In bici lungo la Via della Seta

Donatella Catteruccia. In bici lungo la Via della Seta
Primi incontri in Cina

Chi vuol viaggiare felice deve viaggiare leggero.
da Il Piccolo Principe di Saint-Exupery

Mai esagerare col bagaglio, soprattutto quando il trasferimento avviene con un mezzo spartano come una mountain bike.

L’idea di lanciarmi in un viaggio ciclistico attraverso lande desolate, per migliaia di chilometri, mi entusiasmava. Il gruppo era composto da due soli pazzi avventurosi, io e un amico, fortissimo alpinista che aveva conquistato 13 delle 14 vette Himalayane oltre gli 8000, Christian Kuntner, poi scomparso nella conquista dell’Annapurna, il suo ultimo 8000.

Un viaggio di rottura, oltre l’immaginabile, alla scoperta dell’ignoto e soprattutto di se stessi: la Via della Seta a cavallo di una mountain bike, per 5000 km.
Partenza dal Pakistan, sulla Karakorum Highway fino al Khunjerab Pass (4.600 m), da qui in Cina, attraverso i grandi spazi dell’ovest, il deserto del Taklamakan, il deserto del Gobi, costeggiando la Grande Muraglia cinese per arrivare a Xian, da Golmut poi verso il Tibet, a Lhasa, ed ancora sette passi ad oltre 5.000 metri, contro il vento freddo dell’Himalaya, gli ultimi affascinanti 1000 km che attraversano tutto il Tibet e ci conducono alla capitale del Nepal, Kathmandu, dove il nostro incredibile viaggio si conclude.

Non avrei potuto fare come tante altre volte, zaino in spalla e via, in questo caso il viaggio richiedeva un bagaglio adeguato al mezzo di trasporto.
Decisivo quindi scegliere, prima del contenuto, il contenitore e ancor prima il supporto su cui fissare il tutto.
Scelte tecniche imprescindibili per il futuro del viaggio, per non compromettere il nostro obiettivo di pedalare per 5000 km, giungendo alla meta senza problemi che derivassero dal bagaglio.
Individuato un portapacchi solido, ben ancorato al telaio sulla ruota posteriore e anche sulla ruota anteriore, abbiamo abbinato un set di borse impermeabili, facili da agganciare e rimuovere dal portapacchi, dotate di maniglie per il trasporto a mano e di rifrangenti notturni.
Il fattore tempo è stato determinante per decidere il numero di borse da portare: tre mesi sono lunghi, senza dimenticare che il nostro viaggio ci avrebbe condotti in zone assolutamente solitarie, dove sarebbe stato difficile trovare città o villaggi a distanza ravvicinata.
Meglio non indossare zaini e marsupi perché, oltre a non permettere una buona traspirazione, ci avrebbero reso ancora più faticosa la pedalata, provocandoci pericolosi mal di schiena.

Il nostro bagaglio era così composto:
• Due borse posteriori 50x30x15 cm
• Due borse anteriori più piccole
• In aggiunta, legati sulle borse posteriori, un borsone impermeabile e una sacca per tenda.

Ora diventava fondamentale l’organizzazione: cosa portarsi, come vestirsi, dove dormire e tutta una serie di altre valutazioni legate alle difficoltà del viaggio, al lungo periodo, agli ambienti che avremmo attraversato, alla temperatura che poteva variare dai 50° nei deserti, per arrivare ai -15° in Himalaya, con elementi atmosferici agli opposti, sole, neve, pioggia e vento.

Altra valutazione da non tralasciare affatto il percorso: per la maggior parte su strade sterrate, in quota e con salite impervie, previsti infatti almeno sette passi a oltre 5000 metri di altezza.
Le “scalate”, le intemperie, le interminabili giornate passate a macinare chilometri, nella mia mente erano già un incubo prima di partire: sicuramente ogni grammo di troppo sarebbe diventato un macigno da trascinarsi dietro, un inutile peso che ci avrebbe spossati ancora di più.
E nel nostro caso la frase del Piccolo Principe acquistava tutto il suo valore: per viaggiare felici, dovevamo viaggiare leggeri!

