Viaggio nella valle dell’Omo

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Donna di etnia Karo

Da anni sono affascinata dalle popolazioni della valle dell’Omo. Cominciò tutto da un libro fotografico: Elfi d’Africa di Hans Alexander. Il fotografo aveva immortalato queste popolazioni e le loro bizzarre e poetiche rappresentazioni artistiche, in immagini bellissime.
Le tribù dell’Omo coltivano l’immagine personale attraverso il body painting, la decorazione corporale, creando elaborate strutture floreali per decorare soprattutto il viso e la testa.
Portai il libro in classe ai miei studenti di fashion design del terzo anno della Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) di Milano, e alcuni di loro ne presero ispirazione per creare la propria collezione di laurea e la propria tesi.
Così la valle dell’Omo, con i Surma, i Mursi, i Karo, gli Erbore e altre etnie ugualmente interessanti, entrarono a far parte della mia lista dei desideri, come luogo da visitare e conoscere meglio.

Anni dopo, grazie ad un colpo di fortuna inatteso, si è presentata l’occasione ideale. Una grande azienda italiana di abbigliamento, la Pinko, mi ha interpellata per realizzare un progetto in Africa, borse per la precisione.

Erbore
Bambini di etnia Erbore

Ed ecco che l’idea di riportare i segni stilizzati del body painting delle tribù della valle dell’Omo sulle borse ha preso forma. L’azienda mi ha poi chiesto di realizzare un filmato per raccontare e mostrare al mondo quest’angolo di terra nel profondo Sud dell’Etiopia.

Così a dicembre 2012 sono partita con mio marito, il regista e produttore Jordan Stone, e il cameraman britannico Dan Nathan alla volta dell’Etiopia.
Il piano di viaggio prevedeva un volo interno da Addis Abeba ad Arba Minch ma per un disguido l’agenzia locale non aveva né comprato né prenotato i biglietti. Ed ecco che, per caso o per fortuna, ci siamo ritrovati a viaggiare per quindici interminabili ore verso Sud, e questo ci ha dato la possibilità di vedere una parte di Etiopia che altrimenti avremmo distrattamente sorvolato.

Dall’altopiano di 2500 metri dove si trova Addis Abeba, abbiamo iniziato a scendere dolcemente verso pianure verdeggianti e paesaggi che a mano a mano acquistavano un aspetto sempre più tropicale. La strada era fiancheggiata da piantagioni di banane e da case di terra rosso scuro, con i tetti scintillanti di lamiera ondulata.
A un certo punto notammo, non lontano dalla strada, un gruppo di uomini che con pale di legno lanciavano in aria una strana polvere dorata. Ci fermammo e andammo a vedere da vicino: erano intenti alla pulitura del teff, un cereale che insieme al sorgo costituisce la base per la preparazione dell’angera, il piatto nazionale etiope, una sorta di focaccia di farina e acqua. La polvere non era altro che una nuvola di semi, sollevati nell’aria per consentire al vento di far volare via le impurità e la paglia, più leggere, e spogliare gradualmente il teff dei residui superflui.

La notte ci sorprese a Hosana, dove dormimmo solo qualche ora, dato che il giorno dopo la partenza era prevista per le 4 e trenta. Cioè a buio pesto. Poi si levò un’alba dolce e meravigliosa: nella luce incerta, sfilavano lungo la strada decina di persone, sole o a gruppi, con fare affaccendato e avvolti in colorate coperte a fiori.
Mentre il sole saliva sempre di più nel cielo, iniziammo a scendere verso i due laghi di Arba Minch. Il primo color caffelatte, il secondo di un bel color turchese che rifletteva il cielo, grazie ad una lama di roccia lunga e aguzza che fungeva da filtro e ne depurava magicamente le acque.
Mancavano ancora molte ore alla nostra prima meta e quindi, senza quasi mai fermarci, attraversammo la zona abitata dalle popolazioni Konso, caratterizzata da colline terrazzate e coperte di vegetazione verde tenero. Un paesaggio idilliaco, tanto che mi parve di essere entrata nella Valle dell’Eden.
L’aria si faceva sempre più calda e umida. Poi, improvvisamente, scesi dalle colline, ci trovammo a percorrere un’ampia vallata tutta coltivata a cotone: una pianta meravigliosa, che sembra intrappolare a terra piccoli sbuffi di nuvole. Grandi montagne bianche di cotone, alte come un palazzo di cinque piani, erano accumulate in spiazzi di terra rossa lungo la strada, creando un paesaggio davvero surreale!

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Pinko Bag for Ethiopia

Finalmente alle tre del pomeriggio arrivammo in vista dei primi villaggi degli Erbore.
Dopo una piccola riunione con alcuni membri della tribù spiegando, disegni alla mano, il nostro progetto, riuscimmo a pattuire una cifra che ci avrebbe consentito filmare e fotografare liberamente nel villaggio per un paio di ore.
Le donne avevano gioielli meravigliosi che pendevano dal collo e decoravano orecchie e caviglie.
Le gonne di pelle nera erano decorate con piccole clip di metallo argenteo, che sortivano un effetto molto raffinato.
I ragazzini erano invece coinvolti nella pratica della pittura corporea: si decoravano a vicenda, creando delle piccole maschere intorno agli occhi, realizzate con l’uso di semplici rametti di legno intinti nei pigmenti, che picchiettati sul viso creavano tanti puntini colorati. Poi mi venne in mente di prendere dalla macchina le borse che avevo ritirato nella fabbrica di Addis Abeba per  fotografarle ambientate nel villaggio. L’avessi mai fatto!
Le donne mi si lanciarono contro in massa, pensando che fossero regali per loro… e così iniziò una zuffa surreale, degna dei saldi di fine stagione nelle nostre città!

