Oltre a Djenné, Timbuktu e Mopti

Mali. Pays Dogon. Toguna o Casa della Parola
Pays Dogon. Toguna o Casa della Parola

Trovare destinazioni alternative a quelle proposte dai viaggi organizzati, non appare facile. A una prima occhiata i posti più belli e interessanti del Mali sono già inseriti in una quantità di programmi turistici: Djenné, Timbuktu, l’affollato porto di Mopti e le altre città lungo il fiume Niger meritano assolutamente una visita, nessuno può negarlo. Non perdetevele, ma allo stesso tempo guardatevi attorno. Il Mali è grande e riluttante a rientrare nelle formule di viaggio tutto compreso. Per chi abbia le idee chiare (e non pretenda tutto e subito) l’inedito è dietro l’angolo, ovunque.
Se avete tempo, piuttosto che prendere parte a un viaggio precostituito, organizzatevi un tour su misura con un’agenzia viaggi affidabile, sicuramente saprà consigliarvi sulla fattibilità e la scelta dei percorsi.
Ecco un breve elenco di posti che vi consiglierei di vedere o in cui fermarsi almeno qualche giorno.

Il Carrefour des Jeunes di Bamako.
In pieno centro presso la Place de la Liberté, uno dei tanti poliziotti in motorino vi indicherà prontamente il Carrefour des Jeunes. In questo terreno vago si danno convegno tutti i musicisti, attori, cantanti e corpi di ballo della città. Tutto è puro spettacolo, compresi il ristorante e gli spettatori, gli artisti sono molto bravi e non si ripetono mai. Il Carrefour des Jeunes offre l’opportunità di rendersi conto di quanto sia viva e sconosciuta la cultura moderna africana.
Se volete bere una birra all’aperto e passare la serata tranquilli, prendete un taxi e fatevi portare all’Hotel des Hirondelles (delle “Rondinelle”), sulla strada di Koulikoro, il porto sul Niger. Il luogo è buio e popolatissimo. Se non altro eviterete così di incontrare i cooperanti internazionali, che la sera infestano tutti i locali della città.

Il delta interno del Niger.
È importante che sia novembre, quando il fiume è al culmine della piena e poi partiamo per il delta interno del Niger: un gigantesco catino naturale, circondato da semi-deserti sabbiosi e aridi, in cui il Niger si frammenta in un’infinità di canali e bracci secondari.
Il fatto che ci vadano in tanti è irrilevante: il delta, uno degli ecosistemi più spettacolari del continente africano, copre una superficie di oltre 50.000 chilometri quadrati.
 Non c’è folla, come dire. Soprattutto dove siamo diretti noi: Kadial, cuore di un labirinto acquatico dai confini fluttuanti e invisibili. Non cercatelo sulle mappe: non c’è, e neppure troverete traccia degli altri villaggi dei Fuono-Sorogo, piccolo gruppo di pescatori appartenenti alla grande famiglia dei Bozo.
I barcaioli di Mopti però conoscono benissimo il luogo: per un po’ vi guarderanno increduli, poi spareranno un prezzo stratosferico. Non impressionatevi. Contrattate, pagate il giusto e iniziate a navigare. 
La piroga (a motore) dispone di una tettoia di stuoie che ripara dal sole cocente, il vento è fresco e di fronte ai vostri occhi scorre lenta l’Africa dei libri di viaggi.
Un piacere, ma il bello deve ancora venire. Ve lo mostrerà il dyi tuu di Kadial, il “maestro delle acque”, l’unico che può farvi da guida in quel dedalo di stagni, praterie allagate e acque correnti. Scovatelo, parlategli come si deve, offritegli del tabacco: in cambio vi saranno aperte le porte di un mondo primordiale, i cui ritmi sono immutati da secoli. Con un po’ di fortuna, potrete assistere alle grandi battute di pesca collettive e ai rituali che le accompagnano. Cerimonie autentiche, non etno-show, tanto per capirci. In ogni caso Kadial non vi deluderà, a patto di prendere la vita con calma.

Il fiume Bani.
Il Bani affluisce nel Niger a Mopti. Il suo alto corso attraversa una campagna fittamente abitata e coltivata. 
Basta prendere una delle tante strade sferrate che collegano l’asse Bamako-Mopti con Sikasso, per trovarsi nel bel mezzo dell’autentico Bilad el-Sudan (per chi ancora non lo sa, in arabo, vuoi dire “terra dei neri”). La strada per Kignan attraversa il Bani. Guado e traghetto sono entrambi problematici. Il “terminal” del traghetto è Sirikori, villaggio idilliaco. 
Sotto l’ombra degli enormi sicomori è facile fermarsi molto più del tempo previsto.

La strada per Bankass.
Invece di subire l’ironia dei Dogon della falesia di Bandiagara, scaltriti dal turismo, fermatevi prima, tra i verdi campi di cipolle lungo il fiume Niger. Oppure aggirate la scarpata a ovest, prendendo la strada per Bankass. Di qui, con l’aiuto di un bambino, si può arrivare a ridosso della montagna e trovare villaggi Dogon regolamentari, necropoli comprese. Quando c’è acqua, una cascata rende il paesaggio inverosimile.