Da sapere anche che il peso dei bagagli tormenta la meccanica della bicicletta e molte forature e rotture di raggi si possono evitare limitandosi all’indispensabile.
Ma il nostro indispensabile comunque aveva un peso: 30 kg per me e circa 50 per il mio amico.
Perché così pesante? Direi solo all’apparenza, perché se paragoniamo il peso del nostro bagaglio ai 20 kg che normalmente tutti i normali turisti si portano in volo per soli 15 giorni, sembra un nulla!
Ma i nostri 30 e 50 kg erano un peso enorme, considerando che ce lo saremmo trasportato sulle nostre gambe per tre mesi e per 10/12 ore al giorno, quando andava bene!
Ma cosa influiva sul peso, non certo gli indumenti e tanto meno, parlo per me in qualità di donna, oggetti o cosmetici per la bellezza e per l’estetica!
Importante la disposizione dei bagagli all’interno delle borse: ricordare di riporre gli oggetti più pesanti in basso per avvicinare al suolo il baricentro della bici, rendendola così più stabile soprattutto su terreni difficili.

Esaminiamo ora i contenuti essenziali delle nostre borse.

• Insostituibile l’attrezzatura per riparazione bike
Data la pesantezza degli strumenti, veniva penalizzato il nostro abbigliamento personale e la possibilità di avere un numero maggiore di indumenti comodi e adeguati alle condizioni atmosferiche. Dovendo affrontare migliaia di chilometri in zone desolate dovevamo assolutamente essere autosufficienti anche in caso di rotture e usura del nostro mezzo di trasporto. Pertanto la parte più cospicua delle nostre borse è stata ingombrata da strumenti tecnici: pompa, smagliacatena, smonta copertone, camere d’aria, copertoni, olio catena, cacciavite in varie misure e cacciavite a stella, cavetti freni, cavetti cambio, pinza-tenaglia, nastro isolante, carta abrasiva, chiavi di varie misure per freni, ruote, pedali, raggi, rattoppi gomma, colla vulcanizzatrice.

Attrezzatura da campeggio
Soddisfatte le esigenze di sopravvivenza del mezzo abbiamo pensato a come trovare in qualunque momento, o ambiente, un rifugio per la notte, poiché avremmo dovuto superare lunghe distanze, di centinaia di chilometri senza incontrare villaggi e luoghi abitati.
Per situazioni particolarmente difficili, in alta quota come nei deserti, servivano:
una tenda igloo da due posti, da alpinismo, leggera e a due teli, massimo peso sui 3 kg, adatta anche alle temperature più fredde, sacchi a pelo tecnici, materassini gonfiabili, pompa, fornello e lampada a gas, bombolette gas, coltellini tuttofare, accendini, lampade frontali, pile per batterie.

Abbigliamento
Per intraprendere un viaggio impegnativo e in mountain bike servono capi di vestiario specifici, comodi per il movimento e possibilmente leggeri.
Pantaloncini aderenti e dotati di rivestimento interno, una maglietta da ciclista, con tasche posteriori e tessuto tecnico. Altro capo utile, specialmente quando si trascorrono parecchie ore impugnando il manubrio, sono i classici mezzi guanti.
Indispensabile dotarsi di capi impermeabili e traspiranti, cappuccio, cuciture stagne e applicazioni rifrangenti: prima di tutto un completo giacca pantaloni in goretex, con piumino interno, per affrontare freddo, vento, neve e pioggia.
Come ulteriori indumenti: una tuta, un paio di pantaloni da relax, due pantaloncini corti, un costume, cinque canottiere, indumenti intimi, qualche maglietta, un pile, un gilè in pile, un cappello e un paio di guanti da alta quota, occhiali sole, calze trekking, foulard, un dolce vita e calzamaglia; per uso pigiama un pantaloncino e una maglietta.
Scarpe: un paio da trekking, uno da ginnastica, uno tipo sandalo, utilizzabile anche per doccia. Un telo da doccia sottilissimo e due asciugamani piccoli e leggeri (oggi ci sono materiali super tecnici leggerissimi e che si asciugano con rapidità).

