Impressioni da un viaggio in Islanda

Islanda - Foto Charl van Rooy - Unsplash
Foto Charl van Rooy - Unsplash

Se ancora non siete stati in Islanda, affrettatevi. Fate già parte di una minoranza. Lo scorso anno l’isola è stata visitata da quasi tre milioni di turisti, compreso il sottoscritto, dieci volte la popolazione indigena. Nel 2003 erano stati meno di trecentomila. L’Islanda tira. Ma rischia anche di finire nuovamente in ginocchio, per motivi opposti a quelli della crisi economica di dieci anni fa. Tira troppo. L’eccesso di calore umano fa sciogliere i ghiacciai, il peso dei piedi scuote le distese laviche e solletica i vulcani, i fumi degli autobus turistici oscurano i soffioni dei geyser. Soprattutto, la pioggia di valuta turistica sta sconvolgendo la vita degli islandesi (nello stesso periodo gli affitti e il costo degli immobili sono triplicati). Per il prossimo anno si parla di ingressi regolamentati, e parrebbero favoriti i visitatori orientali, che non hanno la pretesa della vacanza fai da te, spendono e rispettano i percorsi obbligati. Potreste rimanere fuori, e sarebbe un peccato, perché l’Islanda è bella: ma potrebbe essere l’occasione per scoprire che ci sono cose belle anche da noi, dietro casa. Chi non ha mai visto l’abbazia di Staffarda, ad esempio, potrebbe cominciare di lì.

Paolo Repetto

***

Per la lunghezza del testo, l’articolo è stato pubblicato in versione in ebook.
Qui di seguito trovate un estratto con al fondo la possibilità scaricare e leggere tutto l’articolo in formato ePub o Pdf.
Buona lettura!

***

La verità, vi prego, sui cavalli

2. Durante

Lo stordimento ha inizio prima ancora di atterrare, quando uscito dalle nubi inizio a distinguere i colori del terreno. Non sono i verdi o i marroni consueti ma tinte da tuta mimetica, molto vive, un giallo-verde o un giallo-marrone, alternati al nero, che non ho mai visto altrove. Dall’alto l’aeroporto ricorda quelle stazioni polari che un po’ tutti i paesi occidentali, anche noi, hanno in Antartide, e non si sa bene a cosa servano. È solo immerso in un deserto di lava scura, anziché di neve e ghiaccio.

Ma è una volta fuori che comincio a inquietarmi sul serio. L’impressione è di essere atterrato sulla Luna. Ho sentito dire che gli americani hanno effettuato proprio in Islanda le simulazioni dell’allunaggio (qualcuno sostiene che non si siano limitati alle simulazioni, ma a smentirlo basterebbe un particolare: qui non c’è un filo di polvere), e adesso capisco perfettamente il perché: mentre guido verso Rejkiavik ho davanti a me e ai miei fianchi solo una distesa piatta di pietrame nero ricoperto di muschio giallastro che corre fino all’orizzonte: non un albero, nemmeno un filo d’erba. Sullo sfondo, appena percepibili, grandi coni nerastri.

Ora, che non ci fossero molti alberi lo sapevo, ma qui per scorgere il primo devo attendere quarantacinque chilometri, all’ingresso della città. Sono reimpianti palesemente recenti, lunghe file dritte e isolate di piante che sembrano posticce, così come sembra artificiale la prima erba che comincio a intravvedere in qualche aiuola. E artificiale pare anche la città: dà l’idea di essere cresciuta di botto (in effetti è così, la popolazione è quadruplicata in ottant’anni), senza seguire alcuna progettazione urbanistica, anche se la presenza di ampi spazi ha evidentemente consentito uno sviluppo non soffocante (anzi, di primo acchito parrebbe sin troppo dispersivo).

Il nostro alloggio è in pieno centro storico, in una traversa della via principale, a un centinaio di metri dal mare. Ma scopro che un centro storico vero e proprio non c’è, e che la via principale della capitale è grande come via Cairoli in Ovada.
La prima reazione dunque (non dico “a caldo” perché fuori c’è un vento gelido che martella naso e orecchie, malgrado sia uscito il sole) è di perplessità. Sarà stata una buona idea? Ho il tempo di rimuginarci, aspettando la notte, perché poi la notte non arriva. Anche qui, uno si aspetta il buio un po’ più tardi, invece il buio non c’è proprio. Niente alberi, niente buio, niente centro storico. Sono perplesso, ma anche affascinato.

Questo stato d’animo perdura nel secondo giorno, mentre percorriamo la pianura costiera che porta verso sud-est. Nella parte più interna si infittiscono i timidi tentativi di rimboschimento. Incontro persino un paio di “cittadine” importanti, completamente anonime, distribuite in largo, senza il minimo accenno a un centro, a una piazza, a un qualsiasi motivo che possa indurti a fermarti se non quello del rifornimento alimentare o di combustibile. Non si capisce dove la gente possa incontrarsi, stanti anche i prezzi proibitivi dei ristoranti e dei pub. Per il resto, trecento chilometri di deserto, punteggiato qui e là da fattorie isolate, con rare pecore che non è chiaro di cosa si nutrano. La differenza rispetto a ieri è che sulla sinistra corre oggi una catena ininterrotta di alture, naturalmente del tutto spoglie, striate dal bianco dei residui nevai, verso le quali ogni tanto si diparte una strada. E dietro le alture a un certo punto comincia a occhieggiare un ghiacciaio.

L’impressione più forte rimane quella della solitudine. Quella delle fattorie lontane da tutto, ma anche dell’intera isola. Penso mi sarebbe impossibile trascorrere una vita intera lì, a tre ore d’aereo dalla terra abitata più vicina. Mi sentirei soffocato, prigioniero, anche se poi in sostanza non sono uno che si sposta molto. Viene fuori tutta la natura del provinciale che non ha mai acquisito una consuetudine disinvolta con gli spostamenti aerei. La sera (sarebbe più esatto dire “più tardi”) mi ritrovo a pensare agli abitanti di luoghi come Sant’Elena o Tristan de Cunha, che vivono tutta l’esistenza in un fazzoletto di terra in mezzo all’oceano. Me ne andrei a nuoto, e ho un moto di solidarietà per Napoleone (ma anche per i Repetto che costituiscono la maggioranza dei duecento abitanti dell’isola di Tristan).

Il giorno successivo l’acclimatazione è completata e vedo tutto con occhi diversi. La perplessità lascia il posto a una fascinazione crescente.
Non voglio però raccontare il viaggio. Non l’ho mai fatto con gli altri e non comincerò adesso. Mi limito quindi a elencare le impressioni, in ordine sparso, così come sono arrivate. (Continua…)

Continua a leggere scaricando l’ebook
nel formato a te più comodo: ePub o Pdf

Impressioni da un viaggio in Islanda


Potrebbe interessarti anche

Islanda da vivere ad occhi apertiI fiordi occidentali dell’Islanda
Appunti di viaggio di Marida Fornataro

Partenza da Reykjavík con una normale auto utilitaria. Percorriamo la strada n. 60 e, dopo il tunnel di Hvalfjörður, proseguiamo verso ovest costeggiando i fiordi per circa 300 km: tratti di strada non asfaltata ma sempre dal fondo perfetto. Paesaggio tipico, senza alberi con terreno ricoperto di spesso e morbido muschio. Pochissime case qua e là, capre e pecore sparse dappertutto che saranno poi riportate nelle stalle a settembre. Continua a leggere…