Saharawy, i figli delle nuvole

La tenda di Alì sorge al limite del villaggio. Lo scopriamo al mattino, quando usciamo per andare “in bagno”. Il deserto è disseminato di casupole e tende che paiono cadute a caso sulla sabbia di questo luogo piatto, ampissimo, giallo come è tutto qui, a perdita d’occhio.

012Il villaggio di El Aioun è composto da sette centri di circa 7000 persone ciascuno che vivono in minuscole casette di mattoni di sabbia cotti al sole.
Ogni famiglia possiede una costruzione per l’inverno, quando le temperature scendono verso lo zero, una tenda che va meglio d’estate quando si raggiungono i 50/60 gradi e poi un cubicolo con una turca e un secchio pieno d’acqua che funge da sciacquone.

Sulla soglia di ogni abitazione, un pannello solare, una batteria dell’auto, una parabolica: il necessario per accendere un neon nelle tende la sera e per riuscire ad avere notizie dal mondo con una radio.
Qui non si possono caricare cellulari, né batterie delle macchine fotografiche, non si usano rasoi elettrici, nessun elettrodomestico. E qui non c’è nessun lavandino né doccia. L’acqua è portata dalle cisterne che arrivano da Tindouf e scaricano nelle taniche di lamiera che il tempo ha arrugginito. Una gomma porta l’acqua in prossimità delle abitazioni, ma tutto viene centellinato. Per fortuna il clima così secco e ventoso permette di adattarsi facilmente. A 20 minuti dal villaggio esiste un pozzo che pesca a 150 metri di profondità acqua salata. È lo scherzo che il deserto fa a questo popolo che abitava sul mare. Grazie a un desalinatore donato dalla provincia di Roma si può utilizzare quest’acqua per tentare di coltivare piante medicinali di cui i vecchi sanno ancora servirsi per guarire molte malattie.

023Ci accorgiamo presto che molte cose sono simboliche per i saharawegni. In primis i colori della bandiera: il verde indica la loro terra che si affaccia al mare più pescoso dell’atlantico e El-Aioun, Dakhla, El-Argob erano i nomi delle città costiere in cui essi risiedevano, il nero è l’oppressione subita per l’invasione avvenuta 35 anni fa, il rosso è il sangue versato da molti di loro, il bianco è la pace che desiderano e in cui sperano. Se il loro sogno si avvererà, se riusciranno un giorno a tornare nelle città di un tempo, il verde che ora sta in basso, occuperà posto in alto nella bandiera.

Breve storia del Saharawy
Come è accaduto a tutti gli altri stati africani, durante la Conferenza di Berlino del 1885 il Sahara Occidentale viene assegnato a una potenza europea: la Spagna.
Nel 1957 vengono scoperti enormi giacimenti di fosfati nella zona settentrionale della colonia che acquista molto interesse economico da parte di varie potenze.
Nel 1965 l’ONU sollecita la Spagna a lasciare il dominio coloniale e a organizzare un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawy, ma la situazione resta immutata per un altro decennio.
Nel 1970 il popolo Saharawy organizza una grande manifestazione contro il colonialismo che viene repressa nel sangue. Tre anni dopo nasce il FRONTE POLISARIO, il movimento di liberazione Saharawegno.
Tra il 1974 e il 1975 finalmente la Spagna decide per il referendum, ma il Marocco e la Mauritania annunciano un’opposizione con qualunque mezzo e vista la forte pressione dei due Stati vicini, la Spagna rinuncia all’idea.

043Nell’autunno del ’75 il Marocco annuncia una marcia di 350.000 uomini volontari verso nuove terre da coltivare: la marcia verde che dovrebbe essere pacifica, in realtà si rivela una vera e propria invasione delle regioni in cui vivono i Saharawy. La Spagna cede l’amministrazione del nord del paese al Marocco e il sud alla Mauritania in cambio di favori economici. Così, mentre l’esercito e i civili spagnoli si ritirano dal Sahara Occidentale, il fronte marocchino e quello mauritano entrano nella regione per prenderne possesso.
Per i Saharawegny si aprono due possibilità: restare sotto questi nuovi dominatori, oppure scegliere l’esodo verso l’unico sbocco possibile: l’Algeria. Colonne di fuggiaschi partono dalle terre invase verso quello Stato. Alcuni si fermano ancora nel Sahara Occidentale, dentro i propri confini, e organizzano i primi campi profughi, ma nel 1976 il Marocco li bombarda con napalm e fosforo.
Il Fronte Polisario e il Consiglio Nazionale del Saharawy velocemente concludono i trasferimenti dei saharawegni a sud di Tindouf, in Algeria, nel deserto di pietra, luogo ostile e difficile dove vengono costruiti gli accampamenti per 300.000 profughi. Viene proclamata la R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi Democratica) che ottiene il riconoscimento da parte di più di 70 Paesi.
Nel Sahara Occidentale il Fronte Polisario inizia una dura guerriglia di resistenza. Nel 1979 la Mauritania ritira le proprie truppe, ma il territorio viene subito occupato dal Marocco con l’appoggio di Spagna, Francia e Stati Uniti.

089Nell’80 il Fronte libera diversi zone dall’occupazione del Marocco che risponde edificando una muraglia fortificata, minata ed elettrificata lunga 2.500 chilometri in cui racchiude i territori occupati. A ovest del muro, nella zona costiera del Sahara occidentale inizia una massiccia colonizzazione: molte famiglie marocchine sono invitate a trasferirsi in queste zone in cambio di agevolazioni sociali e fiscali. Fuori dal muro la guerra continua. Nel 1991 l’Onu riesce a imporre il cessate il fuoco e l’organizzazione di un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawy. Ancora una volta però il Marocco boicotta in ogni modo la preparazione del referendum, continuando le azioni militari e affermando l’obbligatorietà di includere tra i votanti i coloni marocchini. Così la consultazione viene rimandata e ancora oggi, a distanza di 22 anni, nulla è accaduto.
L’annessione del Sahara Occidentale da parte del Marocco continua a non essere riconosciuta dalle Nazioni Unite.

Per approfondire: “Saharawi Donna” – R. Chiostrini e S. Alemanno – EMI
http://it.peacereporter.net/mappamondo/paese/50

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Le fotografie 9788874028016gsono tratte dal libro
Saharawi. I figli delle nuvole
di Giovanni Cappello
Effatà Editrice

Raccontare un popolo dimenticato è un impegno inderogabile per chi, come noi, ha conosciuto volti e storie che resistono con dignità al vento del deserto, all’arsura delle estati torride del Sahara, alla “saudade” per la propria terra affacciata sul mare e mai più rivista da oltre 35 anni.
Dopo due viaggi nei campi profughi Saharawi abbiamo scelto di documentare la vita di questo popolo e farla conoscere al mondo. Speriamo in questo modo di dar voce e visibilità a chi lotta e resiste ad un’ingiustizia assurda che si perpetua da decenni.
Chi acquista e diffonde questo libro contribuisce anche a dare continuità ai progetti d’aiuto che ReCoSol (comunisolidali.orge Fondo di Solidarietà di Racconigi (fondosol.it) portano avanti per le famiglie più povere del Saharawi.
Nel 2011 abbiamo acquistato 75 cisterne per l’acqua.
Nel 2013 intendiamo comprare 100 pecore per assicurare il latte ai bambini.
Con questo libro ci aiuti a realizzare questi sogni.

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Viaggiatori in poltrona 2013-2014

Sportidea1

 

 

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