Medicine
Non poteva poi mancare un kit per le emergenze sanitarie: antibiotici a largo spettro, disinfettanti intestinali, cerotti, garze e bende, crema solare, burro di cacao, aspirine, disinfettante per ferite, pastiglie disinfettanti per acqua.

Igiene intima Il minimo indispensabile: spazzolino e dentifricio, sapone Marsiglia per uso personale e per bucato, un tubetto di crema per corpo, un deodorante, carta igienica, fazzolettini bagnati per uso personale, un pettine, un piccolo specchietto rotondo, un filo per stendere con qualche molletta, ago e filo per cucire.

Alimentazione
Sapendo di dover affrontare lunghi percorsi senza incontrare zone abitate importantissima era la possibilità di avere sempre acqua a disposizione, cosa non facile anche perché sarebbe stato impossibile caricarci di taniche con acqua potabile, quindi l’unica scelta possibile è stato dotarci di un: depuratore portatile per acqua presa da fiumi, laghi e cascate.
Per reintegrare i sali persi durante il giorno, al caldo e in continua attività fisica anche stressante, integratori salinici da sciogliere in acqua. Una borraccia, un bicchiere a pressione e un set di posate.

Materiale fotografico
Questo viaggio non doveva rimanere fine a se stesso, volevamo documentare attimo per attimo la nostra avventura, un tragitto ambizioso che pochi uomini hanno percorso nella sua interezza, da soli e in mountain bike. Pertanto gran parte del nostro bagaglio era costituita da materiale fotografico altamente professionale ma pesante: due macchine fotografiche, una video camera con cavalletto, circa 200 rullini fotografici (a quei tempi non esistevano ancora le macchine digitali) di varie sensibilità, in più cassette per filmare tre mesi di viaggio, conservati dentro buste termiche e impermeabili per resistere al caldo e al freddo.

Cosa non poteva assolutamente mancare?
Carta, penna e quaderno per gli appunti segreti e quotidiani, sui nostri stati d’animo e per il nostro ricco diario di bordo. Un ottimo rimedio per trovare serenità ed equilibrio alla fine di ogni giornata è stato scrivere tutte le sere le mie riflessioni ed emozioni. Un metodo vincente per andare avanti senza mai arrendermi alla fatica, per combattere la paura, la stanchezza e la solitudine, è stato inventare poesie mentre pedalavo.

I nostri bagagli così erano predisposti, ma un viaggio in bicicletta non può iniziare se manca la cosa più importante: una buona pianificazione sulla carta.

Non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” scrisse Seneca, e così, nei limiti del possibile, la nostra programmazione è stata fatta in Italia, su una mappa ben dettagliata, unico mezzo che ci ha permesso di orientarci. Ma, ci saremmo poi accorti durante il percorso, troppo approssimativa nel chilometraggio; cosa che ci costrinse più di una volta a drammatiche tappe forzate, poiché le distanze reali erano molto più lunghe, anche di 50 Km se non di più, così le nostre previsioni andavano a rotoli!

L’idea stravagante, il viaggio unico, particolare nel suo genere, ripercorrere la via che fu il più antico legame fra la Cina e l’Occidente, soli, a cavallo delle nostre bici, senza alcun aiuto esterno, senza appoggi presso le mete principali, senza contatto con parenti, amici, media, senza satellitari: la grande avventura era pronta.

