa sventurata Messina. Nulla di più tetro che lo spettacolo della così detta “Palazzata”, una serie di grandi palazzi a falce di luna, che incorniciano la spiaggia per il tratto d’un quarto d’ora.  Erano tutti edifici a quattro piani e costruiti in pietra; di questi, alcune facciate sono rimaste ancora in piedi fino al sommo della cornice, altre son crollate fino al terzo piano, al secondo, al primo; in modo che tutta questa schiera di palazzi, un tempo così superbi, adesso si presenta allo sguardo orribilmente frastagliata e bucherellata, poiché l’azzurro del cielo si vede attraverso quasi tutte le finestre. Nell’interno le abitazioni propriamente dette sono tutte sfasciate.
La ragione di questo fenomeno singolare è che, per seguir l’esempio del brillante piano architettonico tracciato dai proprietari più ricchi, i vicini, meno facoltosi, in un’apparente gara di sfarzo, avevano mascherato, dietro alle facciate nuove costruite in pietra viva, le loro vecchie case, murate con ciottoli grandi e piccoli tenuti insieme con molta calce. Una struttura simile, poco sicura di per sé, sfasciata e frantumata dall’orrenda convulsione, non poteva non rovinare completamente. […] Che poi la cattiva costruzione delle case, dovuta a mancanza di pietre nei dintorni, sia stata la causa precipua della rovina totale di Messina, lo dimostra anche la resistenza opposta dagli edifici più saldi. Il collegio e la chiesa dei Gesuiti, massicce costruzioni in pietra, stanno ancora in piedi, incolumi nella loro originaria solidità. Comunque sia, l’aspetto di Messina è indicibilmente triste e ricorda gli antichissimi tempo, in cui Sicani e Siculi abbandonarono questa terra instabile per stanziarsi sulla costa occidentale dell’isola. [3]

Quello di Messina non fu il primo grande fenomeno sismico nella storia della nostra povera terra… e come ben sappiamo non è stato neanche l’ultimo. Il racconto di quel terribile evento è così simile a quello che nei nostri giorni ha colpito le regioni dell’Italia centrale, diffondendo di nuovo paura, distruzione, disperazione in zone già duramente ferite.
Il 1783 vide l’istituzione del primo piano antisismico d’Europa: la Giunta formatasi per fronteggiare i problemi

aveva stabilito, che nel costruire i fabbricati bisogna fare in modo che le strade della città siano piane quanto più si possa e «trafficabili con i carri», che quelle principali abbiano ventiquattro palmi di larghezza, le secondarie sedici palmi. Le case non dovranno avere più di quaranta pahni di altezza e le chiese cinquanta palmi. Non vi dovranno essere né torrette nelle case private, nè campanili o cupole nelle chiese.

Queste accortezze si dimostrarono efficaci negli anni successivi, quando in seguito ad altre scosse, i danni furono molto più lievi.
Ferdinando di Borbone si adoprò con tutti i mezzi possibili per far rinascere la città e così, per opera del suo sovrano e per la gran costanza e forza dei suoi figli, Messina risorse dalle sue stesse rovine, più bella, altera e trionfante.
Se stavolta la letteratura di viaggio ci conduce attraverso un argomento doloroso, ci dimostra al tempo stesso di quanto questi testi siano testimonianze della nostra storia, sotto tutti gli aspetti, con alcune imprecisioni certamente, ma ci offrono se vogliamo un quadro più umano di ciò che è accaduto, con la visita a quelle che oggi vengono definite tendopoli per cercare di capire come si potesse vivere in quelle condizioni.
Personalmente le descrizioni di Goethe, risalenti a più di 230 anni fa, quelle incredibili somiglianze con le situazioni attuali, mi hanno fatto pensare che forse in tutto questo tempo non ci siamo mossi per niente, il piano antisismico è ancora quello, la nostra terra è destinata a tremare e i sismologi continuano a ricordarcelo. Intanto perdiamo i nostri cari, il nostro patrimonio che è lì da secoli… e perdiamo la speranza.
Penso che sia giunto il momento di aggiornare il modus operandi cercando di prevenire ed evitare i danni, la disperazione e le lacrime, anche quelle che ognuno di noi, stringendosi alle vittime del terremoto in un abbraccio infinito, sta versando dentro di sé.

Raffaella Cavalieri

Jacques Chereau, Le celebre pour les vaissaux autre fois si dangeroux de troit de faro di Messina, 1784. Curiosa veduta ottica [4] del terremoto di Messina avvenuto il 5 febbraio del 1783. Rappresentazione di fantasia, ma con elementi ben riconoscibili del porto. (fonte www.ideararemaps.com)
Jacques Chereau, Le celebre pour les vaissaux autre fois si dangeroux de troit de faro di Messina, 1784. Curiosa veduta ottica [4] del terremoto di Messina avvenuto il 5 febbraio del 1783. Rappresentazione di fantasia, ma con elementi ben riconoscibili del porto. (fonte www.ideararemaps.com)

 

[1] Vincenza Calascibetta, Messina nel 1783, Società Messinese di Storia Patria, Messina, 1995, pag. 30
[2] Vincenza Calascibetta, nel suo Messina nel 1783 afferma che Goethe deve aver molto esagerato nel fornire questo dato, in quanto le vittime del terremoto di Messina furono 600 circa, mentre in Calabria 30.000.
[3] J.W. von Goethe, Viaggio in Italia, BUR, Milano 1991, pagg. 307-315
[4] Le vedute ottiche sono un particolare e ricercato genere di incisioni nate per essere inserite in un apposito macchinario, il Mondo Nuovo, che, attraverso un particolare gioco di luci e prospettiva, ne permetteva la visione con un effetto tridimensionale. La loro maggiore diffusione fu tra il XVIII ed il XIX secolo. Tra i maggiori editori di questo tipo stampe ci fu la Maison Chèreau, celebre famiglia di mercanti di stampe parigini.