Viaggio in Sakartvelo (Georgia)

Georgia Sakartvelo - Tbilisi, Ponte della pace

Il viaggio si svolge nel mese di dicembre 2013 e si snoda da est a ovest, da Tbilisi e Mtskheta (la prima capitale del Paese e sito UNESCO), quindi verso Gori (città natale di Stalin, il cui museo abbiamo ritenuto di non visitare), poi Uplistsikhe (Fortezza di Dio) un villaggio rupestre del 1.000 a.C..

Procedendo verso ovest visitiamo Kutaisi, il complesso monastico di Gelati, vivace centro culturale, religioso e filosofico del XII secolo, la Chiesa di Motsameta, la Cattedrale di Bagrati e le grotte di Prometeo.
Poi, dirigendoci verso sud-est abbiamo attraversato la zona termale di Borjomi, molto famosa ai tempi dell’URSS e la cui acqua, dal gusto molto salato e frizzante, può piacere o essere detestata, ma di certo non lascia indifferenti.

Procedendo verso il confine con la Turchia e l’Armenia, arriviamo dapprima a Vardzia – una città rupestre fondata dalla famosa Regina Tamara tra il XII e XIII sec. d.C.; quindi ci fermiamo ad Akhaltsikhe, con il suo suggestivo “Rabati”, un castello fortificato del XIII sec. (restaurato di recente).
Sviluppatosi sotto l’influenza di diverse culture, e al cui interno si trovano una Chiesa Ortodossa, una Moschea con minareto e una Sinagoga.

Quindi, attraversiamo il territorio ghiacciato di Akhalkalaki, Ninotsminda e la regione del Samtskhe-Javakheti. Infine, rotta verso il sud-est.

Dapprima si attraversa un paesaggio lunare e semidesertico per arrivare al complesso monastico rupestre di Davit Gareja, tra i luoghi più sacri di tutta la Georgia: tre pellegrinaggi qui equivalgono ad un pellegrinaggio a Gerusalemme.
Il viaggio termina nella regione del Khakheti (ai confini con l’Azerbaijan e il Dagestan), dove visitiamo la cittadina di Telavi, il Monastero di Alaverdi e la cittadina di Gremi, una volta fiorente centro di commerci, posto lungo una delle strade carovaniere della Via della Seta e importante centro vinicolo (con possibile degustazione di ottimi vini locali).

 

Bandiera Georgiana copia


Alla ricerca del vello d’oro

La domanda era sempre la stessa: “Ah, vai in Georgia. Negli USA, vero?”
E la mia risposta, anch’essa sempre uguale: “No, l’altra Georgia, quella che è nel Caucaso”.

L’espressione sorpresa, o persino sbigottita, dei miei interlocutori, non lasciava margini a molte interpretazioni: ma perché mai te ne vai in un Paese così sperduto e ignoto?
Per varie ragioni: ad esempio la storia, la geografia, il paesaggio. Ma la più importante, per me, risiede nel fatto che tutti i luoghi sorti intorno alle vie carovaniere che univano Oriente e Occidente sono un mix meraviglioso di culture, tradizioni, etnie e storie.
Luoghi dove è stato possibile convivere in equilibrio, pur parlando lingue diverse e professando fedi differenti.

Andare in questi luoghi è un po’ come guardare al mondo a noi noto attraverso un caleidoscopio: gli oggetti, i cibi, persino alcune parole che fanno parte della nostra quotidianità, sono stati scomposti e ricomposti attraverso i secoli, le dominazioni straniere, i matrimoni misti, fino ad assumere una connotazione nuova e originale, ma che mantiene, in fondo, ancora un  barlume delle proprie origini.
E a mio avviso, il sottile piacere di andare in luoghi un po’ meno battuti consiste proprio nella ricerca di queste forme di ibridazione.

