Niger, le carovane del sale

Niger. Deserto del Ténéré, carovana
Carovana nel deserto del Ténéré

I dromedari sono carichi di grossi coni, dalla forma astrusa e irregolare.
Sono pani di sale, provenienti dalle saline di Bilma e diretti ai lontani mercati del sud.
I passi degli uomini e degli animali si susseguono lentamente, da un corridoio di dune all’altro. La carovana, dieci uomini e un centinaio di dromedari, avanza a file parallele, senza variazioni di ritmo e di velocità: nel deserto del Ténéré non ci sono sentieri che incoraggino la fila indiana. Le tracce scompariranno poche ore dopo, cancellate dal vento, e questa terra tornerà come è sempre stata: un mondo dove l’uomo è solo di passaggio.

Il Ténéré occupa il settore nord-occidentale della repubblica del Niger, da Agadez sino ai confini con il Ciad e con la Libia.
Un mare immobile di dune aggrovigliate, senza variazioni di colore e di forma.
Un luogo terribilmente inospitale ma non tanto da impedire ai Tuareg di frequentarlo per i loro commerci.

Niger. Giovane tuareg
Giovane tuareg

Gli “abbandonati da Dio”, come li chiamavano graziosamente gli Arabi, in passato erano i più temuti e famosi predoni del Sahara.
Protetti da una sinistra fama di tagliagole e guerrieri senza pietà, dominarono per secoli le rotte transahariane, facendo il buono e il cattivo tempo.
Ma ormai le grandi razzie sono un lontano ricordo e il nomadismo in fase di progressivo declino.
Della grande rete di piste commerciali che univa il Sudan al Mediterraneo ben poco è rimasto: solo gli azalai, le grandi carovane del sale, esistono ancora, anche se su scala ridotta.

Il salgemma, in Africa Nera così raro da essere in passato scambiato con l’oro, continua a essere una merce ambita. Anche perché il sale marino, più facilmente disponibile e meno caro, è considerato merce scadente di dubbia qualità.
Poiché il deserto è ricco di grandi depositi naturali di sale, residui della rapida evaporazione di antichi laghi, e la domanda della merce è forte, non resta che andare a prendere il prezioso minerale e trasportarlo a destinazione. Equazione commerciale semplicissima, se di mezzo non ci fosse il deserto peggiore della terra.

Niger. Saline di Bilma
Saline di Bilma

Le saline si trovano al centro del Ténéré, a Bilma, nella depressione del Kaouar, e sono sfruttate da tempi immemorabili. Situate a tre chilometri dall’oasi, si presentano come una serie di fosse a cielo aperto che fungono da bacini di decantazione.
L’estrazione è compito dei Kanuri, genti di pelle scura, lontani discendenti dei fondatori degli antichi regni del lago Ciad. Gli uomini riempiono d’acqua le pozze, ottenendo il formarsi di una soluzione salina che subisce una rapida evaporazione. Il sale così ricavato è grezzo e granuloso, ancora umido viene polverizzato nei mortai e poi pressato dentro stampi di legno di forma tronco-conica.
È difficile immaginare una foggia più inadatta a essere imballata e caricata sui dromedari.
Ma se chiedete spiegazioni ai Tuareg, non otterrete altra risposta che sguardi indifferenti e qualche risatina di circostanza: si fa così da secoli e basta.
Il lavoro è durissimo, sotto un sole spietato e con i piedi sempre immersi nella salamoia.

Niger. Bilma, pani di sale
Pani di sale

Ma l’estrazione del minerale non riguarda i Tuareg: la loro specializzazione è il trasporto. E non è poca cosa.
Ogni anno, a ottobre, i Tuareg dell’Air partono, infatti, alla volta di Bilma trasportando miglio e tessuti di cotone, per riattraversare poi il Ténéré col prezioso carico di sale, che sarà rivenduto e barattato nei mercati del sud con dell’altro miglio e con i prodotti necessari all’economia del nomadismo. Il trasporto del sale via camion è tacitamente scoraggiato dal governo locale e presenta comunque costi rilevanti (un dromedario non ha bisogno di pezzi di ricambio, un automezzo sì).
Ne consegue che in Ténéré le carovane di dromedari la facciano ancora da padrone.

Niger. Bilma, carico di una carovana
Bilma, carico di una carovana

La contrattazione del prezzo con i Kanuri è lunga e laboriosa. Per ogni lotto si ricomincia daccapo, con flemma esasperante: la fretta è l’ultima delle preoccupazioni.
I carovanieri hanno portato gli imballaggi e le corde; ogni cono viene accuratamente avvolto in stuoie di foglia di palma intrecciate. I blocchi hanno l’aspetto di grossi funghi grigiastri, dal gambo lungo e dalla cima piatta, e arrivano a pesare circa una quindicina di chili cadauno.
Concluso l’acquisto, imballati i pani, i Tuareg si accingono finalmente all’importante operazione del carico.
Ogni dromedario porta fino a sei coni di sale, oltre ai datteri, al foraggio, alle attrezzature necessarie alla traversata e all’acqua (circa cinque litri al giorno per persona).

Il carico è accuratamente ripartito e bilanciato sui basti degli animali, in una confusione indescrivibile. I dromedari non sono per nulla contenti di ricevere 120 kg sulla groppa: bramiscono, sputano, cercano di mordere. Gli uomini urlano, imprecano, si chiamano l’un l’altro. Ovunque grovigli di corde, sacchi di datteri, ghirbe di pelle di capra e camere d’aria di camion piene d’acqua. Poi, di colpo, qualcuno s’incammina. Ben presto gli ultimi ritardatari raggiungono la carovana, che poco a poco si compone in lunghe file.

