Patagonia, 120 km a piedi tra vette leggendarie

Le coste occidentali della Terra del Fuoco si sgranano in numerose isole, tra le quali serpeggiano canali misteriosi, che vanno a perdersi laggiù, alla fine del mondo…
I marinai d’ogni latitudine assicurano che là, a un miglio da quel tragico promontorio, testimone dell’incessante duello tra i due più vasti oceani del mondo a Capo Horn, il Diavolo è rimasto ancorato a un paio di tonnellate di catene, che lui trascina facendo gemere i ceppi sul fondo del mare nelle orride notti di tempesta, quando le acque e le ombre oscure del cielo sembrano salire e scendere su quegli abissi. Fino a pochi anni fa, in quelle regioni si avventuravano soltanto audaci cacciatori di lontre e foche, genti di razze diverse, uomini rudi che avevano il cuore chiuso e stretto come i loro pugni. Alcuni sono rimasti incatenati a quelle isole per tutta la vita. Altri… arrivano ogni tanto in quelle terre inospitali, dove ben presto il vento e la neve scolpiscono la loro anima a colpi d’ascia, lasciandola dura ed affilata come una stalattite di ghiaccio… (Francisco Coloane, Capo Horn)

Dicembre, un solo volo di andata prenotato, zaino sulle spalle, inizia il viaggio…

Là, dall’estremità più a sud del continente, in fondo alla Patagonia, dove finisce la Terra del Fuoco, dove finisce il mondo. Battuta da venti violentissimi, Ushuaia si trova lungo un corridoio che unisce i due oceani ed è la capitale della Terra del Fuoco, un arcipelago quasi disabitato, porta d’accesso all’Antartide e al Polo Sud. Per la sua posizione le condizioni climatiche sono difficilissime: in inverno neve, vento e buio imperversano, il sole si alza alle 10 e tramonta alle 16. Ma in estate (dicembre/marzo) le giornate sono lunghissime e sarete rapiti dall’intensità dei colori: il rosa acceso del cielo che s’inabissa nel profondo blu del mare, il bianco delle vette innevate che si rispecchiano nei laghi azzurri, il verde delle foreste, il grigio plumbeo delle nuvole, l’alba che sembra il lento svelarsi del tramonto. Ad ogni tonalità corrisponde un improvviso mutare del tempo e in uno stesso giorno sarà molto facile imbattersi nelle quattro diverse stagioni!

Ushuaia già mi affascina non appena si sorvola la distesa infinita di isolotti, lagune, canali, bracci di mare, fiordi, cime e nevai. Dopo quasi due giorni sospesi tra le nuvole, come tocco il suolo mi accorgo di essere approdata in una terra speciale. L’aria è limpida, la temperatura rigida, sono quasi le 22 ma una luce dorata pervade l’atmosfera. Saranno i giorni più lunghi di questo viaggio, proprio al solstizio d’estate il 21 dicembre, quando il giorno non trova interruzione nella notte.

Oggi Ushuaia non è più meta per soli avventurieri, o coraggiosi naturalisti come Charles Darwin! Non è più una “terra inospitale”, troverete accoglienti e caldi alberghi; allegri B&B; ottimi ristoranti dove gustare le prelibatezze locali, come la divina “centolla” un granchio dalle dimensioni impressionanti e dalla polpa gustosissima e delicata; negozi di souvenir ricolmi di pinguini di tutte le dimensioni e materiali, peluche, ceramica, magnetini, per non parlare di accessori vari, T-shirt, abbigliamento super tecnico… e su tutto la frase che evoca mistero e suggestione “Ushuaia il mondo alla fine del mondo”.

È vero, chi non è mai stato attirato dall’idea di spingersi fino alla fine del mondo? Ma il fascino di Ushuaia si deve scoprire nei suoi angoli più nascosti, dove non arrivano le folle ma solo chi sa apprezzare i silenzi, la fatica per raggiungere dopo ore e ore di cammino luoghi solitari con paesaggi fiabeschi, o intere giornate di navigazione sfidando i venti impetuosi dell’ovest.

