In loco d’ogne luce muto

FuoriRotta 2018 - In loco d'ogne luce muto

C’è troppa luce, intorno.
Lo penso spesso quando, al cinema la persona davanti a me deve rispondere a un messaggio, durante il film. Lo penso anche quando di notte gli scuri sono chiusi ma qualche apparecchio elettronico è in ricarica, rosicchia la corrente restituendo un led, un colore, e mi obbliga a cercare l’oscurità al di sotto della coperta, anche i miei occhi aperti ne hanno bisogno.
C’è troppa luce sotto, da piccoli ci raccontavamo le storie del terrore illuminando la gola con una torcia che distorceva i contorni del viso, li massacrava. Ora ce lo siamo dimenticati e lo perdoniamo sempre il cellulare che ci segna la pelle a pieghe sotto al mento.
C’è troppa luce anche sopra, che per vedere le stelle, ormai bisogna partire, prendere la macchina e guidare: l’unica cosa che è sempre sopra di noi ci richiede di allontanarci da noi per essere vista. Il cielo.

In loco d’ogne luce muto è il viaggio che narra questo spostamento, una ricerca del cielo, del buio e del suo contrario.
Maria Clara Restivo

FuoriRotta 2018 - In loco d'ogne luce muto
Barbagie

I viaggi FuoriRotta nel racconto dei protagonisti


In loco d’ogne luce muto
di
Giampiero Vietti

Del resto, questa forse è la notte famosa in cui tu finirai di essere bambino. Non so se qualcuno te l’ha detto. Di questa notte i più non si accorgono, non sospettano nemmeno che esista, eppure è una netta barriera che si chiude d’improvviso.

– Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio

Dalla luce, il buio. Dal buio, la luce. Il desiderio di esplorare il buio, di respirare l’oscurità, per ri-conoscere la luce. Camminare sui sentieri di quell’Italia in estinzione che custodisce la notte, indispensabile ai bioritmi di flora e fauna quanto al benessere dell’uomo, e che mantiene aperta una finestra su quell’universo di cui sembriamo non curarci più. Ho ascoltato i suoi fiati e i suoi silenzi. Le sue ombre e le sue creature. I suoi fantasmi e i miei, che ho quasi 40 anni e quando ero bambino, come tanti, avevo paura del buio e ora fatico a ricordare quel malessere.

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Parco del Pollino

L’idea è nata qualche anno fa da una certa fascinazione per i viaggi che esplorano i loro limiti e dalla scoperta delle mappe dell’inquinamento luminoso e del poco noto primato del nostro paese. Da qui l’idea di un viaggio attraverso le poche aree che in Italia ancora possono godere di un ciclo della luce “quasi” naturale.
Quattro tappe dal Nord al Sud dell’Italia, il paese industrializzato con il più alto tasso di inquinamento luminoso e la maggior alterazione della notte, esplorando alcuni dei territori della penisola che ancora, in parte, conoscono un ciclo naturale della luce, dalle valli Aurina e Senales, in Alto Adige, attraverso le Barbagie e il Supramonte nella Sardegna orientale, dalla regione della Tuscia e del Lago di Bolsena al Parco del Pollino in Basilicata.
Un viaggio che mi faceva tornare a quello di Dante nella sua Commedia, anche lui alla prova del suo giro di boa, in un viaggio attraverso l’oscurità, i suoi fantasmi e le sue paure.
Oppure, un Diogene, solo apparentemente al contrario.

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Il mio infatti è anche il sogno di un amante della fotografia. Se fotografia vuol dire scrivere con la luce, allora un viaggio attraverso questi paesaggi significava per me un allineamento delle mie percezioni e delle mie abitudini al sentimento naturale della luce. Cercarla luce dove si fatica a trovarla. Arrendersi al buio, quando capita.
Secondo Hermann Hesse “viaggiare deve comportare il sacrificio di un programma ordinato a favore del caso, la rinuncia del quotidiano per lo straordinario, deve essere strutturazione assolutamente personale delle nostre inclinazioni”. Così, in questo viaggio le mie pose, le mie pellicole e i miei tempi non ambivano a essere infallibili e calcolatori. Si arrendevano alla luce, al buio, alle loro fantasie e proiezioni. Ai miei errori.
Sono stati poco più di 20 giorni, ma sono bastati a farmi consumare le suole delle scarpe lungo strade bianche e sentieri, provinciali, paesi, “timpe” e montagne. Ma sono le foto, subito dopo la mia memoria, a conservare le storie che ho incontrato e che ho costruito lungo la strada.

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Barbagie

Del treno Torino-Genova con cui sono passato per l’ultima volta sotto il ponte Morandi. Di Orgosolo e dei suoi volti simili a murales, come quello del giovane Graziano e del suo asino. Dell’incontro in paese con Francesco di Torino e con i suoi amici a cui ho deciso di unirmi per due giorni nel Supramonte. Con loro il cammino dalla valle di Lainattu e il rio sa Oche verso Tiscali e oltre, la notte trascorsa nel cuile. Il guardiaparco e la sua “fidanzata”. Di Fonni e del racconto della notte in cui la casa della nonna di Anna si cosparse di fuliggine. La signora di Mamoiada che mi ha accolto in paese con un energico: “Benvenuto nella vecchiaia, ma se cammini te la lasci dietro, come me che ho 75 anni e faccio 20 chilometri al giorno”. L’escursione in gruppo a Monte san Giovanni. E infine l’ultima notte con l’arrivo sul monte Armidda e l’incontro con gli astrofili dell’Osservatorio e con gli appassionati venuti per la lezione della notte di San Lorenzo. L’ingegnere e la chiusura della cupola. La prima notte trascorsa su un monte da solo, dopo lo scherzo dell’ingegnere… E poi il traghetto per Civitavecchia di nuovo in compagnia di Francesco e di un suo amico, questa volta diretti sul Gran Sasso.

