Karimojong, la tribù dei nomadi guerrieri

Bimbo Karimojong
Bimbo Karimojong

La Karamoja è verde quest’anno. Così verde che dall’erba alta spuntano appena i tetti in paglia delle capanne.
Siamo nel nord-est dell’Uganda, lungo il confine con il Sudan, ai margini del Parco Nazionale del Kidepo che fu uno dei territori di caccia preferiti dall’ex-presidente Idi Amin Dada, di funesta memoria.
È la terra dei Karimojong, un popolo di pastori seminomadi insediatosi nella regione del monte Moroto già a partire dal 1600, in seguito a successive ondate migratorie dall’Etiopia.
Si tratta, infatti, di un gruppo Nilotico di lingua nilo-sahariana, parente stretto dei Turkana e dei Pokot del Kenya.
Le migrazioni dalla valle del Nilo generarono fra i vari gruppi un’aperta ostilità, che si traduce oggi in scontri armati per il controllo del territorio ed il possesso delle mandrie.
I Karimojong vivono, combattono e muoiono per le loro vacche!
Il bestiame è al centro della vita della tribù, che è in costante movimento alla ricerca di nuovi pascoli e corsi d’acqua.
Queste terre, soggette alla dura legge della sopravvivenza, sono il teatro di costanti razzie di bestiame, organizzate per ricostituire le mandrie dopo le carestie, per avere animali da sacrificare durante i riti di iniziazione o per pagare il cosiddetto “prezzo della sposa”.
Pur essendosi formalmente convertiti al Cristianesimo, quasi tutti i Karimojong praticano la religione tradizionale, che venera il Dio Akuj.

La famiglia Karimojong, formata da un uomo anziano con tutte le sue mogli, i figli, le nuore e le figlie nubili, abita in piccoli villaggi semi-permanenti di capanne circolari (manyata).
Ogni villaggio prende il nome dal capo-famiglia.
Quando le circostanze lo richiedono, più nuclei familiari, legati da relazioni di parentela o di semplice amicizia, si radunano in un unico villaggio e collaborano alla difesa dei beni comuni.
Le capanne, disposte attorno al recinto degli animali, hanno il tetto conico in paglia e sono costruite su di uno scheletro di rami intrecciati, ricoperto di sterco bovino misto a fango.

Nelle immediate vicinanze si trovano i campi, ove le donne, i bambini ed i pochi anziani (che ancora esibiscono gli ormai desueti piattelli labiali) svolgono le attività agricole necessarie ad un’economia di pura sussistenza.
Le colture più importanti sono il mais, le zucche, i fagioli e soprattutto il sorgo, da cui viene ricavata anche una birra tiepida e torbida.
Il lavoro è affidato alle donne, che dissodano il terreno con piccole zappe ricurve (akuta), spesso portando il neonato legato sulla schiena.
Nonostante vantino diritti sulla terra, esse rivestono nella società Kkarimojong un ruolo subalterno. Alle donne sono infatti affidati i lavori più duri: la coltivazione dei campi, il trasporto di acqua e legna al villaggio, la preparazione del cibo e la cura dei figli. Inoltre, pur non potendovi presenziare, hanno il compito di preparare le vivande per le cerimonie, di cui gli uomini sono i soli protagonisti.
Le ragazze, fonte di ricchezza e prestigio per le famiglie, vengono usate come merce di scambio al momento del matrimonio.
L’agricoltura resta tuttora una risorsa inaffidabile a causa dell’irregolarità delle piogge e dell’assoluta mancanza di mezzi tecnologici, perciò, le principali fonti di sostentamento sono il sangue delle vacche ed il latte.
Il salasso viene praticato pungendo la vena giugulare inturgidita e prelevando 1-2 litri di sangue, che verrà mescolato al latte per formare una mistura chiamata ecarakan, incessantemente rimescolata per evitare la formazione di coaguli. Richiusa la ferita con un impacco di fango, l’animale viene rimandato al pascolo.
Per seguire le mandrie nelle loro peregrinazioni, i Karimojong allestiscono accampamenti temporanei che richiedono una attenta sorveglianza armata. Tutti dormono di un sonno leggero, con la nuca sistemata sull’immancabile sgabellino poggiatesta (ekicolon) e l’orecchio teso per individuare rumori sospetti che potrebbero tradire i nemici in agguato.

La visita dei villaggi è un’emozione intensa. Durante le danze i guerrieri, alti e snelli, intonano canti rituali, esibendo svariati ornamenti e bizzarri copricapi. I coltelli da polso, non più usati per i combattimenti corpo a corpo, sono ormai destinati ad usi domestici.
Sono consapevole di essere fra gli ultimi testimoni di uno stile di vita arcaico, minacciato da inevitabili cambiamenti sociali che spero forieri, almeno, di un futuro di pace.

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