Inoltratevi a piedi nel Parco Nazionale della Terra del Fuoco, dove la foresta australe e le montagne innevate scivolano nel mare, raggiungete Baia Lapataia e troverete il cartello che segna l’inizio della strada n. 3 che dalla fine del mondo in 3079 km raggiunge a Buenos Aires e dopo 17.848 km l’Alaska. Navigate sul Canale di Beagle, circondati dalle vette che segnano la fine delle Ande, alla volta di isolette solitarie dove scoprire colonie di cormorani, leoni marini, fino a raggiungere la “pinguinera”, per stupirvi con la magia dei colori, la simpatia dei piccoli abitanti in frack e la pace di quelle spiagge.

Sulle strade della Patagonia

Da Ushuaia comincia il percorso attraverso l’immensità della Patagonia. Un cammino che mi conduce per 5400 km, dall’estremo lembo del pianeta con le sue coste frastagliate, risalendo verso nord in un continuo alternarsi di paesaggi mozzafiato, tra laghi, fiumi, steppe aride e sconfinate, e ancora montagne, boschi, ghiacciai. Per giorni e notti una natura mutevole e prepotente scorre dietro ai finestrini dei postali, miei unici mezzi di trasporto.

La Patagonia delle strade sterrate e polverose, senza fine, delle distese disabitate, neanche un abitante per chilometro quadrato, terra di miti, terra di libertà. La Patagonia immensa, come immensi erano i suoi indios, i Tehuelche, che per la loro statura imponente e per la loro forza, suscitarono da parte di Magellano l’esclamazione “Ah! Patagon!” ad indicare “che piedoni!”, riferito ai loro enormi mocassini. Questa, forse, una delle possibili origini del nome Patagonia, i cui orizzonti spaziano dall’Argentina al Cile.

Di emozione in emozione si giunge proprio allo Stretto di Magellano, che separa la Terra del Fuoco dal resto  dell’America del Sud. Mi imbarco sul traghetto ed eccomi in Cile.

Cile – Parco Nazionale Torres del Paine

Puerto Natales, piccola cittadina cilena sulle coste del Pacifico, è la base per l’organizzazione dei trekking sul massiccio del Paine. Sembra quasi irreale respirare l’aria dell’oceano, toccare le sue acque fredde ed impetuose e nello stesso tempo rimanere affascinati dalle creste appuntite e piene di neve che si stagliano sul mare. Eccitante l’idea di avventurarsi verso una delle mete più ambite dagli alpinisti di tutto il mondo: le Torri del Paine, maestose montagne con pareti di granito che s’innalzano per quasi 3000 metri sulla steppa patagonica. Tanto affascinanti quanto impossibili da scoprire per le difficilissime e mutevoli condizioni del tempo. I primi istanti nel Parco, appena all’ingresso, fanno presagire momenti indimenticabili e strabilianti… Le Torri si manifestano in tutta la loro imponenza e magia. Procedo in un susseguirsi di paesaggi e colori che rapiscono gli occhi e l’anima: fiumi, cascate, laghi blu incastonati nella steppa dorata, animali liberi ed amichevoli, come i numerosi guanachi che pascolano tranquilli. Zaino e tenda in spalla. Il cammino è faticoso, contrastato dalla violenza del vento della Patagonia, che soffia a 70/80 km/h. Le prime ombre calano verso le 22, giusto in tempo per l’arrivo al “Campamiento degli Italiani”.

