Punto a capo

FuoriRotta 2018 - Punto a capo - foto Michele Cattani

Una delle mie fissazioni di bambina era quella di risalire una cascata.
Avevo il sogno di passarci attraverso, scovare caverne nascoste, arrampicarmi lungo le rocce a picco e iniziare la risalita. Mi affascinava l’idea di andare controcorrente e, al tempo stesso, avevo l’impressione che inseguire il flusso contrario della natura me ne avrebbe spiegato il mistero e la perfetta geometria.
Mi sono chiesta molte volte se sarebbe stato più facile o più complesso, rispetto a una discesa. Non mi sono mai risposta, sapevo però che mi avrebbe posto tante domande.
Il viaggio di Michele e Mattia fa la stessa cosa, ripercorre un tragitto nel verso opposto, mettendosi in ascolto di tutte quelle voci e di quelle domande che animano il loro passaggio. Il progetto si chiama Punto a capo e vuole trovare un inizio, il verso dipende da che lato lo si guarda.
Maria Clara Restivo

I viaggi FuoriRotta nel racconto dei protagonisti


Punto a capo
di
Michele Cattani e Mattia Bertolini

Kita è una città della regione di Kayes, posizionata a sud ovest del Mali. Nei mesi tra marzo e maggio le temperature superano i 40°, le campagne vengono bruciate dal sole e le piogge si fanno attendere fino a giugno. È qua che, all’ombra di un mango, si ripete ciclicamente il solenne rituale della preparazione del tè.
Fadala ci spiega che il primo è amaro come la morte, il secondo è forte come la vita e il terzo dolce come l’amore.
Fadala è nato in un villaggio in brousse, ci racconta che è stato in Libia, della strada che ha intrapreso, dei chilometri percorsi e delle difficoltà incontrate al suo arrivo. È con poche parole, intrise di significato che Fadala tocca uno dei punti focali della nostra ricerca e della nostra presenza in Mali: “In un villaggio ti arriva solo l’eco delle voci di chi è partito a l’aventure e ce l’ha fatta. Allora anch’io mi chiesi: perché loro e non io? Perché dovrei restare? E così anch’io sono partito”.
In questa regione i villaggi si vedono privati della maggior parte dei loro giovani. Tutti vorrebbero partire o sono già partiti; tutti hanno un cugino, un grand frére o un tonton in Europa, tutti hanno un’immagine precisa dell’ Europa e vestono le maglie, vecchie o nuove, dei principali club di calcio.
“Non è facile. Partire all’avventura non è facile. Ho incontrato tante difficoltà di cui solo ora mi sento più consapevole, ma in fin dei conti il viaggio non è altro che una libera espressione della persona. Non puoi obbligare qualcuno a non farlo”.

Solo alcuni mesi fa, le mappe di queste aride regioni sono aperte sul nostro tavolo di casa. Post-it, note e scarabocchi tracciano le rotte che avremmo seguito da lì a poco. L’idea che ci muove è chiara e semplice: intraprendere la rotta per l’Africa Occidentale in una direzione opposta, respirarne la strada, e rimodulare l’accezione di migrante o viaggiatore.
La macchina è pronta, la bussola punta a sud e gli zaini straripano di provviste. Eccoci arrivare al porto di Genova, solo due giorni di nave ci separano dal Marocco. L’eco del garrito dei gabbiani risuona tra le vie della medina di Tangeri e camminiamo immersi nel mercato: olive, menta, pomodori e limoni, con i loro profumi e colori del mediterraneo ci tengono pur sempre non troppo lontani casa.
La strada è lunga, ci svegliamo in una Tangeri ancora dormiente, arrangiamo la macchina per il viaggio: portapacchi, ruota di scorta, tanta acqua, lo storico live “Babylon By Bus” di Bob Marley ad aprirci la giornata e via verso Essaouira. Sidi Ifni, Tan Tan, El Aaiùn.
L’oceano alla nostra destra ci accompagna lungo il tragitto e la sua brezza ci consola sotto un sole via via più insistente e sullo zenit. Le isole Canarie sono solo a pochi chilometri, in un giorno sereno è possibile scorgerle.