Churchela
Churchela

Si pensi ai churchela – strani oggetti allungati dai colori intensi, dal marrone al rosso, che in Georgia sono presenti ovunque appesi in mazzi da 10-20 barrette, in città come pure nei chioschi improvvisati lungo le strade.
Una volta assaggiati, si rivelano una strana riedizione della mostarda preparata in Sicilia, durante il periodo dei Morti, utilizzando stessi ingredienti ma con forme diverse.
La versione georgiana è fatta di nocciole o noci tenute insieme da un filo cucito che passa all’interno dei frutti, ricoperti da uno spesso sciroppo d’uva e poi lasciati ad asciugare all’aria.

Per gli scettici, che dubitano dell’ibridazione culturale a tavola, ecco un ulteriore esempio: i kinghali, grossi ravioli di pasta bianca, con ripieno di funghi, patate, o carne, che nella forma e nel gusto ricordano un po’ i dim-sum cinesi o, senza allontanarci troppo, i pierogi polacchi.

Questo piccolo Paese euroasiatico, incuneato tra il Grande Caucaso al Nord (ai confini con la Federazione Russa, il Dagestan e la Cecenia) e il Piccolo Caucaso a Sud (verso Turchia e Armenia), bagnato a ovest dal Mar Nero e confinante con l’Azerbaijan, è ubicato lungo uno dei tanti itinerari della Via della Seta. Per la sua posizione strategica è stato, attraverso i secoli, terra di conquista per le potenze più o meno vicine.

Secondo la tradizione, le origini della Georgia (o Sakartvelo, la terra dei Kartvelebi) affondano le proprie radici nei tempi biblici e l’albero geneaologico dei Georgiani risale addirittura a uno dei pronipoti di Noè. I nuclei originari della Georgia sono la Colchide di mitologica memoria, dove si recarono gli Argonauti alla ricerca del Vello d’oro, e la favolosa Iberia (o Kartli).

Questi regni si fusero con altri piccoli principati ma, periodicamente, guerre sanguinose hanno posto la Georgia sotto il dominio di Persiani, Arabi, Ottomani, senza dimenticare i feroci Mongoli.
Infine, per difendere il Paese da questi continui attacchi, la Russia zarista (all’interno della propria strategia di espansione verso sud e di contrasto con l’Impero Persiano), a partire dal 1783, decise di annettere progressivamente i vari principati della Georgia.

Nel 1918 la Georgia ebbe una breve parentesi di autonomia, ma gli entusiasmi di libertà durarono poco e il Paese venne annesso dall’URSS nel 1921. Solo con la Rivoluzione delle Rose del 1991 finalmente la Georgia iniziò a sperimentare un difficile e controverso percorso verso l’indipendenza e la democrazia.

Nonostante tutte queste lunghe e tragiche vicissitudini, il Paese vanta alcune peculiarità di cui i Georgiani vanno particolarmente fieri: un alfabeto autonomo (dai segni tondeggianti, molto belli esteticamente); una lingua differente rispetto a quella dei vicini; 7.000 anni di tradizione nella viticoltura. E soprattutto l’orgoglio di definirsi il popolo che ha inventato il vino.

Il viaggio in Georgia può avere diverse dimensioni: culturale, storico, religioso, archeologico, sportivo. Data la stagione invernale e gli interessi personali, escludendo di dedicarmi al trekking e alle arrampicate in alta quota, decido di concentrarmi sulla dimensione storico-culturale.

Ho il dovere di premettere che questo Paese fascinoso e pieno di sfumature ha suscitato molteplici sensazioni, ricordi, sorprese, così piuttosto che raccontarlo in forma cronologica, preferisco raggruppare le esperienze di viaggio, intorno a tre temi: Tbilisi, il culto di Santa Nino e le varianti del Cristianesimo ortodosso, i vini e i vigneti. 

Tbilisi

Tbilisi - panorama della città dalla fortezza di Narikala
Tbilisi – Panorama della città dalla fortezza di Narikala

Il nome significa “sorgente di acqua calda”. È la capitale della Georgia e la città più popolata del Paese, con oltre un milione di abitanti. Posta sul fiume Mtkvari, che la divide in due, è una città vivace, allegra, in piena trasformazione: non ci si stanca mai di girarla a piedi, in lungo e in largo, per percorrerne la storia attraverso le architetture ma anche ponendo lo sguardo sulla geografia e le speranze politiche di una recente ritrovata indipendenza, le lotte contro la corruzione e la voglia di rilancio.