Sarà una notte memorabile, quella di Natale: freddo glaciale, nella piccola tenda battuta da raffiche di vento e da una pioggia scrosciante. Il silenzio parla col rumore incessante del torrente e con il roboante rotolare delle valanghe, che si staccano dai ghiacciai sospesi sulle cime. Si apre un nuovo lunghissimo giorno. Il cielo è una coperta pesante di nuvole nere. Di nuovo in cammino, 4 ore sotto la pioggia e contro il vento senza tregua. Il percorso è ripido, fangoso, sassi e rocce sui cui è facile scivolare. Completamente bagnata e infreddolita nonostante goretex e mantella impermeabile! Il temuto vento patagonico influisce con la sua violenza sul “freddo psicologico”. Pur accumulando fatica e delusione, non si molla. Ormai quasi tutta la “Valle dei Francesi” è stata risalita, uscendo dal bosco si apre una enorme spianata, sferzata da raffiche furiose.

Apoteosi: un anfiteatro naturale circondato dalle guglie più spettacolari del massiccio. Le nuvole stanno lentamente diradandosi, per me una sola decisione: procedere al mirador. Il vento ha spazzato le nebbie, il sole premia la tenacia e la voglia di superare le difficoltà per amore della montagna: pareti granitiche si ergono nel cielo ormai di un azzurro cristallino. Cuernos, Torri, Cerro Catedral, Paine Grande: sotto le mitiche vette si celebra il Natale. Il terzo giorno si ritenta la fortuna. Conquistato l’altro belvedere, sul versante est, anfiteatro naturale con un lago alla base de Las Torres, la natura questa volta manifesta il suo incontrastato dominio: un muro di nebbia e una bufera di neve avvolgono anche il battito tumultuoso del cuore ed i miei pensieri.

Ritorno in Argentina al ghiacciaio Perito Moreno

Prosegue il viaggio sulle strade della Patagonia. Una sosta alla cittadina di El Calafate, nel cuore della pampa erbosa, ai piedi della Cordigliera delle Ande e del Lago Argentino. El Calfate è il nome di un arbusto con bacche nere, simile al mirtillo, tipico della zona. La leggenda dice che se ne mangiate il frutto… sicuramente ritornerete in Patagonia. Da qui in 50 km si raggiunge il Parco Nazionale dei Ghiacciai, Patrimonio dell’UNESCO. Tutti i ghiacciai del Parco sono delle propaggini del gigantesco Hielo Continental, l’enorme distesa di 500 km di ghiaccio tra Cile e Argentina. Meta obbligata: il ghiacciaio Perito Moreno. Lungo il tragitto l’autista indica la “curva del sospiro”. La risposta alla curiosità arriva subito dopo la curva! Un solo e profondo respiro di stupore, misto ad incredulità, esce dalle labbra: dalle acque del lago si erge per circa 60 metri in verticale una impressionante parete azzurra di ghiaccio, che abbraccia tutta la larghezza del lago per 5 km, perdendosi all’orizzonte, fino a ricongiungersi all’interno dopo 30 km allo Hielo Continental. È un ghiacciaio vivo, l’unico al mondo che non si ritira ma continua ad avanzare. Impossibile descrivere la sensazione che ti pervade, quando stai fermo per ore ed ore, ammutolito in contemplazione ed all’ascolto dei rumori, amplificati come la sua immensità: scricchiolii, lamenti, fragore dei blocchi che staccandosi all’improvviso precipitano nelle acque del lago.

Trekking al Cerro Torre e Fitz Roy

Tra i tanti, questo è forse il viaggio più bello, perché sognato fin da ragazza, ma soprattutto perché conduce attraverso un continuo altalenarsi di emozioni. Dopo 250 km di orizzonti piatti, improvviso si apre ai miei occhi uno sky-line fatto di guglie affilate e creste, che si stagliano contro il blu intenso, con i loro ghiacci scintillanti. Ecco in tutta la loro bellezza le cime leggendarie del Cerro Torre e del Fitz Roy, che sovrastano il piccolo paese di El Chalten. Qui non troverete le folle di turisti, ma un’atmosfera magica, perché magiche sono le montagne che dominano questo angolo di Patagonia. Il Cerro Torre e il Fitz Roy sono una sfida per i più validi alpinisti del mondo; le loro pareti di granito che si ergono per più di 2000 metri, le condizioni del tempo imprevedibili e quasi sempre drammatiche, la violenza del vento e i perenni lastroni di ghiaccio che le ricoprono, sono ostacoli a volte insormontabili, tanto da collocare queste montagne tra le più difficili della terra. Saranno tre giorni di trekking intensi, come intensi sono i paesaggi che mi tolgono il fiato: ghiacciai che precipitano nei laghi blu cobalto, cascate, foreste, lagune verde smeraldo, condor che planano nella libertà dell’infinito. E le sconvolgenti pareti verticali, Fitz Roy e Cerro Torre, come un “Grido di Pietra”, scolpite nella mia memoria.

