Da Las Vegas a Mammoth Lakes

Ci sono momenti che segnano il viaggio, lo caratterizzano al punto da far sbiadire nel tempo il ricordo di altre giornate.
Quel che le distingue dalle altre può essere un incontro, una tappa particolare, il succedere improvviso di un fatto insolito: oppure una semplice emozione, che risponde ad esigenze profonde dell’animo.
Nulla di eccezionale, a volte è solo una sfumatura che distingue un giorno qualunque da un giorno speciale, degno di essere ricordato e celebrato.
Eccomi a raccontare, in attesa di condividere con voi nuove esperienze.
Non più da lettori ma da protagonisti, qui, su questo sito. 

Il viaggio si svolge nell’Ovest degli Stati Uniti: inizia da Denver ed è incentrato sui Parchi del Colorado, Utah, Arizona, Nevada e California, con l’aggiunta di qualche escursione urbana.
Non solo grandi città come Las Vegas e San Francisco, ma anche piccoli centri, allineati lungo le grandi highway che solcano quegli immensi territori: manciate di case, raccolte attorno a un Danny’s o a un qualunque fast food, dove nel giro di qualche giorno si arriva a conoscere tutti gli abitanti del luogo.
E poi la natura: uno spettacolo, quello dei parchi nazionali americani, che tutti ci attendiamo, poiché ben conosciuto tramite decine di film e documentari.
Ma sempre inatteso, perché sei tu che risali i torrenti con l’acqua a metà gamba, sei tu che scendi nei canyon passando dall’aria fresca dell’altopiano al caldo del fondovalle, sei tu che sei colpito dal tramonto arancio e rosso della Monument Valley.
È il tuo viaggio.

Una giornata di viaggio da Las Vegas a Mammoth Lakes.

Ci svegliamo a Las Vegas. Dobbiamo partire per le 09:30, più tardi delle altre mattine.
Si sa che una sola notte a Las Vegas, con le sue luci, il gioco e le donne a tacco 18 e minigonna, va vissuta fino a quando ogni poltrona diventa un letto.
Eppure il gruppo è stranamente puntuale.
Giampaolo la sera prima si è fatto fregare la macchina fotografica, lasciata incustodita alla reception del nostro hotel. Adesso mi annuncia con aria contrita, di aver lasciato le chiavi dentro l’auto, irrimediabilmente chiusa! Quindi, eccoci bloccati da un odioso imprevisto. Quanto ci vorrà per toglierci da questo impiccio?
Arriveremo alla Death Valley con il sole allo zenit?
Chiamo il nostro rent a car e chiedo aiuto. Mi dicono che in trenta minuti arriverà un meccanico.

I trenta minuti diventano un’ora e il meccanico si rivela un’abile ladro di auto, convertito all’apertura legale delle portiere senza scasso o effrazione.
Insomma arriva un cristiano di taglia maxi, che solo negli USA si vedono circolare.
Direi 180 kg, non meno, alto ma non abbastanza da dissimulare la mole, tremolante ad ogni passo come un budino, ma comunque energico e oltremodo deciso.
Deciso ad aprire l’auto. Vestito di scuro, sudato, unto, inizia subito ad armeggiare dal finestrino del guidatore. Prende un’asta metallica piatta e la inserisce tra il vetro e la carrozzeria, cercando di agire sul meccanismo di apertura della serratura.
Poi cambia tecnica e inserisce una piccola camera d’aria tra l’angolo della portiera e la scocca dell’auto. Comincia a gonfiarla con una minuscola pompetta.
“Prendo la pressione alla macchina!”, ci dice senza sorridere.
Una volta creato lo spazio sufficiente, il nostro uomo-gelatina inserisce l’asta metallica nel varco e con la punta gommata tocca il pulsante interno di apertura della porta.
Clak, il gioco è fatto. Ha aperto l’auto! Dieci minuti di lavoro! Nessun danno!
Meravigliati applaudiamo, ringraziamo, chiediamo la foto ricordo e salutiamo.