Il viaggio

Gilgit, 18 luglio, il nostro punto di partenza: l’attimo che sfugge, il punto del non ritorno, dal quale puoi solo entrare nella realtà sconosciuta e temuta.
Le nostre prime pedalate, senza equilibrio, sono sotto un sole cocente, circa 40°, con il manubrio vivo e sfuggente al nostro volere: fatica e totale instabilità i primi elementi di contatto con le nostre compagne di viaggio, che abbiamo imparato a conoscere in quasi tre mesi di convivenza.
Il nostro viaggio non è stato solo alla scoperta di luoghi sconosciuti, ma alla scoperta del nostro corpo, dei nostri limiti, delle nostre paure e della nostra forza, a noi stessi nascosta e inimmaginabile, e si è snodato in tempi e mondi sospesi, in spazi metafisici, dove gli unici appigli alla realtà erano fatica, solitudine, dolore, meraviglia, incomprensione, amicizia.
Silenzi e atmosfere di ghiaccio avvolgevano le notti della nostra minuscola tenda, agitata dal vento gelato, dai fiocchi di neve ghiacciati e da scuri pensieri.
Ma le albe ci svegliavano con orizzonti rosa e soli che sorgevano sempre più luminosi.
Cavalcavamo le nostre bike, lungo strade di cui non si poteva immaginare la fine, distese solitarie, battute da venti ostili e sempre avversi.
Cercavamo di fare calcoli precisi sulla nostra rotta, nel deserto le distanze tra un’oasi e l’altra toccavano perfino i 250 km. Il deserto si distendeva a perdita d’occhio, terra arida e rocce assolate, niente vita, ombra, né alberi, né villaggi: il vuoto penetrava nel profondo delle viscere, il caldo diventava sempre più torrido e insopportabile, l’acqua non si trovava.
Abbiamo pedalato per 5000 lunghi e interminabili chilometri, incontrando quotidianamente ostacoli e condizioni avverse che rallentavano la nostra corsa: pioggia, grandine e il solito e detestato vento contrario. Senza sosta, anche di notte.
I nostri giorni erano scanditi da abitudini consolidate, stati d’animo altalenanti, gesti che parlavano da soli, notti su reti metalliche arrugginite e sporche, luci cristalline di ogni mattino che ci accoglieva svolgendo all’infinito il filo del suo silenzio.
La strada saliva inesorabilmente e le nostre gambe stanche dovevano anche guadare corsi d’acqua, lunghi tratti fangosi, dove si sprofondava come nella stretta di sabbie mobili, enormi frane che bloccavano il nostro lento e difficile procedere. Per ben tre o quattro volte in un solo giorno, ci è capitato di caricare bici e bagagli sulle spalle e superare a piedi montagne di terra, sassi e macigni, col rischio di volare nel precipizio sotto di noi.
Sette passi a 5000 metri, nel selvaggio altopiano sui nostri destrieri metallici, respirando l’anima del Tibet e della sua profonda libertà.
Esiste anche il “Mal di Tibet”: quell’inarrestabile desiderio di immenso, di altezze, di libertà che ti consuma e ti lega senza possibilità di scelta, riportandoti sempre con la mente, il cuore, con tutti i tuoi sensi ai colori, ai profumi, ai suoni, al misticismo di un mondo antico battuto dai venti delle alte vette himalyane, dove ormai è la casa di Chris.
Quasi tre mesi sono trascorsi a cavallo delle nostre mountain bike, 5000 chilometri di vite, di storie, di incontri: “il senso di un viaggio sta anche nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare”.
Negli ultimi giorni di settembre, Kathmandu segna la fine della nostra straordinaria avventura:
…”Volano gli aquiloni sui cieli di Kathmandu, farfalle dei nostri sogni, o realtà di noi sempre bambini?”
Così ho fermato sulla carta il mio arrivo alla meta finale.
L’incredibile idea era stata inseguita e ogni istante vissuto con intensità ci aveva condotti alla concretezza del nostro sogno sulla Via della Seta.

Per tanti giorni ho pedalato
tra sguardi incuriositi, volti ridenti.
5000 chilometri di vite e di emozioni, di storie, di incontri.
Ho pedalato nella conoscenza,
ho pedalato nel mondo,
ho pedalato col cuore.
Ho pedalato senza confini,
in un tempo senza tempo dove inseguire un’idea.

Dona

Donatella Catteruccia