Nord Camerun

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Fiume Logoné

Pouss, estremo nord del Camerun, ore quattro del pomeriggio. Il sole picchia duro, una colata di luce abbacinante che inonda la pianura ritagliando ombre tenui tra gli alberi. Solo un riflesso più chiaro, nell’azzurro velato del cielo, rivela la presenza del fiume. Il Logoné è a due passi: acque rapide e limacciose che corrono verso il lago Ciad, aprendosi la strada tra banchi di sabbia e isolotti coperti di erbe palustri.

Tutto è assolutamente uniforme, orizzontale: un paesaggio grandioso, smisurato, che solo forme e dimensioni intellegibili possono domare e restituire all’uomo. Le case a obice dei Mousgoum assolvono pienamente questa esigenza, creando l’ordine dal caos. E attingendo il sublime. Nessuna abitazione in Africa può competere con la perfezione di queste dimore in argilla dalle linee purissime, morbide e allo stesso tempo slanciate. Alte dai sette ai nove metri, decorate all’esterno da protuberanze e scanalature regolari, sembrano nascere naturalmente dalla terra. André Gide, che visitò la regione nel 1925, le descrisse come “calcolate matematicamente e attinte fatalmente”, opera di un vasaio più che di un muratore.

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Abitazioni Mousgoum

Paragonare una casa a un vaso rovesciato è un’idea che fa sorridere Hamadou Hirgué, pescatore e all’occorrenza guida turistica, che in quell’architettura fantastica vede tutt’altri significati. L’apertura circolare alla sommità della costruzione come la porta d’entrata, simile al buco di una gigantesca serratura, hanno ovviamente funzioni pratiche ma allo stesso tempo circoscrivono un campo di forze spirituali, che garantisce la protezione e la continuità della stirpe. Un equilibrio delicato, basato sulla libera circolazione dei flussi vitali, alla cui stabilità concorrono anche le decorazioni parietali e i feticci (di solito corna d’antilope) infissi nelle pareti interne.

In questo piccolo universo tutto appare splendido, compiuto. Salvo un piccolo particolare: il villaggio è disabitato e i Mousgoum della regione di Pouss, Hamadou compreso, vivono oggi in normali capanne a pianta rettangolare col tetto di paglia. Le case a ogiva che stiamo visitando sono infatti state costruite da una ONG francese una dozzina di anni fa, nel nobile intento di conservare i tratti fondamentali della cultura tradizionale Mousgoum. L’organizzazione provvede anche al mantenimento della struttura, periodicamente danneggiata dalle piogge estive: un lavoro pesante e impegnativo che impiega una squadra di cinque persone per un paio di mesi. È il desiderio di sottrarsi a questo compito ingrato, più che l’avanzata del progresso, che ha spinto i Mousgoum a scegliere un diverso modello abitativo.

Dunque tutto è perduto, destinato all’oblio? Non è detto. Nelle nuove case fa troppo caldo, i muri ad angolo fanno comunque parte di una geometria estranea alla mentalità Mousgoum e lo stesso Hamadou, risolto il problema della manutenzione, potrebbe tornare sui propri passi. D’altra parte siamo nel Camerun settentrionale, terra di contrasti, e nessun cambiamento può mai considerarsi davvero definitivo. Così è per le genti, attratte dalle lusinghe della modernizzazione ma allo stesso tempo profondamente legate alle proprie radici. E così è per la natura, gli animali, il paesaggio: in questo caso sono le piogge, la loro intensità e abbondanza, a stabilire i ritmi del pendolo.

Oltre il massiccio dell’Adamawa, che segna il confine tra il Camerun delle grandi foreste e quello delle boscaglie, l’oscillazione acquista valori estremi. Con l’avvento della stagione umida i mayo, fiumi disseccati, riprendono come per miracolo vita e le sterminate pianure alluvionali del nord, color giallo-ocra per la maggior parte dell’anno, tornano a risplendere di verde.

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Parco Nazionale di Waza

Erba e ancora erba, una prateria senza fine punteggiata di stagni. Così ci appare il mondo mentre percorriamo la strada asfaltata, diritta come un fuso, che conduce al Parco Nazionale di Waza. In questo lembo di Africa selvaggia, dove la presenza umana è rara e occasionale, sono gli animali a farla da padroni: elefanti e giraffe prima di tutto, ma anche rare specie di antilopi, scimmie, struzzi, una straordinaria quantità di uccelli e leoni, ovviamente, non molti a quanto si dice, ma di carattere piuttosto esuberante. Non contenti di avere a disposizione una dispensa di oltre 1600 chilometri quadrati, i leoni di Waza non perdono occasione di varcare i confini (non recintati) dell’area protetta in cerca di preda. Anzi, in vena di strafare, hanno recentemente preso la pessima abitudine di seguire le transumanze stagionali dei nomadi Peul, che frequentano la zona con le loro mandrie. E così finiscono spesso morti ammazzati, con conseguente drastica diminuzione del loro numero.

