Oman, il sultanato delle sabbie

Wahiba sands
Sharqiyah Sands

Un suono acuto fende l’aria tersa dell’alba, è il richiamo dei beduini, stentoreo come una sirena, fra le dune delle Sharqiyah Sands.

Il tempo in cui in Oman i cammelli erano l’unico mezzo di trasporto, sta pian piano lasciando spazio ai 4×4 e a case in muratura al posto delle tende, ai margini delle sabbie.
Questo è il prezzo del progresso avviato dal Sultano Qaboos bin Said, figlio del rigido e conservatore Said bin Timur deposto negli anno ’70 da un colpo di stato: una politica di modernizzazione con la costruzione di case, scuole, strade e ospedali, finanziata dai proventi del petrolio.
Ma lo stile di vita tradizionale e la visione romantica delle carovane di cammelli sotto le stellate notti arabe non sono un ricordo del passato. Nonostante il progresso e l’avvento del turismo, il nomadismo si è tutt’altro che estinto.

Cura dei cammelli
Cura dei cammelli

Le Sharqiyah Sands, note anche come Wahiba Sands, sono un tappeto di 12.500 kmq di dune, habitat di numerose specie di invertebrati, flora e fauna e di svariate tribù beduine adattate da secoli a questo luogo inospitale.
L’allevamento dei cammelli è ancora praticato anche se con nuove prospettive. Non più utilizzato solo per il latte e la carne, il cammello è il protagonista delle corse, uno degli sport più popolari del paese in grado di fruttare al proprietario ricchi premi in denaro e auto di lusso!
Per partecipare a una gara è indispensabile un allenamento impegnativo e costoso che prevede per l’animale un’alimentazione a base di erbe tenere, datteri, latte e miele, morbide coperte per mitigare le gelide notti, preziosi unguenti per medicare le ferite e frequenti lavaggi.
Fra uomo e animale si instaura un legame di autentico affetto e non è insolito vedere un beduino mormorare al suo cammello dolci parole.
Come già scriveva l’esploratore Wilfred Thesiger nel suo libro “Arabian Sands”, per i beduini il cammello è un dono di Dio, nessuno può maltrattarlo e i suoi bisogni hanno la precedenza su tutto il resto.
E, a volte, tutti questi sforzi valgono la ricompensa.

Donna Wahiba con burqa
Donna Wahiba con burqa

Nonostante i cambiamenti del paese, lo stile di vita dei beduini resta parco e frugale e l’organizzazione sociale è ancora basata sul clan.
L’eredità dei padri è un patrimonio di conoscenze e tradizioni trasmesso di generazione in generazione.
Nell’ambito familiare, il ruolo della donna è ancora subordinato alle vecchie regole.
Le donne Wahiba, velate per tutti tranne che per i più stretti familiari, indossano il “burqa”, una maschera in tessuto, per lo più nera con una cresta centrale, che le fa assomigliare a uccelli rapaci.
In altre zone queste maschere assumono fogge e colori vivaci che vanno dal dorato al porpora scintillante. Utilizzate un tempo come protezione dal sole e dalla sabbia, oggi, più che un obbligo, sembrano un vezzo.
L’abito tradizionale coloratissimo, ben diverso dall’abaya nera delle donne di città, è arricchito dagli splendidi gioielli in argento che fanno parte della dote.

Boswellia sacra
Boswellia sacra

Spostandosi un po’ più a sud si arriva nel Dhofar, al confine con lo Yemen.
In questa regione, bagnata dal monsone, cresce la Boswellia sacra, la pianta dell’incenso, dalla cui corteccia viene estratta la preziosa resina.
Come un tempo, brucia in piccoli bracieri e sprigiona la sua fragranza nell’aria del souq di Salalah, dinanzi alle venditrici col volto coperto dal velo e gli occhi pesantemente truccati con il kajal.

Da qui partiva la “sacra via dei profumi” che, attraverso montagne e deserti, raggiungeva le sponde del Mediterraneo. 2400 km percorsi in due mesi, per portare merci ma anche cultura e leggende.
L’incenso veniva usato come medicinale e nella cosmesi, era indispensabile per le imbalsamazioni ma soprattutto nelle funzioni sacre.
Si narra che, durante i riti funebri della moglie Poppea, l’imperatore Nerone bruciò una quantità di incenso pari al fabbisogno di un anno della città di Roma!

Rub al Khali
Rub al Khali

Lasciato il Dhofar, ci si inoltra nel Rub al Khali, il “quarto vuoto”.
Un deserto che occupa quasi un quinto della penisola arabica, un autentico oceano di fuoco dove gli insediamenti umani sono rarissimi.
Qui il tempo sembra essersi fermato.
Il vento, signore incontrastato, modella incessantemente le dune che arrivano a superare i 300 metri di altezza.
Al tramonto, la sabbia si tinge di ocra, di arancio, di violetto.
Il silenzio è assoluto e il manto stellato brilla di una luce vivida.
I fuochi accesi disegnano ombre inquietanti mentre si intrecciano i racconti di epoche lontane.
Le fatiche quotidiane e le incertezze per il futuro vengono dimenticate per lasciare posto a un’ineffabile senso di pace e di libertà.

 

Anna Alberghina

 

 

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