Pellegrinaggi laici ai luoghi letterari

I viaggi nelle case sono viaggi nelle vite. O forse è il contrario. Ma non importa. Una casa è un destino comunque.[1]

Dedo diceva che per capire se un libro era interessante, ne leggeva l’ultima pagina e poi decideva se prenderlo e perdercisi oppure no. Dedo era il mio nonno paterno… un uomo pieno di sapienza, conoscenza, che mi suscitava un misto tra timore e fascino immenso…

Ho letto l’ultima pagina di un libro intitolato La scrittrice abita qui e mi ha colpito questa frase. Quando l’ho sfogliato per la prima volta ero nello studio del mio professore. La copertina raffigurava un giardino e una casa, quella di Marguerite Yourcenar a Petite Plaisance.

Dopo tanti anni di ricerca e propositi di scrivere sulle case degli artisti, avevo finalmente trovato una scrittrice contemporanea che condivideva le mie idee e passioni. È stato affascinante e non ho potuto fare a meno di mettermi in contatto con lei. Prima però ho letto il suo libro e dopo quello, altri… perché leggere le parole di Sandra Petrignani è coinvolgente e il suo stile è veramente piacevole.

04-197x300La scrittrice abita qui, pubblicato nel 2002 da Neri Pozza, offre una serie di itinerari letterari nelle case di scrittrici del Novecento.
Si va da Grazia Deledda a Nuoro, a Marguerite Yourcenar a Petite Plaisance, Colette a Saint-Sauveur-en-Puisaye, Alexandra David-Néel a Samteg Dzong, Karen Blixen a Rungstedlung, e Virginia Woolf a Charleston e a Monks.

L’idea è nata, mi racconta l’autrice, da un primo viaggio nel Sussex, a Charleston, alla casa di Vanessa Bell e Duncan Grant, e a Monks House, appartenuta a Virginia e Leonard Woolf. “Sono due case così diverse e somiglianti alle due proprietarie che mi sono chiesta se anche altre case museo di scrittrici, somigliassero tanto a chi le aveva arredate e amate”. Così nei suoi viaggi ha colto sempre l’occasione di visitare case di artisti, raccogliendo materiale, appunti e fotografie.
Il libro è nato dopo venti anni di viaggi e di studi, di letture e appunti, di fotografie, ricordi e incontri. Ha ritrovato dettagli, oggetti, animali e luoghi importanti della vita di queste scrittrici che in qualche modo sono rimbalzati dalla vita all’opera e che, visitando i luoghi letterari, saltano subito alla memoria. Lo sguardo vi si perde estasiato. “Quando si scrive si sta sempre, in qualche modo, in compagnia di fantasmi”.

Quando si visitano luoghi come questi, luoghi della memoria, il fascino sta soprattutto nel rinvenire elementi, oggetti, ispirazioni ancora presenti nonostante il passaggio del tempo. Questo ci fa sentire la presenza di chi li ha abitati, il genius loci, lo spirito del luogo.
Parlando della Yourcenar, Sandra Petrignani dice che la scrittrice era ossessionata da una frase di Borges: “Uno scrittore crede di parlare di molte cose, ma quel che lascia, se ha fortuna, è un’immagine di sé”[2]. Un’immagine che riprende vita attraverso i testi, ma anche gli oggetti, i paesaggi e i luoghi che fecero parte della sua vita e che, con ogni probabilità, ispirarono proprio quelle parole.

Sandra Petrignani
Sandra Petrignani

Sandra Petrignani cita Grazia Deledda che, a proposito di appartenenza a una casa, nel 1916 scrisse un articolo per la «Riviera Ligure» dal titolo La mia casa ed io: “Solo adesso che la vedo invecchiare mi accorgo di amare la mia casa… E ricordo dei tempi primordiali, dei paterni nuraghes, quando l’uomo amava la sua casa fino alla morte e dopo la morte, e vi si seppelliva per diventare una cosa stessa con le sue pietre”[3].

