Perché si raccontano i viaggi

Viaggio letterari - Giorgio Enrico Bena
© Giorgio Enrico Bena

Raccontare un viaggio è impossibile. O almeno, è impossibile raccontare il ‘nostro’ viaggio.
Chi ascolta, chi legge, chi guarda le immagini che abbiamo rubato e portato a casa e sia motivato per qualche sua ragione a cercare di condividere la nostra esperienza, deve accontentarsi della nostra capacità di evocare certe situazioni, particolari atmosfere e sensazioni. E per quanto possiamo essere bravi a comunicare, noi gli trasmettiamo solo quello che abbiamo scelto.

Persino una ininterrotta documentazione audiovisiva dei nostri spostamenti lascerebbe fuori tutto ciò che in ogni istante è sfuggito alla telecamera: soprattutto i profumi, gli odori, la morbidezza o la durezza del suolo, il frizzo o il gelo dell’aria sulla pelle e nei polmoni, o l’afa sudaticcia. E ben poco potrebbe comunicare della stanchezza, del refrigerio di un bagno o di una sosta, dei malumori, degli stupori, dei disagi e delle paure.
Quindi non solo non siamo in grado di raccontare oggettivamente il viaggio, ma nemmeno riusciamo a riprodurre la nostra soggettivissima esperienza del viaggio.

A questo punto è legittimo chiedersi perché si scrivano i libri di viaggio.
La risposta potrebbe essere: perché una delle debolezze umane fondamentali è il desiderio di comunicare comunque le nostre esperienze, e il viaggio per antonomasia è un concentrato di esperienze nuove, quasi si viaggia apposta per poterle raccontare.
Ma allora: chi li legge e a che scopo?
È quella letteraria la migliore forma di racconto rispetto a questo tema?
Ha ancora senso oggi, in un’epoca che ha paradossalmente moltiplicato gli spostamenti, azzerato le differenze e quindi le motivazioni al viaggio, una letteratura di viaggio?

Qui le risposte si fanno più complesse. I libri di viaggio sono letti da chi ama viaggiare per confrontare le proprie esperienze con quelle altrui, per trovare giustificazioni e nuovi stimoli alla propria passione, ma anche da chi non può viaggiare concretamente e vuole farlo almeno con la fantasia. O da chi non ha la voglia di viaggiare, ma ha comunque quella di conoscere ed è intrigato dai luoghi e dagli uomini che li abitano o li percorrono.

Ebbene, tutti costoro, tanto quelli che scrivono come coloro che leggono, accettano una tacita convenzione: sanno che i viaggi non possono essere raccontati.
E il fatto che entrambi lo sappiano rende tutto più facile e più pulito perché ciascuno dei due, a suo modo, ha a questo punto la libertà di inventarli.
In questo senso quella letteraria risulta essere la forma di narrazione più adeguata: perché è quella che concede più spazio all’immaginazione e permette a ciascuno, attore o lettore, di costruire sopra o sotto o ai margini della labile mappa tracciata dall’inchiostro la propria avventura.

Questo vale oggi più che mai. Un tempo si viaggiava per scoprire la diversità, per conoscere ciò che stava al di là dei normali orizzonti della conoscenza e per riconoscersi nel confronto con l’alterità. Oggi, in tempi di televisione, di Internet e di fotografia, possiamo conoscere tutto ciò che sta fuori rimanendo tranquillamente accoccolati sul divano: non è più questo che andiamo cercando nei nostri viaggi, non certo quel confine tra il noto e l’ignoto che è stato cancellato proprio da generazioni di esploratori, di mercanti, di viaggiatori, di emigranti e di turisti.

Cerchiamo piuttosto una differenza interiore, quella modificazione dell’Io che è inevitabilmente indotta dalla situazione del viaggio. Cerchiamo quella condizione di spaesamento non più nei confronti di una differenza – che è ormai solo di facciata – ma al contrario, rispetto a una standardizzazione globale dei costumi, dei gusti e dei consumi che, nel mentre vanifica ogni nostro connotato di identità, ci spinge a cercarne di nuovi magari con un ritorno alle origini, con l’assunzione di una mutata prospettiva rispetto al luogo di partenza.

E allora il racconto del viaggio diventa narrazione di questo mutamento, del quale lo spazio esterno è solo la cornice e rispetto al quale gli incontri fungono da reagenti. Non valgono le immagini a raccontarlo. Sono necessarie, anche se non sempre sufficienti, le parole.

Paolo Repetto