Sulla Ruta 40 verso Bariloche

La Patagonia della Ruta 40 con il suo terribile “ripio”, pietrisco che squarcia le gomme e rallenta la già lunga e difficile marcia alla volta di Bariloche, circa 1500 km a nord, nel nulla polveroso.
Due giorni interi di viaggio a bordo di bus locali, una sosta ogni tre o quattro ore, per le necessità fisiologiche o per rifocillarsi nelle solitarie estancias, posti di ristoro obbligati, i soli, a centinaia di km l’uno dall’altro.
Dopo tanta solitudine, nella steppa deserta e arida, il ritorno alla meraviglia di una natura sorprendente.
A Bariloche laghi, montagne, chalet di legno, foreste di pini… e negozi ricolmi di cioccolato.
Siamo nella regione dei Sette Laghi, nel Parco Nazionale del lago Nahuel Huapi, ai piedi delle Ande. Dalla cima del Cerro Campanario si domina l’infinita distesa di acque e boschi, inserita tra i primi sette panorami più belli del mondo, una vera “Valle Incantata”:

Da Bariloche fino all’Oceano Atlantico nella Penisola Valdes

In una notte attraverso in bus tutta l’Argentina e raggiungo l’ultima meta, sulle coste dell’Oceano Atlantico.
I grandi scrittori di viaggi, Sepulveda, Chatwin, avevano evocato terre suggestive, creando nei giovani una irresistibile voglia di spingersi fino alla fine del mondo! Ed ora il mio indimenticabile viaggio è arrivato alla fine, dove si apre la porta della Patagonia: la Penisola Valdes.

Santuario delle balene e delle orche, di animali quasi in via di estinzione, che qui hanno trovato la loro ultima speranza di sopravvivenza. L’uomo è quasi un intruso in questo mondo dedicato alla libertà di animali meravigliosi, alcuni curiosi e originali! Anche la Penisola Valdes, oggi Riserva Naturale Integrale, è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio Naturale dell’Umanità. Un luogo dove si possono incontrare guanaco e nandù, armadilli e lepri, ma soprattutto popolato da affollatissime colonie di leoni marini, elefanti di mare e naturalmente simpaticissimi ed inimitabili pinguini di Magellano… che a 200 km più a sud, nella pinguinera di Punta Tombo, raggiungono una popolazione di oltre un milione di esemplari!

 

La Patagonia, questa terra dalla natura possente, dagli spazi infiniti, dal vento irruente mi ha conquistata.
La mia avventura si conclude a Buenos Aires… la prossima volta vi racconterò del “suo pensiero triste che si balla!

Donatella Catteruccia. La sua passione è viaggiare, entrando in contatto diretto con popoli, culture e tradizioni totalmente differenti dall’Occidente. Al suo attivo numerose esperienze alpinistiche in Himalaya e una serie di avventurosi viaggi in Cina, India, Nepal, Pakistan e Tibet. Nell’estate del 1998 ripercorre la Via della Seta in mountain bike: tre mesi di viaggio, 5000 chilometri e 7 passi oltre i 5000 metri dal Pakistan a Kathmandu, in Nepal. Nel 2011 ha partecipato come giornalista embedded alla missione italiana in Libano.

Articoli di Donatella Catteruccia: In bici lungo la Via della Seta

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