Termitaio lungo la strada
Termitaio lungo la strada

Durante la visita il capo del villaggio ci spiegò, tra le altre cose, che tra gli Erbore si praticano ancor oggi la circoncisione femminile e l’infibulazione: realtà che mi ha profondamente rattristata, ricordandomi quanto questa mutilazione barbara recentemente dichiarata fuorilegge dall’Onu, sia ancora diffusa in Africa (e non solo) nonostante associazioni come Desert Flower di Waris Dirie, si battono da anni per eliminare questa piaga.

Terminate le riprese ci rimettemmo in viaggio per raggiungere l’abitato di Turmi e l’Evangadi Lodge, dove avremmo passato la notte. All’alba ripartimmo alla volta del remoto territorio abitato dalla tribù dei Karo, raggiungibile solo lungo strade sterrate, affiancate da altissimi termitai che svettano accanto a piccole acacie e cespugli di piante grasse, dove branchi di babbuini impauriti andavano a nascondersi.

I Karo vivono su un altopiano che sovrasta un’ansa bellissima del fiume Omo. Gente tranquilla, con cui è facile instaurare un rapporto. Il capo villaggio si mostrò gentile e comprensivo, spiegando alla sua gente in dettaglio e con pazienza i motivi della nostra visita.Iniziammo le riprese, in un clima di disponibilità, grande collaborazione e divertimento, soprattutto dei bambini.

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Pinko Bag for Ethiopia

Qui anche gli adulti erano dipinti e, a differenza degli Erbore, sfoggiavano elaborate decorazioni floreali.
Le capanne del villaggio erano simili a quelle delle altre etnie della Valle dell’Omo, di forma arrotondata e costruite con paglia e arbusti. Appresi che quelle più piccole e sollevate dal suolo erano in realtà granai, dove i Karo conservano il sorgo e il teff che coltivano lungo le rive del fiume, contando sulle piene periodiche che fertilizzano naturalmente il suolo e notai con piacere che non lontano dal villaggio c’era una piccola struttura di mattoni, adibita a scuola.

La terra dei Karo, seppur aspra e difficile, appare agli occhi di noi occidentali, come una sorta di paradiso perduto. Un luogo dove i ritmi della vita mantengono una misura umana e comprensibile. Fino a quando resterà tale? Difficile dirlo. Di recente è stata completata la diga Gibe III che sbarrerà a nord il corso dell’Omo e regolamenterà le piene, con conseguenze imprevedibili per le genti che devono alle acque del grande fiume, la loro sopravvivenza.

Tutto è stato deciso a tavolino ad Addis Abeba, senza chiedere l’opinione dei diretti interessati.
Cosa pensino i Karo, gli Erbore, i Suri, gli Hamar e tutte le altre etnie che abitano l’Etiopia meridionale non interessa a nessuno. Non resta che sperare che questi cambiamenti influenzino solo in parte la loro vita, cosa assai improbabile. E non è finita. Un altra grave e nuova minaccia incombe sulle tribù della bassa valle dell’Omo.
Nel sottosuolo di quei territori sono state scoperte importanti vene minerarie di metalli preziosi. Una risorsa che il governo etiopico intende sfruttare senza riguardi per nessuno. Chi non è d’accordo, semplicemente sarà costretto ad abbandonare la propria terra natale che sarà venduta al miglior offerente e alle multinazionali straniere. In inglese si chiama land grabbing, espropriazione forzata della terra.

Recentemente ho ricevuto un link della CNN iReport, dove si denuncia uno tra i tanti di questi episodi, riguardante la Tribù dei Suri. In Etiopia, almeno per ciò che riguarda i miei contatti, nessuno sembra saperne nulla, né si azzarda a confermare i fatti.
Parlare di queste popolazioni, farle conoscere e divulgare gli abusi di cui sono oggi vittime, è forse l’unico modo per tentare di salvaguardare la loro esistenza.
L’Etiopia è solo un caso tra i tanti: in realtà gran parte delle popolazioni tribali e indigene del mondo sono continuamente offese e maltrattate.
In nome del progresso, si dice. Forse, ma sono proprio questi popoli, i cosiddetti “primitivi”, viventi ancora in simbiosi con la natura, che possono insegnarci a ritrovare l’equilibrio tra l’Uomo e la Madre Terra.
Un equilibrio che noi abbiamo da tempo smarrito.

 

Marina Spadafora

Nasce a Bolzano in una famiglia da generazioni nel campo della maglieria. Diplomata in Lingue lascia l’Italia per trasferirsi prima in Germania e poi a Los Angeles, dove apre uno studio di consulenza per Costume Design nel cinema e Fashion Design (L.A.D.S. Los Angeles Design Studio). Nel 1990 torna in Italia, dove continua a lavorare nel campo del fashion design, collaborando tra gli altri con Ferragamo, Prada e Vogue Italia, con cui cura l’iniziativa delle Nazioni Unite Fashion for Development, volta a creare opportunità commerciali per giovani stilisti dei paesi in via di sviluppo. Dal 2010 è direttore creativo della linea di abbigliamento “Auteurs du Monde” per Altromercato, la più grande organizzazione di Fair Trade in Europa. Grazie suo lavoro e la passione per i viaggi è sovente all’estero e principalmente in Vietnam, India, Nepal, Etiopia, Kenya, Perù, Ecuador e Guatemala, dove risiedono i suoi creativi “Autori del Mondo”.

 

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