Attraverso il Nullarbor Plain

Comincia ad albeggiare, apro un occhio. Col naso schiacciato al finestrino, guardo un paesaggio surreale, mi volto ad osservare dalla parte opposta della vettura, ma lo scenario non cambia. Siamo a Rawlinna, il confine ovest di un luogo incredibile che chiamano Nullarbor Plain, la più grande e piatta distesa calcarea del mondo. 676 chilometri da ovest a est, tra il Western Australia e il South Australia con in mezzo un fuso orario. Ci siamo entrati poco dopo Kalgoorlie e la percorreremo per tutta la giornata, quasi fino mal tramonto.

05 ridScatto la prima foto del mattino che non sono ancora le otto. Viaggiamo nel nulla a 360 gradi, sul letto di un mare preistorico sollevato dai movimenti della crosta terrestre nel Miocene e nei successivi milioni di anni eroso da vento e pioggia. Ora è sabbia con qualche caverna e la presenza di molti meteoriti ben conservati nel clima arido con temperature massime di 50 gradi. Sotto l’azzurro uniforme del cielo si perde il grigio di bassi cespugli, colorato ogni tanto dal rosso della terra. Nessun albero, nullus arbor.

Attraversare il Nullarbor è la quintessenza del Viaggio per gli australiani e non solo se si considera che il primo europeo, John Eyre, lo intraprese a cavallo in modo avventuroso e dopo un primo tentativo fallito, nel 1841, un ciclista nel 1896 e la prima auto nel 1912 sulla strada, che corre alcuni chilometri più a sud. Il viaggio in auto richiede grandi riserve di acqua, cibo, carburante, equilibrio mentale e coraggio. Quello in treno niente di tutto ciò. Al momento solo alcune monetine per una ricca colazione da gustare mentre Larry ci augura buona giornata e fuori scorre l’infinito.

Centinaia di chilometri tutti uguali, ogni volta che guardo dal finestrino, l’immagine è la stessa modificata solo nella disposizione casuale dei cespugli e delle macchie di terra rossa. All’orizzonte mi sembra di scorgere delle alture, ma osservando bene sono solo ammassi di nuvole che si disgregano per riformarsi poco più avanti. O poco più indietro. Tanto qui non c’è un prima o un dopo. Trascorro le ore cercando di leggere ma non riesco a concentrarmi, il paesaggio mi provoca sensazioni che mescolano curiosità, fascino, timore. In uno stato quasi ipnotico mi trascino verso un altro caffè.

10 ridQualche pietra grande che rompe l’uniformità piatta mi porta indietro di alcuni giorni, in un altro paesaggio altrettanto surreale, il deserto dei Pinnacles, a 250 chilometri da Perth, nel Namburg National Park. Qui la sabbia è giallo oro, di quello lucido delle corone imperiali, abbagliante a seconda di come incidono i raggi del sole. E da questa distesa preziosa emergono a perdita d’occhio migliaia di pilastri di calcare alti da poche decine di centimetri a tre metri e con le forme più diverse, piatte, cave, a nido di termite, a colonna con i bordi frastagliati o perfettamente liscia.  Osservarle da un’altura digradare verso il mare viene da pensare che siano veramente “emerse misteriosamente dalle dune di sabbia creando un paesaggio in soprannaturale contrasto con la brughiera circostante” come si legge sulla presentazione all’ingresso. Poi la scienza cerca di spiegare la creazione di questo paesaggio con la trasformazione delle conchiglie dei mari di lontane ere geologiche, rotte, mescolate alla sabbia, trasportate dalle onde e poi sulla terra modificate dagli agenti atmosferici, ricompattate e ancora trasformate dalle radici degli alberi che intanto andavano crescendo e morendo nel corso delle centinaia di migliaia di anni di azioni di composti chimici ed elementi naturali.  Ma il fascino del mistero prevale sulla scienza: di prima mattina e al tramonto tra questi pilastri si aggirano canguri, emù, ragni, lucertole dalla lingua blu e serpenti dai veleni mortali. Le stesse colonne che ora sono emerse migliaia di anni fa erano coperte dalla sabbia. In un gioco a nascondino che dura ancora oggi con i venti del sud che scoprono pinnacles nella parte nord del deserto, ma coprono quelli della parte sud.

13 ridAlcuni vagoni fermi e una torretta che sorregge una cisterna mi riportano alla realtà. Faccio in tempo a scattare qualche foto: il piccolo edificio in legno con la scritta verde sbiadita FORREST, il pick up col lampeggiatore arancione e la coppia che saluta sono già passati. E il paesaggio riprende uguale, cespugli e terra rossa sulla quale si mimetizza qualche dingo minaccioso. Ormai da sette ore, da quando siamo entrati nel Nullarbor Plain.

