Cartolina da Mumbai

Nessuno va in vacanza a Mumbai.
Un amico indiano, nel turismo da venticinque anni e da sempre gran professionista nell’incoming (ovvero nel ricevere i gruppi di turisti da tutto il mondo), si è scandalizzato quando, pimpante e giuliva, gli ho scritto:
“Se sei a Mumbai, ci vediamo. Vengo in India per dieci giorni e muoio dalla voglia di vederti.”
“Benissimo. Quanto ti fermi?”
“Dieci giorni.”
“Ma nessuno va in vacanza dieci giorni a Mumbai!”
Forse nessuno. Ma io sì.
Nessuno, forse, ha la mia storia.

Mumbai. Baniano tra Gate of India e Taj Hotel
Baniano tra il Gate of India e il Taj Hotel.

Vivo in un paese, lo Yemen, ormai ridotto ai minimi termini.
Un paese di cui scrissi il meglio – e lo rifarò – un paese che ho decantato in ogni momento di questi ultimi sette anni e, fondamentalmente, un paese che amo.
Ma la Primavera Araba, che di boccioli non ne ha avuti, se non nelle speranze disattese, ci ha ferito tutti.

Viene facile, sovente, dire “si stava meglio quando si stava peggio”, ma un fondo di verità sussiste.
Vivo in un paese, il primo del mondo si dice, la cui capitale morirà di sete tra pochissimi anni. L’acqua ci viene centellinata e quella che arriva è tanto malsana da obbligarci ad acquistare bidoni di quella purificata per cucinare e a volte, lavarci.
Se la stagione delle piogge tarda a venire, esiste una data precisa dell’anno in cui gli Imam, nel venerdì di preghiera, invocano la benevolenza di Allah. Nel giro di poche ore, piove.

La corrente elettrica, grazie a tribù facinorose – o semplicemente all’imbecille di turno – arriva a singhiozzo perché la centrale elettrica viene presa di mira con razzi e missili. Le rivendicazioni, sempre più spesso, sono incomprensibili al cittadino comune.
Ricordiamo benissimo i giorni spettacolari un cui abbiamo goduto di un’erogazione ininterrotta per 24 ore filate.

Vivo in un paese puntualmente preso di mira dalla stampa internazionale quando è preda di attacchi di isterismo cosmico (vedi la voce terrorismo) tanto che evitiamo di guardare la televisione (non difficile, data la penuria di corrente) o leggere il giornale. Il mondo si fa prendere dalle crisi isteriche e noi, per reazione, dal panico. In ambedue i casi, sono crisi ingiustificate.

Vivo in un paese definito “uno dei più poveri al mondo”, come se la povertà fosse una colpa, ci definisse, e come se l’indigenza fosse un’onta.
Vivo in un paese dove si può ancora morire di dissenteria o, sempre più sovente, di fame.
Vivo qui per scelta.
Ciò nonostante, ogni tanto, si ha bisogno d’altro. E Mumbai è stata la mia personale rivelazione.

Avevo bisogno di ritemprarmi, di passeggiate lunghissime, di parchi, libri, cultura, buon cibo, una sistemazione economica e pulita. Avevo bisogno di incontrare gente, di vedere mostre, del profumo del mare.

Mumbai. Statua del Dr Babasaheb Ambedkar, Oval Maidan
Statua del Dr Babasaheb Ambedkar vicino a Oval Maidan.

Mumbai, nei circuiti classici dell’industria turistica, viene proposta per due notti al massimo, con l’offerta striminzita e ciclostilata del giro della città, la visita all’isola di Elephanta con le sue grotte, il quartiere dei lavandai e, per pochi, una toccata e fuga a Dharavi, lo slum più grande di tutta l’Asia (senza interazione alcuna con la comunità locale).
Che rivelazione, invece.

Senza alcuna guida (né cartacea, né umana), ho passeggiato senza sosta da un parco all’altro, tra gente che si allenava a cricket, famiglie che si godevano l’ombra di alberi secolari e  bambinaie che portavano a spasso cani e bambini.