Il nucleo storico di Tbilisi è fatto di case basse dai colori molto brillanti (rosa, azzurro, verde chiaro) con balconi in legno scuro, intagliati finemente con motivi che ricordano i merletti, alcune fatiscenti, moltissime in fase di restauro.
Sembra di muoversi nella zona asiatica di Istanbul.

La contigua area di Abanotubani, posta sotto la fortezza di Narikala, è quella dove si trovano le sorgenti di acque sulfuree.
È caratterizzata dalla ricorrente presenza di case colorate, dalla Moschea Botanikur (l’unica a essere scampata alle distruzioni staliniste) e da costruzioni basse in mattoni, con cupole ad alveare dai cui fori si sprigiona il vapore dei bagni termali sottostanti, molto apprezzati da Pushkin e Alexandre Dumas.

E ancora, i Bagni Orbelian, dotati di una magnifica facciata di maioliche bianche, azzurre e blu, con due torrette svettanti ai lati, che ricordano – in minore – le facciate delle moschee di Isfahan, in Iran.

Non lontana è la sinagoga, piuttosto moderna e dai decori sobri. Su tutto, domina la statua della Madre Georgia: di alluminio, alta 20 metri, in una mano brandisce la spada verso i nemici, nell’altra tiene una coppa di vino per gli amici: chiara sintesi plastica del carattere dei georgiani.

Di fronte alla sinagoga e ovunque nella città e nel Paese, monasteri e chiese ortodosse di varie epoche, tutte edificate su una pianta a croce regolare, sormontata da una cupola ottagonale riccamente affrescata all’interno: struttura caratteristica della regione e forse l’elemento in assoluto più autoctono incontrato nel corso del viaggio.

La Basilica di Anchiskhati, del VI secolo, è la più antica della capitale, a pochi passi dalla residenza del Patriarca Ortodosso georgiano; notevole anche la medievale Cattedrale di Sioni, distrutta e ricostruita più volte, mentre dall’altro lato del fiume Mtkvari, in cima ad una collina, svetta la nuovissima ed imponente Cattedrale Tsminda Sameba (SS. Trinità), consacrata nel 2004 per evidenziare il ritorno della Georgia alla fede religiosa.

Spostandoci dal nucleo storico verso nord-est, si lascia l’atmosfera centro-asiatica per tuffarsi in Rustaveli e nelle atmosfere del tardo XIX secolo: il Teatro dell’Opera in stile moresco, gli edifici neoclassici e il Museo Nazionale, che ospita un vero tesoro archeologico, con artefatti in oro di fattura estremamente raffinata.

In questa zona, potremmo essere ovunque in Europa: la rotonda Tavisuplebis moedani (piazza della Libertà), con al centro un’alta colonna bianca sulla quale (rimossa la precedente statua di Lenin) oggi troneggia la statua dorata di San Giorgio che trafigge il drago, ricorda una certa magnificenza dell’architettura ottocentesca tedesca.

Su una delle colline che circondano la città, svetta nella notte una sorta di Tour Eiffel, ma più bassa e affusolata, illuminata in rosso e blu, molto suggestiva, che lascia intuire chissà quale prodezza architettonica… scopriamo, l’indomani, che si tratta più banalmente del ripetitore della TV pubblica, ma l’effetto notturno è davvero mirabolante!

Ancora, allontanandoci dal centro verso nord, oltre agli edifici razionalisti dell’epoca sovietica, sorge una delle costruzioni più sorprendenti di Tbilisi: un palazzo fatto di vari cubi a incastro che sporgono tra i vari blocchi, creando profili diversi a seconda del punto da cui si guarda all’edificio (oggi di proprietà privata)

Tbilisi - Ponte della pace
Tbilisi – Ponte della pace

E se tutto ciò non bastasse, ecco inserirsi alcuni elementi sorprendenti: il Ponte della Pace, in metallo e vetro e di forma ondeggiante (opera di un architetto italiano); il palazzo degli archivi pubblici, le cui forme arrotondate e le cupole piatte (sempre in metallo e vetro) ricordano certe specie di funghi; e ancora, il palazzo presidenziale, anch’esso iper-moderno; e poi, due strani cilindri metallici sulla riva sinistra del fiume, pare destinati a Teatro e concerti…

Se la varietà architettonica e la contaminazione tra presente-passato e oriente-occidente non fosse sufficiente ad ammaliare il visitatore di Tbilisi, allora aggiungiamo un ulteriore elemento: la gente, gli abitanti della città, a passeggio per strada, nei ristoranti, nei locali.