È su queste isole che Amadou ha fatto il suo primo ingresso in Europa, per poi dirigersi in Germania in cerca di lavoro. “Per mille euro” ci dice, “ti danno un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua per il viaggio, ti chiudono in uno scatolone e ti nascondono in un camion. Sei costretto a stare nello stesso posto in cui fai i tuoi bisogni”.
Amadou ci parla dalle sponde del fiume Niger, all’interno di un’asfissiante casa in lamiera, seduto sul suo letto ricavato da un sedile di autobus. Ci racconta di come e perché è stato rimpatriato in Mali.
“Da quando sono arrivato in Germania non ho mai causato alcun problema. Non ho mai rubato né fatto male a nessuno. La gente pensava che fossi arrivato a distruggere il loro paese. Assolutamente no. Ho sempre pagato i trasporti, il treno, il bus. Vorrei solo sapere perché ho dovuto vivere tutto questo”.
Amadou ha dovuto vivere tutto questo perché non aveva il permesso di soggiorno e, nonostante nel suo villaggio natale fosse il gruppo islamico a dettar legge, Amadou non era un profugo o – per lo meno – non era riconosciuto come tale.
“Ho perso tutti i contatti con la famiglia” ci racconta. “Mia moglie mi ha chiesto 300 euro per curare la malaria di nostro figlio, non li avevo, non li ho potuti inviare. Da allora non so più nulla di loro, non so dove sono, non ho più alcun contatto. Sono rimasto solo”.
Amadou non è riuscito nel suo intento di chef de famille, ha fallito, e ci racconta come non sia facile reintegrarsi all’interno della propria famiglia e della società con questo fardello sulle spalle.
“Ripartirò”, sostiene. “Anche se puoi morire e sai che è pericoloso vuoi partire. La strada qua è la stessa cosa, anche qua puoi morire. È più pericoloso qua”.

Il Sahara Occidentale è infinito, un’unica striscia d’asfalto taglia la sabbia e prosegue ininterrottamente lungo le sponde atlantiche. La seguiamo fedelmente, col sud sempre fisso all’orizzonte. Un orizzonte che disorienta e si confonde tra i riflessi del sole battente sulle dune dorate. Occhi e gola si seccano rapidamente e l’acqua sembra non bastare mai. Lo sa bene Ousmane, che nel deserto è stato costretto a marciare per tre giorni dopo essere stato espulso dall’Algeria. Partito a 16 anni dalla Guinea Conakry per cercare lavoro in Europa, una volta giunto in Algeria è stato respinto, privato dei suoi averi, trasportato oltre il confine e abbandonato nel deserto. Senza cibo né acqua, dopo tre giorni di marcia ha fortunosamente incontrato un’auto di passaggio; ci spiega che non tutti i suoi compagni di viaggio hanno avuto la stessa sorte. Nascosto tra i bagagli è riuscito a rientrare a Gao, per poi essere rimpatriato a Bamako attraverso l’AME, Associazione dei Maliani Espulsi.
“Il giorno in cui ci hanno rimpatriato sono entrati e ci hanno rubato tutto. Telefoni, vestiti, soldi. Tutto”.
Ousmane viveva con i suoi connazionali in un cantiere dove lavorava come manovale, sapeva che le espulsioni avvenivano con frequenza e con astuzia, ha tenuto nascosto il fedele telefonino in un sacchetto di zucchero. È da quello smartphone che ci mostra le immagini con cui ha documentato l’espulsione e le immagini dei compagni che non ce l’hanno fatta.

I cartelli che segnalano la presenza di campi minati si susseguono sempre più, sino ad arrivare alla “No Man’s Land”: 5 km di deserto che separano Mauritania e Sahara Occidentale, regno di vecchie utilitarie spolpate fino alle carcasse, copertoni logori e mine inesplose. Senza patria e senza bandiera, anche l’asfalto si arresta in questa terra di nessuno. In Mauritania le dune di sabbia inghiottono la strada e i centri abitati si fanno via via sempre più rari. È cominciato il Ramadan, militari alle prese con afa e digiuno ci costringono a soste sempre più frequenti. A queste temperature, senza cibo né acqua il corpo cerca riparo da ogni sforzo, così ripetutamente, sotto le direttive del capo pattuglia sdraiato nella sua tenda annotiamo i dati del veicolo in un grande registro impolverato e ripartiamo. Seguendo la scia di sgangherati furgoni Mercedes che, come noi, si dirigono verso Dakar, proseguiamo sino a ritrovarci in un ambiente che appare repentinamente ricco di vegetazione: Baobab, Karité e Néré si stagliano sempre più fitti tutt’attorno a noi. Per la prima volta dalla nostra partenza, un corso d’acqua frammenta la costa, il fiume Senegal modifica radicalmente i colori che hanno sino ad ora dipinto il nostro viaggio. Tonalità rosse e verdi ci aprono le porte del Sahel, lunga cintura sub-sahariana, che risente sempre più i cambiamenti climatici e del processo di desertificazione.