Troviamo rapidamente la via di uscita da Las Vegas e puntiamo verso la Death Valley.
Il primo stop è Zabriskie Point. Michelangelo Antonioni è nei dintorni, almeno della memoria. Scendiamo dalle auto con la bottiglia di acqua in mano, il cappellino, gli occhiali. A poco servono. L’impatto con i 55 °C è devastante.
Mi sento fiacca, come gli altri mi muovo lentamente, l’aria rovente mi avvolge nel suo abbraccio.

Mi avvio verso la breve salita che porta al belvedere Zabrinskie Point.
Rocce, terra e sabbia, color marrone, ocra, gialle, circonfuse da un velo di bianco abbacinante che non puoi guardare a lungo e che nasconde le tonalità verdi e arancione promesse dalla guida. L’incanto c’è comunque.
Il caldo è insopportabile, resisto pochi minuti. Scendo, l’asfalto è molliccio, incrocio i miei compagni di viaggio che stanno salendo. Non ci si saluta neppure.
Il troppo caldo, come il troppo freddo “immobilizzano”, ognuno risparmia i gesti, anche il saluto. Saliamo in macchina, avvolti dall’afa e dal silenzio, procediamo.
Golden Canyon, Sand Dune, Artist’s Palette, meraviglie che la natura ha creato in milioni di anni e che noi, sempre più accaldati, consumiamo in fretta come un gelato che si sta sciogliendo.

Ci mettiamo in strada sulla 190, mentre la sera restituisce i colori al deserto: ci rilassiamo con la speranza, per chi non guida, di dormire e riprendere le forze.
Dopo poche decine di miglia siamo costretti a fermarci. Dei motociclisti si sbracciano, ai loro piedi scorre un fiume d’acqua rossastra che attraversa la strada.
Scendo, mi avvicino, ma loro sono al di là del fiume; gridano e non li sento; salgo su di un terrapieno per avvicinarmi, urlano di tornare indietro.
Sono bloccati tra due torrenti, creati improvvisamente da un temporale.
Tutto il giorno avevamo visto in lontananza nuvoloni neri e avevamo anche sperato nella pioggia! Ma così? Tanta acqua da non lasciarci passare?
Riflettiamo sul da farsi e intanto il fiume di terra rossa si ingrossa, l’acqua ha già raggiunto le auto, aumentato il flusso, cambiato direzione. Inversione di marcia.
La strada per Mammoth Lakes sarà un po’ più lunga ma non possiamo rischiare di bloccarci qui, affogare nel deserto. Non si è mai visto.

Non è chiaro quanto ci impiegheremo a raggiungere Mammoth Lakes, e neanche come faremo a ricongiungerci con l’itinerario previsto.
Ecco Beatty: due file di case, l’una a guardare l’altra, un distributore con annesso emporio “vendo di tutto”. Qui il tempo è fermo, immobilizzato da qualcosa che non conosciamo ma che è esistito, dando vita e morte a questo posto.
“Dove siamo finiti?”, ci chiediamo. Ci mescoliamo agli altri acquirenti del negozio; acquistiamo gelati, caffè, biscotti e qualche lucchetto di un modello vecchio, strano, piuttosto voluminoso, che qui usano ancora e che da noi non si è mai visto.
La voglia di ricordare il posto è forte, e il lucchetto ci sembra il souvenir ideale per simboleggiare il mistero di Beatty.
Intanto, mentre facciamo benzina per le tre auto, ho modo di osservare il gestore.
Difficile dargli un’età, e persino stabilire se appartenga al sesso maschile o femminile. Concentratissimo, riordina i pacchetti di sigarette, che mette in buon ordine su uno scaffale, alle spalle della cassa: solo al termine dell’operazione, si rivolge al drappello di clienti in attesa.
Ha la situazione in mano: nel deserto vende sigarette, benzina, alimentari, pittura, ferramenta, pile e non so che altro.
Non cambia espressione, le rughe di una inoltrata età adulta non si muovono.
Conta i soldi come se cinque penny fossero un milione di dollari.
Segna su un pezzo di carta unta i litri di benzina della prima auto, poi in successione le altre. Pago, controlla le banconote segnandole con una specie di pennarello, poi mi restituisce il passaporto, tenuto in ostaggio per il pagamento.