Ci sono studenti universitari, giovani professionisti, ma anche rappresentanti di varie missioni internazionali e anche gruppetti di russi, che continuano a frequentare il Paese nonostante la guerra-lampo del 2008 e l’attuale occupazione militare dei territori georgiani di Ossetia del Sud e Abkhatia, riconosciuti come Stati Autonomi solo dalla stessa Russia e dal Venezuela.

Il senso di vitalità, di entusiasmo, di voglia imprenditoriale – tradotta nell’apertura di tanti locali di tendenza e alquanto originali – e la diffusione capillare di almeno tre o quattro lingue straniere, sono elementi che trasmettono un senso di fiducia e ottimismo verso il futuro: sentimento ormai piuttosto raro, di questi tempi, almeno in occidente.

Santa Nino e le varianti del Cristianesimo ortodosso

La parte più modaiola e mondana del Paese è però circoscritta solo alla capitale. Per il resto, la Georgia è fatta di piccole cittadine, di villaggi bucolici, di fabbriche sovietiche oramai dismesse e di innumerevoli monasteri, chiese, basiliche ortodosse.

La Georgia si convertì ufficialmente al cristianesimo nel IV secolo (secondo Paese a farlo, in questa area, dopo l’Armenia) ad opera di Santa Nino. Figlia di un generale romano di stanza a Gerusalemme, leggenda vuole che la Santa abbia salvato da una grave malattia la regina Nana dell’Iberia, e abbia fatto riacquistare la vista al re Mirian.
Dopo questi miracoli, il re proclamò il cristianesimo religione ufficiale del regno. Da allora, Santa Nino gode di un culto molto sentito: icone, reliquie e tracce del suo passaggio sono presenti ovunque in Georgia.

E qui viene l’aspetto che, forse più di altri, colpisce visitando il Paese: ovvero il senso profondo della fede.

Non è solo questione dell’incredibile numero di chiese e monasteri, né del fatto che molti edifici siano in fase di restauro, dopo gli anni sovietici (che hanno provocato grossi danni: gli affreschi, anche i più antichi, sono stati imbiancati, nel vano tentativo di estirpare dall’area sovietica ogni traccia della religione, considerata “oppio dei popoli”).

Testimonianza della fede in Georgia è piuttosto la presenza costante di fedeli di ogni età e ceto sociale, il raccoglimento dinanzi alle icone, l’accensione del sottilissimo lumino votivo (quasi fosse un incenso indiano), posto nelle ciotole di metallo riempite di sabbia e ubicate dinnanzi alle principali icone, il silenzio e gli sguardi compunti.

Tutto ciò dà il senso di una spiritualità molto forte e sentita, che è rimasta celata durante il regime sovietico, e che è tornata in pieno vigore dopo la Rivoluzione delle Rose. Confesso che questa forte spiritualità mi ha colpito molto, soprattutto rispetto alle espressioni di fede più superficiali o di ritualità vuota che, spesso, troviamo nelle chiese in occidente.

Akhatsikhe - Rabati (Fortezza)
Akhatsikhe – Rabati (Fortezza)

Nelle nostre peregrinazioni, ci siamo spinte fino ad Alkhastikhe, con il suo rabati, suggestiva cittadella fortificata dagli smerli medievali (a 20 km dal confine con la Turchia e circa 100 dall’Armenia): cittadina natia di Charles Aznavour, di famiglia armena sebbene residente in Georgia.
E poi, sulle tracce dell’itinerario di Santa Nino in direzione di Ninotsminda e un lago gelato, fermandoci anche ad Akhalkalaki.