I Dogon e il sapore della scoperta.
Una volta tornati sulla terraferma fate i conti dei giorni che vi restano alla fine del viaggio. 
Se non avete abbastanza tempo, piuttosto rinunciate (ahimè) a Timbuktu, troppo lontana e difficile da raggiungere. 
Ma non ai Dogon, pellegrinaggio dovuto all’Africa. Infatti ci vanno tutti. 
E pure noi, ma percorrendo rotte insolite, ingiustamente ignorate. I “veri” Dogon, celebrati nelle pagine patinate dei dépliant turistici, vivono arrampicati sulla scarpata di Bandiagara, che precipita per quasi 400 metri sulla pianura sottostante. Nulla da obiettare. Noi però cerchiamo qualcosa di diverso, che mantenga ancora il sapore della scoperta. Niente scarpata quindi: ce ne stiamo sull’altopiano, ambiente impervio e pochissimo visitato.
Il nostro punto di partenza è Douentza, un villaggione senza particolari attrattive a ovest di Mopti. Armatevi di pazienza e coraggio, poiché le piste che da Douentza portano alla meta sono piuttosto orrende. Non è escluso che in certi tratti convenga andare a piedi. Però ne vale la pena. I villaggi fortificati di Saredina, Kenndie e Dè appaiono come visioni tra enormi massi di arenaria gialla, erosi dal vento. Le capanne in terra cruda, i campi verdi tra le rocce e la stessa disposizione degli insediamenti, rappresentano uno spettacolo unico nel suo genere. Non visitabile al momento [NdR].

La caverna sacra di Barkomo.
Ma il nostro principale obiettivo sono Mori e la caverna sacra di Barkomo: l’entrata alla grotta, i cui oscuri recessi si dicono sorvegliati da un enorme serpente, riproduce chiaramente l’organo sessuale femminile. L’antistante altare sacrificale, sempre imbiancato di pappa di miglio, è a forma di fallo. 
E avanti così, secondo una rappresentazione simbolica che per i Dogon definisce la realtà, collocata in una fittissima rete di corrispondenze che svelano una sorta di universo parallelo. 
Così i riquadri regolari di terra dissodata (la disposizione a scacchiera serve a risparmiare acqua) rappresentano la coperta dei morti, con le sue otto bande, quante gli antenati primordiali. Ma anche la facciata della casa, mentre la topografia del villaggio segue la falsariga di un uomo coricato. E i panieri usati per stipare le sementi, quadrati alla base e tondi al colmo, ripetono l’ordine del cosmo. Raccapezzarsi in questo complesso sistema di significati non è facile. Né obbligatorio. Ma permette di cogliere in ciò che si vede quel qualcosa in più che rende un viaggio un’esperienza piena e vitale. 
E scordatevi le stelle: la complicatissima mitologia Dogon, con i suoi opinabili raccordi siderali, ve la potete studiare a casa. 
Bon courage, come dicono i maliani, e consolatevi: in Mali, più che per la loro cosmogonia, i Dogon sono famosi per essere provetti coltivatori di cipolle. Assaggiatele, sono dolcissime e una volta tanto non celano alcun significato esoterico.

Gossi.
La nuova strada asfaltata che collega Mopti con Gao taglia fuori Gossi, con evidenti e visibili vantaggi per l’economia locale. Il villaggio, emarginato dalle comunicazioni moderne, continua a vivere il suo ritmo carovaniero grazie al famoso mercato del bestiame. Tuareg e Peul vanno e vengono indisturbati. Dappertutto è facile farsi offrire dell’ottimo tè. Il Gourma, l’entroterra di Gossi, è ricco di fauna: un grosso branco di elefanti si sposta, seguendo le piogge, da nord a sud. Non visitabile al momento [NdR].

Tabankort. Non ci si ferma mai nessuno, salvo per pensare a quale bivio prendere: da una parte per Gao, dall’altra per Timbuktu. Sperduto nella squallida piana del Tilemsi, Tabankort è un villaggio di terra con un fortino in rovina. I pozzi, aperti al livello del suolo, sono sempre frequentati da una folla di uomini e di animali. Dormendo nel fortino e tenendo d’occhio l’abbeverata, il luogo è molto interessante. Non visitabile al momento [NdR].

Gao. Vale un viaggio di per sé, è tutta da vedere. Ma se il dovere vi chiama e il tempo è breve, prendete almeno una piroga. Fanno tutte acqua ma non preoccupatevi, non affondano mai. 
La navigazione sul Niger si svolge tra tappeti di ninfee e ranuncoli d’acqua, popolati da ogni specie di uccelli. L’incontro col Sahara è inaspettato. La grande duna rossa precipita nel fiume. Dalla cima si domina una vasta porzione del Niger, solcato dalle piroghe. La sabbia nasconde un ossario di antichi combattenti. Dopo questo sinistro presagio se il vostro piroghiere ne ha voglia vi porterà all’Isola Verde, antica dimora degli imperatori Askia. La cornice è splendida. Non visitabile al momento [NdR].

Paolo Novaresio

Immagini di Donatella Olivero