Tra tutte le frontiere attraversate sicuramente Diama è la più complicata. L’ingresso nel paese è proibito a veicoli di vecchia data. Legge e corruzione si intrecciano, tutto sembra avere un prezzo e tutti sembrano volere la loro parte per lasciarci passare. La stazione di frontiera è piena di veicoli abbandonati che non hanno mai potuto attraversarla, stare a discutere in questi contesti non è produttivo, al contrario una buona dose di nervi saldi e simpatia sono la miglior strategia per evitare complicazioni. La frontiera ha sempre rappresentato un momento critico e delicato in tutto il viaggio, pur consapevoli di avere tutte le carte in regola, non sapevamo mai in che problema saremmo incorsi e quale soluzione avremmo dovuto adottare.
Adama ha pagato a caro prezzo l’avere attraversato a piedi il confine con l’Estonia: “Ho cercato di attraversare a piedi la frontiera e mi hanno arrestato, ho detto che avrei pagato la multa ma loro mi hanno tenuto in carcere per 36 mesi”.
Adama ci parla per quasi un’ora senza interruzione di come venisse discriminato e preso a colpi di manganelli. Quando lo incontriamo, è appena rientrato a Bamako, amareggiato e con gli occhi gonfi ci spiega che solo poche ore prima sarebbe diventato di nuovo un uomo libero. Non appena scontata la pena, Adama è stato messo sul primo volo di linea diretto a Bamako ed espulso.
“Mi hanno rispedito così, senza niente. Non ho una casa, non ho nulla. Avevo venduto tutto per partire”.

La nostra penultima tappa trascorre tra gli agi della dinamica Dakar e la quiete fuori dal tempo dell’isola di Gore, da cui in passato navi cariche di schiavi partivano alla volta delle Americhe. L’isola è carica di un grido di testimonianza che riecheggia ancora nel presente. Ripartiamo pieni di dubbi e perplessità, dopo aver camminato lungo coste dalle quali migliaia di persone in passato sono state costrette a salpare e alle quali altrettante ora sono forzate a rientrare, nell’uno e nell’altro caso contro la propria volontà.
“Questa è la sorte che mi è spettata in Europa. Ma io sono un guerriero, non può finire così. Io sono un guerriero, ripartirò ancora” ci confida in ultimo Adama.

Dalla costa muoviamo i primi passi verso l’entroterra, la brezza atlantica viene a meno, il sole si fa asfissiante. Alla nostra destra una coppia di binari, una linea storica, ormai in disuso, che collegava Dakar a Bamako, capitale del Mali. La rincorriamo verso est ed entriamo a Kayes, l’aria non circola e la canicola ti costringe all’inattività e all’ozio. Negli immensi spazi circondati dai colossali baobab si susseguono i numerosi villaggi da cui Fadala e tanti come lui sono partiti. Sotto al mango a fare il tè sono rimasti solo gli anziani, che dall’alto del loro sguardo intriso di vita vissuta, sostengono con ogni speranza, preghiera e amuleto, l’esito dei propri figli. Se tutti i giovani di un villaggio partono, gli anziani non sono più in grado di coltivare la terra e allevare gli animali e l’agricoltura spetta quindi alle donne già indaffarate dai numerosissimi figli. È in questo circolo vizioso che le famiglie ai villaggi si riducono a dipendere sempre più del sostegno economico di chi si trova in Europa.
“Quando ho chiamato casa, mio padre mi ha detto: solo se farai ritorno al villaggio, fallendo nel tuo progetto, avrai modo di imparare qualcosa. Torna a casa!”.

All’arrivo a Bamako, storico crocevia sociale e culturale dell’Africa sub-sahariana, gli stessi immortali Mercedes che ci hanno accompagnato lungo il tragitto prendono ora le vesti di verdi Sotrama. Colori sgargianti, frasi scaramantiche e adesivi sul calcio europeo, sono l’arredo necessario a trasformare un vecchio furgone frigo in un pittoresco trasporto pubblico pronto a zigzagare nel caotico traffico della città. La vita di questa città scorre nelle acque del suo fiume Niger, che dai monti di Loma attraverso il suo interminabile corso ha nei secoli delineato lo sviluppo di città storiche come Timbuktu, Bamako, Mopti e Gao. A Bamako, che in lingua bambara significa “sul dorso del caimano”, parcheggiamo l’auto e cominciamo una nuova tappa, siamo all’arrivo e ai blocchi di partenza allo stesso tempo. La bussola si è rotta.

Fotografie di Michele Cattani


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