“D’altra parte cosa dovrebbero fare i Peul? Lasciarsi mangiare le vacche?” mi rimbecca prontamente Jules Cèsar, prevenendo sul nascere ogni mia possibile rimostranza. Jules César lavora come guida professionista per un’agenzia di viaggi di Maroua ma nella stagione morta torna al suo villaggio a coltivare i campi. Appartiene all’etnia Kapsiki e si professa con orgoglio animista. Ovvero un kirdi, pagano.

Sotto questa etichetta dispregiativa si raccoglie un coacervo di popolazioni di cultura e costumi anche molto differenti tra loro. In poche parole, sono detti Kirdi tutti quei gruppi autoctoni che per sfuggire all’avanzata dell’Islam e alle razzie si rifugiarono sulle montagne, là dove la Guerra Santa e i cavalieri Peul non potevano arrivare.
Kirdi sono anche i Mafa (o Matakam), i Mofou, i Toupuri, i Fali, i Koma, i Potoko, gli Hidé e una moltitudine di altre genti. Quasi tutti, salvo i Koma dei Monti Alantika, abitano le scoscese pendici dei Monti Mandara, che tracciano per un lungo tratto i confini con la Nigeria. Siccome ogni tribù ha almeno un paio di nomi, senza considerare le varie grafie, la confusione è assicurata, in letteratura come sul campo. Eppure, districarsi in questo rompicapo etnologico è in pratica piuttosto semplice: la regione dei Mandara è infatti frammentata in un mosaico di minuscoli etno-stati dai confini ben definiti e sottoposti all’autorità tradizionale. Basta una visita al comprensorio di Oudjilla, non lontano dalla cittadina di Mora, per capire quanto questo modello politico sia ancora radicato e vitale.

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Mozogo Daouka, Sultano di Ojilla

Qui, nel cuore del paese Potoko, è il grande capo Mozogo Daouka a fare il bello e il cattivo tempo, amministrando con saggezza il suo piccolo regno. Mozogo è una figura imponente, che ispira naturale soggezione: ci accoglie con un sorriso impenetrabile, invitandoci a sedere con un gesto appena accennato della mano. Con pazienza risponde alle nostre domande un po’ petulanti, lui, che nella sua lunga vita si dice abbia incontrato anche il presidente De Gaulle. Sì, conferma, ha quasi novant’anni, 50 mogli e ben 110 figli, che vivono tutti insieme nell’adiacente saré (come in Camerun chiamano il complesso di edifici che ospita la famiglia estesa).

La struttura, viste le dimensioni del nucleo familiare, è enorme: un labirintico agglomerato di costruzioni in pietra e terra cruda, avvolte in una perenne penombra, dove trovano posto le abitazioni delle donne, i granai, il tribunale e varie sale destinate a usi rituali. Un passaggio angusto conduce alla camera-stalla dove è ospitato il bue sacro. Nutrito e trattato con tutte le cure, ne uscirà a dicembre, dopo quasi un anno di dorata prigionia, quando il miglio sarà maturo e pronto per essere raccolto, e l’animale offerto in sacrificio agli dei, tra danze e libagioni.
È sempre meglio avere buoni rapporti con le entità sovrannaturali, soprattutto in una terra aspra e avara come quella dei Potoko.

Mentre abbandoniamo Oudjilla sobbalzando lungo una pista spaccaossa, Jules Cèsar mi fa notare i fitti terrazzamenti che incidono i fianchi della montagna. A volte gli appezzamenti coltivati sono minuscoli, una macchia verde chiaro sull’orlo dello strapiombo e nulla più. Cibo strappato alla roccia, con tenacia. Mondato, essiccato, stipato in giare e granai e l’eccedenza portata al mercato, centro nevralgico di tutte le attività di compravendita ma soprattutto occasione d’incontro e di svago. Ogni località ha il suo giorno fisso, stabilito dalla consuetudine: Maroua il lunedì, Mora la domenica, Mokolo il mercoledì, Tourou il giovedì, e così via.

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Mercato di Tourou

Quanto siano importanti questi appuntamenti, lo vediamo a Tourou: durante la settimana un villaggio come tanti, oggi fervente di vita. Fin dal primo mattino a Tourou si respira aria di festa, ovunque si chiacchiera, si ride, si contratta, si mangia. Ognuno ha qualcosa da proporre, siano staia di sorgo o polli vivi, ortaggi o creme di bellezza made in China, frittelle di mais o utensili agricoli. Un po’ discoste dalla piazza, all’ombra di un grande albero, le eleganti donne Hidé vendono birra di miglio. Tutte ostentano un copricapo ricavato da una zucca, colorata di rosso vivo e decorata con motivi geometrici che serve da supporto per il trasporto dei pesanti orci in terracotta, come ciotola e all’occorrenza come ombrello. Un oggetto polifunzionale, ma anche segno di riconoscimento etnico e sociale.