Forrest è un piccolo insediamento fondato nel 1917, l’epoca della costruzione della ferrovia, che oggi dispone di un piccolo aeroporto e due strade. È una base aerea militare ma soprattutto è uno dei centri dei Royal Flying Doctor Service. Fondato nel 1928, il servizio dei medici volanti dispone oggi di una flotta di 61 aerei che operano da 21 basi attraverso l’Australia con 1150 impiegati. Accorrono per ogni tipo di intervento sanitario, dall’ictus al morso di serpente, dal trasporto del paziente alla clinica al semplice consiglio medico, su 275 000 persone all’anno, una ogni due minuti, percorrendo ogni giorno 73.000 chilometri. Un vanto e orgoglio per il Continente. E anche per la compagnia ferroviaria Great Southern Rail, proprietaria del treno su cui viaggiamo, che ne è tra i sostenitori.

Abbiamo passato il fuso orario, spostato in avanti l’orologio e cambiato Stato. Ci muoviamo ora sotto piccole nubi, cumuli che si perdono fino all’orizzonte, della stessa forma dei cespugli. Sembra un riflesso di cui cambia solo il colore, sotto grigio e sopra un bianco abbagliante che nemmeno il vetro azzurrato del finestrino riesce a scolorire.

17 ridMezzogiorno. Tre ore di sosta. Vaghiamo tra alcuni alberi di media altezza, ricchi di foglie verde brillante. Dietro la fila di vegetazione si apre un grande spiazzo sterrato su cui si muovono enormi camion cisterna. Poco oltre, alcune case. Sulla facciata di legno dipinto di una di esse campeggia il bel disegno di un dingo su un terreno ricco di fiori che sembrano margherite e due canguri sullo sfondo. Su un’altra, al primo piano un lungo treno esce in prospettiva verso chi osserva. Un barbecue arrugginito, un’insegna sbiadita a terra, due cisterne per raccolta dell’acqua piovana, una struttura metallica col tetto arancione che doveva essere un gioco per bambini, la carcassa di una piccola auto, un vagoncino in legno su due tratti di binario nella sabbia, due sedie di plastica marrone, su cui qualcuno ha posato poche pietre, fanno da cornice all’edificio col disegno del treno. Ovunque cada lo sguardo, tutto è immobile, le porte e le finestre sbarrate, in abbandono totale. Nessuno in giro se non i passeggeri del treno che vagano curiosi con un poco di rispettoso timore nell’avvicinarsi alle abitazioni. Sulla balconata attirano l’attenzione due cartelli, uno blu su cui è scritto no food  or fuel for next 862 km Kalgoorlie ed un altro bianco, molto più grande COOK GHOST CITY OF THE NULLARBOR. Ecco svelato il mistero della città. Stiamo camminando tra le case abbandonate di Cook, la città fantasma nel nulla, costruita sulla tratta ferroviaria più lunga del mondo, 478 chilometri.

La sosta serve per il rifornimento di gasolio al treno. A noi per calarci fisicamente nel nullarbor, calpestare e toccare quei cespugli e quella sabbia rossa che finora abbiamo solo osservato col filtro del finestrino. Anche Cook, come Forrest, fu fondata nel 1917, alla costruzione della ferrovia, su una falda artesiana dalla quale veniva pompata l’acqua per la città. C’erano un piccolo ospedale e alcuni negozi. Nel 1997 la ferrovia fu privatizzata, ai nuovi proprietari Cook non serviva più così venne chiusa e dichiarata ghost town. Oggi nella città fantasma vivono quattro persone. L’unico negozio viene aperto all’arrivo dell’Indian Pacific, due volte alla settimana. L’ospedale è chiuso ma viene mantenuta un’infermeria nel caso di incidenti ferroviari, spiritosamente segnalata su di un cubo metallico dove con un gioco di parole viene scritto “if you’re crook come to Cook”  (se sei malato vieni a Cook).

21 ridMi guardo attorno, il vento smuove le fronde dei pochi alberi piantati col primo insediamento e resistiti caparbiamente al clima arido. Quello che resta di un bidone arrugginito e della radice di un grande albero, è stato posato su un cumulo di terra. Come pietre tombali, l’opera dell’uomo e della natura giacciono insieme a fissare la vastità dell’orizzonte. Immobile, vicino a esse, osservo quella linea lontana accarezzato dalla brezza che mi sfiora le orecchie, scompiglia i capelli e corre verso le correnti più alte per muovere le nubi. Osservo i compagni di viaggio mentre stanno ritornando al treno. Lentamente li seguo. Passo davanti alla locomotiva, mi soffermo a osservare il riflesso delle nuvole sulla vernice azzurra e sul simbolo stilizzato, la wedge-tail eagle, l’aquila che vive in tutta l’Australia e con la sua apertura alare di 2,5 metri è uno degli uccelli più grandi del mondo. L’epico viaggio dell’Indian Pacific attraverso il continente sta per riprendere. Devo affrettarmi a salire, non vorrei ricominciasse senza di me. Ora che anche la fame comincia a farsi sentire.

