La Namibia invisibile

Un tempo non ci andava nessuno, salvo qualche squadriglia di tedeschi nostalgici del Kaiser. Il turista per diletto era un animale sconosciuto. Che cosa veniva a fare in Namibia, si chiedevano i locali? Non c’era altro che deserto, boscaglie spinose e polvere, tanta polvere. Poi, da un giorno all’altro, la Namibia divenne la mecca del turismo internazionale, l’Ultima Africa di turno.
Oggi è quel che è, il sogno di ogni tour operator: un posto pulito, dove tutto funziona e gli imprevisti di viaggio riguardano al massimo la temperatura dell’aperitivo serale.
Tutto bello, anzi bellissimo, ma di accalcarsi nei pulmini zebrati per fotografare il solito leone da cartolina a noi importa poco. Da un viaggio ci aspettiamo altro, ad esempio un po’ di magia, una goccia di infinito. Noi siamo malati cronici, soffriamo della sindrome dello scopritore, abbiamo sete di ignoto. E allora, se decidiamo di vedere la Namibia, andiamo dove non c’è nulla da vedere (o almeno così ci dicono).

Kolmanskop
Kolmanskop

Come aperitivo scegliamo il grande Sud, assolutamente desertico e a torto poco frequentato. Per cominciare prendiamo il treno, da Windhoek a Keetmanshoop sono dodici confortevoli ore. Ben riposati, saremo pronti per affrontare il surreale ovvero Lüderitz, icona della colonizzazione tedesca in Africa.
A Lüderitz troverete una chiesa luterana dal campanile appuntito, la stazione ferroviaria, tante casette dipinte a colori vivaci e naturalmente birra e strüdel, a volontà.
Tutto regolare se fossimo in Germania, invece di fronte a voi si estende l’Atlantico, popolato da foche e pinguini e alle spalle null’altro che sabbia e pietre, una terra desolata ma ricchissima. Quel che resta della grande corsa ai diamanti del secolo scorso lo vedrete a Kolmanskop, a due passi dalla città: rottami di ferro, binari morti e grandi edifici in rovina, muniti però di vasche da bagno in marmo di Carrara. Strano posto la Namibia del sud.

Fish River Canyon
Fish River Canyon

Ricco di sorprese, se così si può definire, è il Fish River Canyon, un gigantesco squarcio nelle pianure sassose che scendono verso il fiume Orange e il Sudafrica. La gola è lunga 160 chilometri e profonda oltre 550 metri: una meraviglia della natura assolutamente da non perdere e pazienza se sarete in compagnia di qualche gruppo di turisti, anche perché vi attendono le solitudini del Bushmanland. Laggiù è ancora Africa, territorio per definizione inadatto ai viaggi tutto compreso. Perfetto. Possiamo partire.

La nostra meta è Tsumkwe, ultimo punto di rifornimento prima di addentrarsi nel cuore del Kalahari. A Tsumkwe c’è un improbabile lodge, qualche negozio, una pompa di benzina e una miriade di bettole cavernose. E ovviamente polvere, quanta ne volete.
Non sembra il posto giusto per incontrare una star del cinema, se pur in disuso.
Invece il signor Glao Goma, protagonista del lungometraggio “Lassù qualcuno è impazzito”, abita proprio qui. Cercatelo, forse vi racconterà della sua fuga dal set due giorni dopo l’inizio delle riprese e di come fu scovato e trasferito in Sudafrica (dove non poteva scappare). Se gli siete simpatici vi parlerà di Pechino, di Hong Kong e del Giappone, tappe del tour promozionale organizzato dai produttori del film. E magari vi aiuterà a trovare una guida che vi accompagni nel Panveld, la zona dei laghi salati che si estende a sud della città. Prima di mollare gli ormeggi assicuratevi di avere scorte di acqua e benzina sufficienti.

Orice namibiano
Orice namibiano

Il Panveld non è uno scherzo, privo di infrastrutture e lontano da tutto, richiede impegno e precauzioni adeguate. In altre parole dovrete cavarvela da soli, ma in compenso vedrete gran cose: nelle boscaglie che circondano Nyae Nyae, Khebi, Gautcha e gli altri stagni del Panveld vivono antilopi, elefanti, leoni e una quantità di altri animali selvatici. Naturalmente non è un parco nazionale e non c’è niente di garantito, salvo emozioni ancestrali, cieli stellati e serate attorno al fuoco. In totale solitudine. A noi basta e avanza, non chiediamo altro che la realtà.
Allora nulla di meglio che organizzare un giro a piedi con i San, o Boscimani che dir si voglia, gli originari abitanti del luogo. Nonostante lo stile di vita tradizionale abbia subito duri colpi, i San praticano ancora la caccia e la raccolta di frutti spontanei: seguire un omino seminudo che trotta nella savana armato di arco e frecce è certamente un’esperienza inusuale, diciamolo. E anche faticosa, poiché durata e percorsi sono dipendenti dal caso e dalle occasioni che si presentano. Quindi imprevedibili.
Ma i profumi, i rumori e gli incontri di quel giorno rimarranno con voi per sempre.

Ormai siete assuefatti alle spine, alle mosche e al sole tropicale. I mugolii notturni delle iene vi fanno da ninna-nanna. Nulla può più fermarvi. Dunque bevete una buona sorsata di whisky, sputate per terra (si fa così per buon augurio) e saltate in macchina. Vi attendono piste di sabbia, altre saline e villaggi dai nomi impronunciabili. Il mare di alberi sembra non finire mai. Poi qualcosa di grigio e apparentemente informe si staglia all’orizzonte: non state sognando, sono le Aha Hills, il posto più arido e meno conosciuto della Namibia. Delle Aha Hills, che segnano il confine col Botswana, non esistono mappe attendibili, né si sa cosa si celi nelle grotte che le traforano qua e là come un groviera. L’unica certezza è l’origine del nome, che ripete il chiocciare sommesso del geco.
Li vedrete, i famosi gechi, risalendo gli sfasciumi di Kremetartkop, una montagnola dalla cima tempestata di baobab: un’oretta di marcia disagevole che regala un panorama a 360 gradi su buona metà del Kalahari. Il mondo ai vostri piedi, come se fosse stato appena creato. E tutto da esplorare, naturalmente con prudenza. Non aspettatevi nulla di eccezionale: alle Aha Hills non c’è una goccia d’acqua a pagarla oro, quindi il ritmo della vita batte al minimo. Anche gli insetti sono merce rara. Eppure, strano a dirlo, quelle colline abbandonate emanano un fascino profondo, primitivo. Il silenzio è un urlo.
Sembra impossibile che la strada sterrata per Tsumkwe sia a soli venti chilometri di distanza. In due giorni di viaggio scarsi sarete di nuovo nella civiltà.
Fantastico, non desideravate altro, vero?

Paolo Novaresio

Immagini di Anna Alberghina