Il mistero di Beatty lo scoprii solo in seguito, al mio ritorno in patria. Eravamo a ridosso del Nevada National Security Site, dove dal 1951 al 1992 il governo americano ha effettuato 928 test nucleari, per la gran parte sotterranei; quelli in superficie crearono funghi visibili fino a Las Vegas!
Certo qualche abitante di Beatty ci dovrà pur essere stato tra la moltitudine di cittadini, americani che negli anno ottanta dimostrarono ben 536 volte contro i test nucleari…

Riprendiamo la striscia d’asfalto consumato che divide le due schiere di case di Beatty. Il deserto ci accompagna ancora per un po’, fino a consumarsi tra cespugli secchi ed erbacce. Poi  appaiono i primi alberi, seguiti dal verde dei pascoli, mucche e fattorie.
Le mucche sono tutte nere, senza concessioni.
Si sta facendo notte, qualcuno in auto si addormenta.

Anche la strada, asfaltata di recente, è nera; non c’è segnaletica, mancano le strisce bianche al centro ed ai lati della carreggiata.
Bisogna andare piano, rallentare per non andare fuori strada.
È il 19 agosto ed è una notte senza luna. Senza stelle.
La strada comincia a salire mentre gli ultimi puntini di luce della civiltà agricola diventano un ricordo. Nel buio assoluto, solo i nostri fari dell’auto, nessun’altra luce.
Non incrociamo altre macchine.
I pascoli con le mucche nere continuano e ora ci accorgiamo del pericolo.
Mucche nere e strada nera nel nero della notte: bisogna fare attenzione, procediamo sempre più lentamente. Nel buio due macchie chiare si sbracciano e ci indicano di fermarci. Rallentiamo, fermiamo, scendo. Alla luce dei fari le due macchie bianche diventano camicie da uomo, ma le facce continuo a non vederle. Comincio a sentire le loro voci.
Arrivo sul posto, e mentre mi parlano con l’inglese liquido del continente indiano, vedo sulla loro destra, al centro della strada, una mucca stesa a terra, rantolante. Ovviamente nera. L’hanno centrata in pieno con la loro auto, ora fracassata. Sono due indiani, anche loro in viaggio da quelle parti, sembrano star bene e ci dicono di aver chiamato la polizia.
Nel frattempo la mucca si alza sulle zampe e zoppica dolorosamente verso il ciglio della strada, scomparendo ai nostri occhi.
Salutiamo e ripartiamo, lasciando alla loro sorte i due sfortunati viaggiatori e andando incontro alla nostra meta.

Ancora qualche chilometro e saremo a Mammoth Lake. Domani ci aspetta lo Yosemite National Park!

 

Bruna Vienno

Nata a Venezia, vive a Roma città che ha scelto come propria dimora dopo aver vissuto a lungo a Torino, Milano e Ginevra. Laureata in Dietistica e in Psicologia. Da diversi anni viaggia prediligendo l’Oriente. Ha visitato gran parte dell’Asia e dell’Europa, soggiornato in una cinquantina di stati, tra cui Argentina, Brasile, Giamaica, Giordania, Messico, Namibia, Russia, Polinesia Francese, Turchia, Stati Uniti, Egitto, Siria e Marocco. Ama soprattutto i viaggi a sfondo naturalistico e il trekking: ha navigato sul Rio delle Amazzoni e sul Mekong, tra Vietnam e Cambogia; al suo attivo anche escursioni sulle pendici dell’Annapurna, delle Torri del Paine e del Ngauruhoe in Nuova Zelanda. Si interessa di etnografia, in particolare dei popoli che mantengono le proprie tradizione, resistendo all’assalto della cultura occidentale. “Il viaggio è una malattia intrattabile che curo viaggiando”.