Poco dopo le 14 si parte da Cook. Ancora un’ora e mezza poi a Ooldea finisce il tratto rettilineo più lungo del mondo. Il nome aborigeno significa “sorgente d’acqua” e qui siamo vicini all’unica sorgente naturale di acqua del Nullarbor Plain, regalo di un grande fiume sotterraneo che scorre dal nord. Il paesaggio così comincia a cambiare, tra i piccoli cespugli grigi ne crescono ora altri più grandi di un bel verde brillante, in lontananza si vede già qualche albero. Nell’azzurro senza nuvole il punto bianco della luna ci accompagna verso il secondo tramonto che incontreremo correndo verso est.

Un intenso odore di cibo orientale invade la vettura. Seguito da brevi risatine incontrollate. La ragazza con gli occhi a mandorla, due sedili più avanti, sta guardando un film da un pc portatile appoggiato sulle gambe incrociate. Con una mano estrae anelli di cipolla secchi da una bustina, e contemporaneamente, con le bacchette impugnate dall’altra, ingurgita pezzi di un qualche pesce mescolato a peperoni, pescati da un contenitore di dimensioni notevoli pericolosamente vicino al pc. Poi le risate cessano e dopo aver riposto il cibo nello zaino sotto il sedile, la ragazza si piega appoggiando la testa tra le ginocchia e così si addormenta. Penso sia un’ottima posizione del corpo per favorire la digestione, sicuramente raccomandata da quotati dietologi.

È ormai buio quando passiamo Tarcoola, altra città protagonista della corsa all’oro di inizio ‘900, e punto di incrocio con la linea percorsa da The Ghan, il famoso treno che collega Adelaide con Darwin. Attraversa il cuore del Continente e sfiora il luogo sacro per eccellenza, quell’Ayers Rock, o meglio l’aborigeno Uluru, che è il simbolo di questa terra. Ritroveremo Tarcoola tra alcuni giorni, quando abbandoneremo la rotta est-ovest per quella nord-sud. Adesso è necessario riposarsi almeno qualche ora perché il nostro viaggio sull’Indian Pacific si concluderà all’alba, a Adelaide. Larry ci augura la buona notte con la promessa che all’arrivo ci darà una lista di luoghi interessanti da visitare in città. Che conosce bene perché ci vive.

La nostra orientale esce dal bagno con un asciugamano di spugna indossato come una sciarpa, che fascia collo, naso, bocca e lascia scoperte solo le piccole fessure degli occhi. Reclina il sedile e si addormenta avvolta in colorati indumenti, con le sembianze di una camaleontica mummia.

La guardo dormire. Anche Tiziana e Chiara hanno un respiro regolare, come buona parte dei miei compagni di viaggio. Io continuo invece a contare le ombre che la notte muove al di là del finestrino. Il treno si sta dirigendo verso sud, aumenta il numero dei binari, delle case e delle luci. Tre ore di sosta a Port Augusta, città in un porto naturale al fondo di uno stretto golfo. Non c’è più la luna a illuminare l’interno del vagone, ma i neon della stazione. Allora posso tentare di appisolarmi, sicuro di non perdermi nulla di emozionante.

30 ridAdelaide. Sono le sette e venti di martedì. Un ragazzo del personale del treno scatta una foto ricordo, noi tre con Larry vicini alla scritta Indian Pacific sull’esterno della vettura. Saluti, abbracci e ritiro dei bagagli. Un ultimo sguardo alla locomotiva e all’aquila che tra meno di tre ore volerà per un giorno ancora alla volta di Sydney. L’aria fresca ci respinge in un accogliente bar. Ci fa compagnia la coppia di musicisti che in treno componeva musiche allegre, cominciano a raccontare della loro vita, poi sono raggiunti da amici. Sorrisi, risate e un arrivederci ci accompagnano fuori dalla stazione.  Con gli zaini in spalle, le borse con etichette colorate e l’immancabile macchina fotografica siamo pronti alla breve sosta in città.

Tra poco più di ventiquattro ore saremo di nuovo qui. L’animale che ci accompagnerà non sarà più l’aquila ma il cammello, la locomotiva muterà colore, dall’azzurro del cielo diventerà rossa. Come la terra del deserto che ci condurrà al monolito sacro.

 

Giorgio Enrico Bena
www.giorgioenricobena.it

 

Immagini di Tiziana LainChiara e Giorgio Enrico Bena

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Australia, da Perth ad Adelaide
Il treno si ferma a Kalgoorlie

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