Mi sono unita a persone, come le chiamano in inglese, morbidamente obese, a fare la Corniche a passo sostenuto, sudando perché il tasso di umidità è alto, nella stagione dei monsoni.
Non mi sono curata dello shopping (che mi dicono convenientissimo), ma ho rastrellato librerie e bancarelle di libri comprando a prezzi stracciati tonnellate di volumi.
Ho perso ore nei negozi di antiquariato e oggetti vintage rivivendo pagine dei capolavori della letteratura indiana.

Mi sono buttata, con la mia innata mancanza di orientamento, da una strada all’altra e a un’altra ancora per scoprire angoli di vero splendore architettonico, con palazzi d’epoca avvolti dalla vegetazione rigogliosa delle grandi piogge.
Nella mia mente, Mumbai è diventata una Londra esotica e decadente. A prezzi molto modici.

Mumbai. Ala vecchia del Taj Hotel
Ala vecchia del Taj Hotel.

All’andata, in volo, ero l’unica europea e, molto probabilmente, l’unica sana. Mumbai è notoriamente, almeno in Medio Oriente, la meta per eccellenza del turismo medico. Ha strutture ospedaliere all’avanguardia dove ti rimettono a nuovo: dall’anca al titanio al recupero della vista, dalle cure oncologiche ai prodigi ormonali per la fertilità.
L’aereo su cui ho viaggiato sembrava un’ambulanza volante.
Peccato che il turismo medico abbia la meglio sul resto, almeno agli occhi dei mediorientali.
Perché Mumbai merita ben di più.

Mumbai. Statua di Chatrapati Shivaji Maharaji, India Gate
Statua di Chatrapati Shivaji Maharaji, India Gate.

Avessi voluto, non avrei passato una sola sera in casa. Il calendario degli appuntamenti culturali è fittissimo e, a chi interessa, la vita notturna è tentacolare.
Mumbai è cosmopolita e ti trovi a camminare tra locali, turisti, expatriate (stranieri residenti per lavoro o studio) di ogni fede, estrazione, casta e colore. Una specie di melting pot orientaleggiante.

In una città di oltre tredici milioni di abitanti, mai mi sono sentita straniera. Sono stata accolta, sempre, a suon di tazze di thè. Due sconosciuti, mentre scendevo dal taxi, mi hanno pagato parte della corsa, dato che il tassista non aveva da cambiare. Al mio stupore, seguito dalla richiesta di un numero di telefono per poi restituire i soldi nell’arco della giornata, mi sono sentita rispondere: “Siete turisti, lasciateci dimostrare un minimo di ospitalità.”

Mumbai. India Gate
India Gate.

Da stretta vegetariana, quasi vegana, ho trovato conforto negli interminabili mercati di frutta e verdura. Addirittura fatta accomodare su sgabelli e letteralmente coccolata con ogni prelibatezza.

Ho girato nel quartiere musulmano, famoso per il souq, che proprio in quel periodo era in fervida attività, dato l’avvicinarsi di Eid El Khabir (il grande Eid, importantissima festa religiosa), senza mai essermi sentita fuori luogo.

Tornando a casa, una sera, mi sono fermata a Siddhivinayak, il più grande tempio dedicato a Ganesh, il dio elefante. All’interno del tempio mi sono seduta di fianco a un cane che, tra aria condizionata e incenso, aveva trovato il suo nirvana. In qualche modo pure io.

Mumbai. Leopold Restaurant
Lo storico Leopold Restaurant.

Mai una volta mi sono sentita esclusa; mai un momento ho pensato di aver sbagliato destinazione.
Sul volo di rientro ero ancora l’unica europea. Ma la gente intorno a me sorrideva. Mumbai, un po’, aveva guarito tutti.

So che queste mie considerazioni sono di parte, dato il mio storico personale non comune. Ma, tornando a casa, mi sono trovata a pensare che sia in Medio Oriente che in altre parti del mondo, si ha la tendenza a prenotare voli per i paesi dove tutto è un copia e incolla – seppur in versione eccellente – di ciò che già esiste.
Paesi dove la storia, a volte, parte dalla scoperta del petrolio. Dove i nomi dei ristoranti sono gli stessi e la massima interazione che si ha con la cultura locale si ferma all’animatore del villaggio.
Peccato che il mondo abbia altro da offrire.

Beatrice de Filippis

.

Palazzo della Municipal Corporation of Greater Mumbai
Palazzo della Municipal Corporation of Greater Mumbai.

Photos by Bahaa Al Midhatee