Qui, in questo lembo del Piccolo Caucaso (Samtskhe-Javakheti), tra grandi distese innevate e incredibili sculture di ghiaccio, il mosaico di religioni, nazionalità, contaminazioni storiche, raggiunge un estremo livello di inverosimile, almeno agli occhi di un europeo.

Il territorio in questione appartiene alla Georgia ma, dagli inizi del ‘900, a seguito di un terribile terremoto in Turchia, ospita una consistente comunità di Armeni, che ha mantenuto lingua, cultura e tradizioni proprie, senza integrarsi con il Paese che li ospita: non solo non parlano georgiano, ma – per motivi storici (sostegno e protezione offerti dai russi contro i turchi) – l’unica altra lingua diffusa in questi villaggi è il russo, tanto che tutte le scritte sono in alfabeto armeno e cirillico. I numeri lo confermano: il distretto in cui ci troviamo, secondo un censimento del 2002, ha una popolazione di 34.305 persone, di cui 32.856 Armeni, 476 Georgiani e 943 Russi.

Se ciò non bastasse, il tutto è reso più complicato da una diatriba religiosa che risale a circa 16 secoli fa, per cui i matrimoni misti non sono consentiti in quanto il cristianesimo ortodosso professato dagli  Armeni, minoritario e basato sul monofisitismo, (cioè la natura unitaria e solo divina di Gesù), non è compatibile con quello dei Georgiani, maggioritario e fondato sul duofisitismo (in Gesù coesistono due nature, umana e divina). I matrimoni sono possibili solo in seguito della conversione di uno dei futuri sposi all’altra ortodossia.

E così a fine 2013, mi ritrovo proiettata indietro al Concilio di Calcedonia del 418 d.C. e alle diatribe che lacerarono, frammentandola, la Chiesa Cristiana a seguito di accese dispute teologiche…

Vini e Vigneti

Nella natura umana coesistono sempre due anime, così dopo le vertigini teologiche e il rapimento spirituale, a fine viaggio indaghiamo pure la componente più epicurea di questo Paese.

So bene che sugli argomenti “seri” è meglio non discutere troppo, e se il vino rimane un tema molto delicato con i nostri cugini francesi, per ataviche competizioni mai risolte (e sulle quali, apprezzando io entrambe le produzioni, non mi schiero mai) sappiate che la Georgia si vanta di aver inventato il vino ben 7.000 anni fa, e pare che ben 500 delle 2.000 varietà di vitigni oggi esistenti siano di origine georgiana!
È soprattutto nella regione collinare del Khakheti, a sud-est di Tbilisi, confinante con Dagestan e Azerbaijan e storico luogo di villeggiatura dell’aristocrazia georgiana, che si è sviluppata l’arte della viticoltura.

Il processo di vinificazione tradizionale prevede la fermentazione dei grappoli (senza spremitura) dentro degli orci di terracotta (“qvevri”) per un paio di settimane; tale liquido viene successivamente travasato in altri orci dove rimane fino alla fine del processo, per poi essere imbottigliato, senza alcun filtraggio. Tra i principali DOC, il Saperavi (rosso secco), Khvanchkaca (rosso semi-secco), Rkatsiteli (bianco secco) Kindzmarauli (rosso dolce) e Kissi (bianco secco).

Insieme a questo metodo, che lascia perplessi i puristi occidentali (però il sapore del vino è davvero squisito), la crescente domanda di vini georgiani sia da parte dei russi, sia dei nuovi mercati di sbocco (Asia e America) ha reso necessario passare a produzioni su scala industriale e, quindi, è stato introdotto anche il sistema di vinificazione occidentale.

Che il vino sia parte essenziale della cultura georgiana è dimostrato anche dal fatto che la vite e i grappoli siano presenti ovunque nelle leggende, nella tradizione gastronomica, nell’iconografia, nelle incisioni sui capitelli delle chiese, persino nella corona donata a Santa Nino dalla Vergine, fino alla simbologia della Statua della Madre Georgia che domina su Tbilisi, brandendo la spada e una coppa di vino…

Luisa Piazza

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