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Tuscia

Della Tuscia conservo il ricordo della tappa Viterbo-Bolsena con cui ho risalito la Francigena passando da Montefiascone. La notte in campeggio e l’alluvione in riva al lago, il mattino seguente. Poi l’incontro con Leo, un amico originario di Acquapendente e con la sua bella famiglia. Suo padre, restauratore, ha lavorato alla conservazione e alla riscoperta di alcuni tra i più importanti tesori artistici della regione, come la chiesa di Santa Cristina di Bolsena. Con lui ho visitato le catacombe di Santa Cristina, il bosco del Sasseto, Sorana e Pitigliano e ancora le vie cave e i pescatori di Marta. A proposito di Marta, mi ricordo di Giammarco, il pescatore che aveva accettato entusiasta di portarmi sulla sua barca a raccogliere le reti sul lago all’alba (un racconto che i giorni di maltempo che stavano arrivando mi avrebbero negato). E i racconti del lago, l’ultima sera. E ancora Acquapendente e Orvieto, in attesa del treno, la discesa e risalita, che mai si incrociano, nell’incredibile pozzo di San Patrizio e le infinite facciate del duomo.

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Parco del Pollino

Dell’arrivo a Scalea al campeggio Moby Dick e dell’incontro con Daiana e Fabiano, protettori dei pellegrini. Mormanno e Rotonda. La banda del paese. I vecchietti al bar e le giovani coppie che per le vacanze tornavano in paese dal Nord. Poi la salita verso il rifugio Fasanelli. La notte e i tamburelli. La rugiada del mattino. L’acquazzone e il riparo nel bosco. I ragazzi che studiavano a Pisa e che la notte alla Madonna del Pollino mi hanno offerto compagnia, da mangiare e da bere dopo una giornata particolare, quella in cui anche io mi ero perso nella selva oscura, chè la luce era andata via sotto una pioggia decisa. E mentre il sentiero spariva tra fango e rovi, guadi e aspre pendenze, quella che doveva essere un’ascesa piuttosto agevole al Santuario si era trasformata nel mio giorno più difficile, nella mia salita piu dura. Poi il fuoco, la chitarra e la canzone delle timpe. I paesaggi che mi regalò il giorno successivo il cammino verso la Grande Porta. Il loricato e i cavalli in altura. Dell’incontro con Juliana, Vito e i suoi amici a Terranova. Ancora la pioggie e le tristi notizie dalle gole del Raganello. Un fan di Vasco che mi porta fino al suo Roxy bar…

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Val Senales

E poi su su fino a Bolzano. Da Oetzi, la mummia. E ancora su fino ai ghiacciai della val Senales dove ebbe luogo la fuga e la morte misteriosa del nostro antenato. Le ruspe che ora tracciano le nuove piste della valle. Certosa, il monastero e il suo percorso del silenzio. La risalita della Valle Aurina. La pioggia che mi ha costretto a fermarmi da Konrad/Corrado, l’Italia vista da lassù, le sue capre e la storia di come suo fratello e altri due suoi amici portarono in spalle fino in cima la nuova croce che avevano costruito.
L’arrivo al passo del Tauri al confine con l’Austria e il ricordo degli ebrei condotti attraverso quel valico verso la salvezza da Marco Feingold. La vecchia caserma al confine e chi saliva per rivederla oltre mezzo secolo più tardi dopo. E infine la prima nevicata di fine estate, che lassù arriverà puntuale, come Corrado aveva previsto, già il giorno dopo, mentre io ero appena tornato a casa, nella mia fumosa Torino.

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Salita del monte Schientalkopf (2774 m) in Valle Aurina

Passo dopo passo, questo viaggio mi ha concesso di riscoprire dai margini, dalle zone d’ombra, questo paese, che pur nelle infinite contraddizioni e incertezze, custodisce ancora delle persone e dei paesaggi unici.

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Valle Aurina

 

FuoriRotta 2018

FuoriRotta nasce da un’idea di Andrea Segre, Simone Falso e Matteo Calore, professionisti dello sguardo e cercatori di storie. In questi pochi anni, il progetto si è evoluto, ha cambiato contorni ed è diventata una realtà importante nel panorama italiano degli eventi legati al viaggio, forse per la sua unicità.
Molti dei progetti nati nell’ambito di FuoriRotta hanno dato vita a narrazioni che hanno poi continuato a crescere, arrivando a diventare documentari, libri, reportage, affermando a gran voce che per la nostra società viaggiare è ancora fondamentale, che cambiare prospettiva ci rende più ricchi, ridimensionando l’universo che ci siamo cuciti attorno, spostando il centro.
FuoriRotta è di chi crede che l’andare sia un diritto, di chi vede nei confini un’opportunità di cambiamento personale, di chi non ha paura.

www.fuorirotta.org


I viaggi FuoriRotta pubblicati su Luomoconlavaligia

FuoriRotta 2018 - Loricato, piante che raccontano la Basilicata

Loricato, piante che raccontano la Basilicata
Ci sono voci che solo alcuni possono udire.
Sono le voci delle piante, la memoria storica dei nostri luoghi che, con un’altra lingua, ancora raccontano il mondo com’era e, con la loro capacità di andare in profondità, ci suggeriscono come sarà.
Il viaggio di Fabrizio Gerardo Lioy racconta questo, di come il verde sia molto più di un colore, suggerendoci sottovoce il coraggio di attraversarlo. Leggi tutto