Non sempre gli oggetti però arrivano a tanto, a farci capire l’essenza di chi li ha scelti e messi lì. I luoghi della memoria trasmettono l’eco di chi ci ha vissuto, di chi ha amato e abitato quelle case, di chi ancora abita lì anche se non lo si vede. Quella che danno è una percezione della presenza-assenza. Se ci concentriamo bene, se conosciamo bene quello scrittore, riusciamo a sentirne la presenza… una presenza tuttavia inafferrabile, come la definì Virginia Woolf.
Ecco come introduce questo concetto l’autrice di La scrittrice abita qui mentre ci guida in una sorta di visita virtuale attraverso le stanze di questa casa. Sembra di essere lì con lei, di sentire odori, rumori, di avere la sensazione di scorrere le dita sulle sedie ricamate e seguirne la linea che traccia le iniziali: “Mi muovevo tra le eleganti sedie Omega di Monks House, con le iniziali V e W intrecciate sul retro dello schienale e decorate molto sobriamente – come il tavolo da pranzo – da Duncan e Vanessa. Ammiravo i mobili d’antiquariato che Virginia e il marito avevano comprato durante i viaggi in Francia, guardavo nell’ingresso gli stivaloni e l’impermeabile che le erano appartenuti, i vassoietti sui davanzali con dentro fiori secchi profumati, le brocche e le tazze modellate da Quentin Bell e dipinte da Angelica Garnett. […] Visitare case è evocare spiriti, ma c’è vita qui? Tutto sfugge, proprio mentre sembrava di afferrare qualcosa. Il 9 maggio 1934, a cinquantadue anni, la Woolf visitò Stratford-on-Avon. Dopo essersi emozionata perché “quando il campanile batte le ore, quello è il suono che udiva Shakespeare”, annotava nella stessa pagina di diario: “Tutto pareva dire: sì, questo era Shakespeare, qui sedeva, qui passeggiava; ma non mi troverete, non in modo preciso e corporeo. Egli è serenamente assente-presente insieme; lo si sente irradiare intorno nei fiori, nell’antico salone, nel giardino, ma sempre inafferrabile”.”[4]

Immagino l’emozione di Sandra nel ritrovarsi ad accarezzare Fu-Ku, il cane di Marguerite Yourcenar, un barboncino grigio sopravvissuto alla padrona che tanto lo amava, il cui nome in giapponese significa “felicità”. Quel gesto, che chissà quante volte gli aveva rivolto la stessa Marguerite, fa scaturire nella nostra pellegrina letteraria questa riflessione: “Ho pensato che, se fossi capitata lì anche solo un anno dopo, magari Fu-Ku non sarebbe stato più vivo e avrei perduto questo “contatto” con la Yourcenar”.
Me ne parlava commentando la frase che avevo citato di Gabriel Faure, un autore che nei primi anni del Novecento scrisse molto sull’Italia e sui luoghi letterari, innamorato com’era della nostra nazione: “La dimora in cui visse uno scrittore, soprattutto quando è in un villaggio o più ancora in campagna, tocca sempre la nostra sensibilità, poiché la natura non cambia nonostante i secoli e noi troviamo le medesime montagne e gli stessi fiumi e spesso anche le stesse praterie e le stesse foreste. Invece bastano pochi anni a modificare l’aspetto di una città; e anche quando la casa di un poeta resta intatta, tutto è cambiato intorno ad essa”.

Ho chiesto a Sandra un’ultima cosa: che sguardo ha applicato quando ha visitato questi luoghi, quando ha ripreso gli appunti alla mano e ha scritto il libro? Ha inforcato gli occhiali letterari delle donne a cui ha reso visita o ha semplicemente osservato con il proprio sguardo lasciandosi guidare dalla propria percezione? Mi ha detto di aver usato la sua percezione restando però fedele alla personalità delle diverse scrittrici, attraverso quello strano miracolo che è proprio della scrittura, che permette di entrare in contatto mediatico con la materia narrata. “È un processo simile, credo, a quello degli attori che devono calarsi in personalità diverse dalla propria: si trova dentro se stessi la capacità di condividere un altro carattere”. Che immagine! Entrare in contatto con un’altra personalità, calarsi in un’altra epoca e in una dimensione diversa dalla nostra, ma che in qualche modo conosciamo, viaggiare nel tempo oltre che nello spazio.

Visitare case della memoria, in fondo, come conferma l’autrice è una sorta di fede laica, che porta a un pellegrinaggio in luoghi che il viaggiatore considera comunque in un certo qual modo sacri, in quanto la sua fede nei confronti di quello scrittore e delle sue idee lo porta ad avere un tipo di approccio che somiglia molto a quello che si ha nei confronti di santi, religiosi e divinità. Non si visitano santuari, ma i luoghi in cui questi personaggi sono transitati e hanno lasciato le loro orme e il loro spirito, quei luoghi insomma in cui esercitare quella fusione col personaggio di cui si parlava. Tra Sette e Ottocento questo tipo di viaggio si diffuse molto: si seguivano i passi dei grands hommes, li si innalzavano a personalità da venerare, da amare, da ritrovare attraverso la memoria storica e letteraria, attraverso i vetri di una casa, il paesaggio, le parole… inforcando occhiali letterari, tralasciando tutto il resto e leggendo solo la parte di storia letteraria.

Vi invito, viaggiatori e lettori attenti e curiosi, a leggere il libro di Sandra Petrignani. Sono sicura che i veri amanti del viaggio e della buona scrittura non se ne pentiranno… sia per un viaggio virtuale, comodamente seduti su una poltrona o sulla sdraio al mare visto che siamo in stagione, che per un viaggio vero a proprio nei luoghi da lei indicati, lasciandovi guidare dalle sue parole, in un viaggio che diventa quasi tridimensionale.

Raffaella Cavalieri


[1] Petrignani, Sandra, La scrittrice abita qui, Neri Pozza, 2002, pag. 234
[2] Ivi, pag. 57
[3] Ivi, pag. 39
[4] Ivi, pag. 216-217