Un’atmosfera assai più sobria, quasi reverente, circonda lo spiazzo dove i fabbri Matakam espongono zappe, coltelli, falcetti e tutto ciò che necessita al lavoro dei campi. I Matakam, noti in tutto il Camerun per la lavorazione del ferro, arte tramandata di padre in figlio da generazioni, abitano le impervie montagne che si estendono tra Mokolo e il colle di Koza in capanne, dal tetto in paglia alto e appuntito, che spuntano appena dai campi di miglio che le circondano. In questo paesaggio bucolico di una struggente bellezza, ci si imbatte come per caso in strane costruzioni di aspetto antropomorfo: sono gli altoforni, in cui per antico e reiterato prodigio, il ferro trasforma la propria natura. Sono necessarie ben ventiquattr’ore di duro lavoro ai mantici per raggiungere la temperatura di fusione, ma neppure questa fatica sarebbe sufficiente a piegare la resistenza del materiale grezzo, se non intervenisse il soprannaturale.

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Indovino a Rhumsiki

Il fabbro Matakam, oltre che un valente artigiano, è prima di tutto un mago: si occupa delle sepolture, cura le malattie, sa prevedere il futuro e interpretare i sogni. In Africa non vi è nulla di casuale, accidentale, qualunque cosa succeda ha una spiegazione che travalica le apparenze e le ragioni vanno cercate altrove, i pericoli esorcizzati con invocazioni e sacrifici, chiedendo consiglio agli antenati. Questa visione del mondo permea ogni aspetto della vita quotidiana e non stupisce che in tutti i villaggi dei Monti Mandara (ma non solo) la figura del sorcier, stregone o guaritore che dir si voglia, goda di grande considerazione e rispetto. Senza le arti di questi operatori spirituali sarebbe impossibile smascherare il malocchio e scacciare le presenze maligne che si celano nei più remoti recessi della notte. Il fatto che alcuni di questi personaggi siano ormai diventati attrazioni turistiche, non sminuisce la loro fama.

L’indovino che vi predice la sorte interrogando i movimenti di un granchio di fiume, potrà sembrare a noi europei puro folclore locale, ma per un Kapsiki il modo in cui l’animale sposta i frammenti di zucca nella ciotola e l’interpretazione che ne consegue, sono cose molto serie. Assolutamente plausibili, se si crede alla magia e in uno scenario fantasmagorico come quello che circonda Rhumpsiki, epicentro della valle Kapsiki, non è cosa difficile. I picchi e le vertiginose guglie di granito che caratterizzano la regione hanno davvero qualcosa di sovrumano: alti monoliti isolati, erosi dal tempo, che si levano diritti verso il cielo a comporre uno dei più spettacolari paesaggi che l’Africa possa offrire. Ma soprattutto, per i Kapsiki, elementi distintivi di una topografia sacra. Ancor oggi di fronte alle pareti a picco del Pic Zivi si celebrano riti e iniziazioni, cui partecipa l’intera comunità.

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Sua Maestà Bakary Yerima Bouba Alioum

Quella cui assistiamo è una danza di guerra, volta a celebrare la resistenza dei Kapsiki all’invasione dei Peul. Lance e scudi levati, i guerrieri avanzano a piccoli passi, poi retrocedono, incalzano ancora. Un vecchio avvolto in un ampio mantello bianco ruota su se stesso, sempre più in fretta, sostenuto dalle voci ritmate delle donne. Un canto tremulo, sospeso tra gioia e dolore che si perde nell’aria tersa della sera è il prologo insperato all’ultima emozione, che per legge degli opposti, ci attende a Maroua. Là, saremo ricevuti in udienza da Sua Maestà Bakary Yerima Bouba Alioum, sultano della città. Il sistema dei sultanati Peul (lamidat) del Camerun settentrionale risale ai primi decenni dell’Ottocento ed è un sistema tuttora in auge, tanto è vero che il potere del sultano di Maroua, se pur assai ridimensionato, è riconosciuto formalmente dal governo centrale.

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Rievocazione storica a Maroua

Una volta espletate le necessarie formalità imposte dall’etichetta di corte, Sua Maestà si concede alle nostre domande, rivelando una personalità magnanima e aperta. Una schiera di notabili dalle barbette appuntite assiste in silenzio al colloquio. Dallo spiazzo antistante al palazzo provengono urla di incitamento e nitriti mentre una dozzina di cavalieri, impeccabili negli abiti da parata, si preparano alla carica al rullo dei tamburi. Quella che ci viene amabilmente offerta è la rievocazione storica della vittoria sui Kirdi, per la gloria di Allah, esattamente il contrario di ciò che abbiamo visto a Rhumsiki. Nostalgie guerresche? No di certo, non nel nord del Camerun, dove il passato è materia sfuggente, nulla più che un gesto vago tracciato nell’aria. Nulla in confronto all’incomprensibile eternità della vita.

Paolo Novaresio

 

Immagini di Bruno Zanzottera (parallelozero.com)

Il tour è stato realizzato grazie al sostegno di Kel 12 (via Santa Maria Valle 7, Milano – tel. 02-2818111 – www.kel12.com).
Le regioni del Camerun settentrionale sono dotate di infrastrutture generalmente di scarso livello, almeno secondo gli standard occidentali. Anche l’operatività dei voli interni può essere soggetta a cambiamenti frequenti quanto inattesi.
È necessario quindi un discreto spirito di adattamento, ampiamente compensato dal notevole interesse etnico e paesaggistico del viaggio.