Niger. Monti dell'Air, carovana del sale
Carovana in prossimità dei monti dell’Air

Le prime ore di marcia sono tecnicamente importantissime, un vero e proprio rodaggio.
Si serrano i nodi dei basti, si raddrizza un carico che scivola, si controllano le cavezze: nessun particolare è ininfluente, né può essere trascurato, poiché da queste operazioni dipende il buon esito di tutta la traversata.
La temperatura al sole supera i cinquanta gradi, la sabbia scotta, scivola sotto i piedi.
Nel Sahara non serve camminare in fretta, ma per lungo tempo. Ogni ora cinque chilometri. Ogni giorno da trentacinque a cinquanta.
Il sole tramonta, ma la carovana non si ferma. Si farà il campo solo quando gli animali saranno al limite delle forze.

Niger. Campo nel deserto
Campo nel deserto

Alle dieci di sera la carovana si ferma. I dromedari vengono fatti inginocchiare nella direzione di marcia, perché un campo rettilineo rende più agevole ripartire il giorno dopo.
Bisogna scaricare completamente gli animali e impastoiarli perché non si allontanino troppo.
Ogni sera dieci uomini (se i cammelli sono cento) spostano pesi per dieci-dodici tonnellate, che la mattina seguente dovranno ricaricare. La quantità di lavoro, rispetto alle calorie assunte col cibo, è immane. In più gli uomini sono obbligati a svolgere anche il lavoro delle donne, che non seguono le carovane del sale.
Sul fuoco di sterpi bolle una farinata di miglio e acqua, cui viene talvolta aggiunto del formaggio di capra secco.
Alla dieta vanno di solito aggiunti datteri, latte di cammella e tè, sempre molto zuccherato.
Un rapido calcolo delle calorie assunte (circa 1000 al giorno) rispetto alla quota normalmente fornitaci dalla nostra alimentazione (almeno 2500), permette una facile deduzione: la carovana non è quale ci appare, cioè una pittoresca tradizione, ma un duro e difficile lavoro.

Le notti d’inverno sono limpide e l’alba è gelida. Il termometro scende sovente sotto lo zero. La sabbia si ricama di brina. Gli uomini raccolgono le coperte in cui si sono avvolti per la notte e cominciano a caricare i dromedari. Quando la carovana riparte, il sole è già alto nel cielo. Sulla sabbia restano poche impronte, nessun rifiuto.
Ogni giorno è identico all’altro: caricare, camminare, mangiare, scaricare, dormire, ricaricare. La monotonia è assoluta. Il Ténéré non ha paesaggi su cui lo sguardo possa soffermarsi. Molte ghirbe sono già vuote. Tutto è razionato e calcolato al limite.

Niger. Minareto della moschea di Agadez
Il minareto della moschea di Agadez

Al quinto giorno di marcia appare l’oasi di Fachi, unico luogo abitato su un percorso di 600 chilometri. Ovvero, per il nomade, acqua, ombra, tè e tabacco.
Prima di entrare nell’abitato i Tuareg indossano i loro vestiti migliori, che hanno tenuto riparati nelle capaci borse di pelle. Taguelmoust e gandura, il velo color indaco e il mantello, sostituiscono gli sdruciti abiti da lavoro.
Solo le carovane (e qualche turista in cerca di emozioni) passano ancora da Fachi, mentre i grandi camion prendono la strada del nord, meno sabbiosa, per il pozzo di Acheggour.
La vita di Fachi è legata al commercio del sale: c’è sempre qualcuno che si aggrega alla carovana, unico mezzo di comunicazione che permette di attraversare con sicurezza il Ténéré fino ad Agadez.
Dopo Fachi ci vogliono ancora cinque giorni per colmare i 200 km fino al famoso Albero del Ténéré.
Era l’unico esistente in quella terra smisurata, finché venne abbattuto da un camionista mentre faceva retromarcia.
O almeno questa, tra le tante che circolano in Sahara, è la versione dei fatti più accreditata.
Sta di fatto che, al posto della mitica acacia, ora svetta una imitazione in ferro, annerita dal sole e abbellita da qualche latta di conserva. Brutta forse, ma assolutamente necessaria, perché senza l’albero il vicino pozzo diventa introvabile.

Niger. Albero del Ténéré
Il rimpiazzo in ferro dell’Albero del Ténéré

Dopo l’Albero del Teneré c’è solo sabbia, poi sabbia e ancora sabbia.
Le prime pietre appaiono al quarto giorno di marcia, annunciate dal basso profilo dei Monti dell’Air. Il Ténéré è finito, inizia un nuovo mondo.
Non certo un mondo di abbondanza: però c’è qualche pozzo in più, nei fiumi secchi si trova un po’ di erba e le condizioni climatiche sono meno proibitive.
Agadez non è lontana ma molte carovane non si fermano neppure in città, proseguendo direttamente per l’interno dell’Air oppure verso i mercati di Madaoua, Birni N’Konni, Zinder e Kano.
Laggiù ogni cono di sale sarà barattato per l’equivalente di dieci volte il suo costo di partenza.
Raramente la merce è ceduta ai commercianti all’ingrosso: di solito è venduta al dettaglio, in piccole quantità che non superano i due chilogrammi.
Col ricavato i Tuareg acquisteranno miglio, tessuti, selle, sandali e manufatti in cuoio, oltre che gli oggetti necessari alla vita di ogni giorno.
Fino alla prossima stagione secca (cioè, senza tempeste di sabbia) vivranno nelle loro tende. I grandi viaggi commerciali lasciano il posto alla quieta vita degli accampamenti e alla transumanza.

Paolo Novaresio