Sulle tracce degli eterni amanti

Il guasto ad una ruota mi costrinse a percorrere a piedi l’ultima lega che mi separava da Rimini. Il sole era appena tramontato sull’Adriatico; all’orizzonte un vapore rosa univa il mare al cielo, mentre alla mia sinistra le montagne erano già cupe per le tinte violacee del firmamento, scurito dalla notte. In questa ora brillante e mista di tenebre, lungo il bordo di questo mare il cui mormorio melodioso e malinconico sembrava riportarmi ai tempi dei sospiri d’amore e dei gemiti, provai quella sensazione dolcemente triste che il cuore prova di fronte alla tenera e triste storia di Francesca. La poesia umana non ha niente di più semplice e profondo, patetico e calmo, casto e abbandonato di questa storia.

Jean-Jacques Ampère, Voyage Dantesque

 

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Rocca di Gradara

Queste frasi tornano alla mente attraversando i luoghi danteschi tra Emilia Romagna e Marche. In particolare, a poco più di venti chilometri da Rimini, c’è un luogo in cui il ricordo dell’amoroso e triste episodio di Paolo e Francesca si fa più vivo, passo dopo passo.
È Gradara, affascinante esempio di architettura medievale, borgo fortificato della provincia di Pesaro e Urbino, caratterizzato da una cinta muraria intatta e dalla bellissima Rocca Malatestiana, una delle fortezze d’Italia meglio conservate.

A mano a mano che ci si avvicina la Rocca appare in tutto il suo splendore, coronata dalla sua cinta muraria. La porta posta sotto la torre dell’orologio sembra aprirsi su un mondo che pareva perduto, dimenticato, relegato ai libri di storia: ponti levatoi, passeggiate lungo i cammini di ronda delle mura merlate, sulle torri, per poi ridiscendere tra le caratteristiche vie del borgo, tra locande e negozi, in uno scenario in cui non sorprenderebbe affatto vedersi animare l’armatura che fronteggia l’ingresso del Museo della Storia. Al suo interno prosegue il viaggio attraverso il tempo, nel fascino del mistero delle grotte e dei cunicoli sotterranei che da secoli custodiscono segreti mai svelati.

Finestra della camera di Francesca
Finestra della camera di Francesca

Una antica tradizione popolare tramandata oralmente, narra di quando il Castello di Gradara fece da cornice alla storia d’amore di Paolo e Francesca, celebri e sventurati innamorati adulteri che Dante confina nel V canto dell’Inferno, nel girone dei lussuriosi, travolti da una forte corrente ma sempre abbracciati in quell’amore che li avvolge e tiene uniti per sempre, anche dopo la morte. Francesca, secondo la tradizione, fu vittima di un inganno che la vide promessa in sposa dal padre Guido da Polenta al figlio di Malatesta. In realtà la fanciulla doveva andare in sposa al primogenito dei Malatesta, Gianciotto, ma, sospettando il rifiuto da parte di Francesca nello sposare un uomo anziano e affetto dalla nascita da una malformazione, le fecero credere che lo sposo fosse il fratello, il bel Paolo. Nonostante la delusione nello scoprire l’inganno, Francesca dette a Gianciotto una figlia.
Nel 1283 Paolo fece ritorno ai suoi possedimenti in quel di Gradara e andò spesso a trovare Francesca. Durante uno di questi incontri, come sappiamo, la lettura delle vicende amorose di Ginevra e Lancillotto, fu fatale ai due innamorati.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse…

Si narra infatti che, qualche anno dopo, nel settembre del 1289, Gianciotto, avvertito dal fratello Malatestino dell’Occhio di questi frequenti incontri, entrò nella stanza e colse Paolo e Francesca mentre si baciavano. Sguainò la spada, Paolo tentò di fuggire attraverso una botola nel pavimento, ma le sue vesti rimasero incastrate e dovette tornare indietro. Francesca si interpose tra la punta della spada del suo sposo e Paolo… ma come sappiamo, Gianciotto li uccise entrambi.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte
Caina attende chi a vita ci spense.

La Rocca, che fu prima dei Malatesta, poi degli Sforza e infine dei Della Rovere, divenne di proprietà comunale, per passare poi, nel 1877, al Conte Morandi di Bonacossi di Lugo. Ma la data più importante resta forse quella del 1920, quando l’ingegner Umberto Zanvettori procedette all’acquisto e soprattutto avviò un progetto di ristrutturazione che andò a completare quello già intrapreso ai tempi degli Sforza. È a lui ed ai suoi collaboratori che si deve la grande opera che oggi possiamo ammirare e visitare.

Divina FrancescaEleonora Duse nelle vesti di Francesca da Rimini. Fotografia in Gabriele D’Annunzio, Francesca da Rimini, translated by Arthur Symons, New York, Fredrick A. Stokes Company, 1902
Divina Francesca
Eleonora Duse nelle vesti di Francesca da Rimini. Fotografia in Gabriele D’Annunzio, Francesca da Rimini, translated by Arthur Symons, New York, Fredrick A. Stokes Company, 1902

Entrando nelle stanze del Castello di Gradara si è catapultati in pieno Medioevo.
Gli arredi, i soffitti, le decorazioni sono accuratamente scelti e conservati e sono eredità dell’opera del loro ultimo proprietario. Dalle finestre si possono ammirare la cinta muraria, il ponte levatoio, i giardini ben curati, e godere del panorama che domina l’Adriatico.  L’aria che si respira è ricca di storia, fascino e mito, si passa attraverso la stanza delle torture, da quella del Mastio a quella di Sigismondo e Isotta, per giungere poi in quella che viene indicata come la camera di Francesca. La vicenda dei due amanti sembra rivivere ogni sera in quello scenario che Zanvettori volle ricreare nell’ala del castello, che nel XII – XIII secolo era adibita ad abitazione del Signore.
Trasse ispirazione dalla rappresentazione Francesca da Rimini di D’Annunzio, interpretata da Eleonora Duse nel 1902 al Teatro Lirico di Milano. Nella stanza è esposto l’abito indossato dalla Duse, riprodotto, su disegni originali, dalla stilista Alberta Ferretti; un leggio evoca la lettura del galeotto libro e sul pavimento si vede la botola da cui, si presume, tentò di fuggire Paolo.

L’atmosfera ricreata è suggestiva e aggirandosi per quelle stanze o camminando sotto la finestra della camera di Francesca, si ha la sensazione di non essere mai soli, di essere pronti ad assistere alla rappresentazione di un dramma che è passato alla storia letteraria mondiale, una delle parti della Divina Commedia più tradotte e note al mondo.  E così, come un libro ha portato alla morte i due amanti, un altro libro li ha resi celebri e li ha mantenuti in vita attraverso la memoria collettiva, e continuerà a farlo fintantoché continueremo a leggerne, scriverne, e ricercarne le tracce…

 

Raffaella Cavalieri

 

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