San, gli ultimi Boscimani del Kalahari

I San, conosciuti anche come Basarwa o col termine dispregiativo di Bushmen (letteralmente uomini della boscaglia), sono i più antichi abitanti del deserto del Kalahari, l’immensa distesa di sabbie e arbusti compresa tra Sud Africa, Namibia e Botswana.

Insediamento San
Insediamento San

San, nella lingua dei Khoikhoi (volgarmente conosciuti come Ottentotti), significa “senza bestiame“, cioè povero, costretto a vivere dei frutti della caccia e della raccolta. E per estensione, agli occhi di un pastore, il “diverso”, estraneo e incivile, in un mondo dove la vacca è tutto. I San chiamano se stessi semplicemente tu, le persone: genti completamente diverse da tutti gli altri gruppi etnici dell’Africa Meridionale.
Infatti, i San non hanno alcuna relazione con i popoli di origine bantu, ma discendono direttamente dai primi uomini dell’età della pietra. Abitano il Kalahari da circa 20.000 anni e sono un popolo nomade, di cacciatori-raccoglitori, che non addomesticano animali né coltivano la terra. Nel corso dei millenni hanno sviluppato straordinarie capacità di adattamento e possiedono impressionanti conoscenze sulla flora e sulla fauna dell’ambiente in cui vivono, grazie alle quali sono riusciti a sopravvivere in uno dei territori più inospitali del pianeta.

I vari gruppi, organizzati in piccoli clan familiari di una ventina di individui, si incontrano solo nelle occasioni speciali, come i matrimoni o per lo scambio di doni e notizie. Nel clan non esiste un capo, né forma di autorità politica permanente e riconosciuta. Le dispute sono risolte dopo lunghe discussioni collettive dove ognuno è libero di esprimere il proprio parere. Il ruolo di leader viene assunto, solo occasionalmente, dai più anziani o da chi ha sviluppato particolari abilità.

Partenza per la caccia
Partenza per la caccia

I San sono eccellenti cacciatori, in grado di riconoscere le orme di tutti gli animali, stabilendone l’età, il sesso, le condizioni di salute e persino le intenzioni! Hanno inventato trappole ingegnose, ma la loro tecnica preferita è la caccia con arco e frecce avvelenate con il succo estratto dal tronco dell’euforbia e da larve di particolari specie di coleotteri con l’aggiunta di veleno di serpente o di millepiedi.
Le potenti tossine contenute in questa mistura letale non uccidono però immediatamente le prede e a volte è necessario inseguirle per giorni. Anche per questo la caccia è necessariamente un gioco di squadra.
L’uomo che ha colpito e ucciso l’animale ne distribuirà la carne a tutto il gruppo e a coloro che si aggiungeranno in seguito per partecipare al festino.
Le donne hanno, per lo più, il ruolo di raccoglitrici in quanto conoscono ogni specie di fungo, bulbo, bacca o frutto commestibile presente nel deserto.

Petroglifi di Twyfelfontein
Petroglifi a Twyfelfontein

Dei San sono famosi i petroglifi che, lungi dall’essere una semplice espressione artistica, hanno in realtà un più profondo significato religioso e simbolico. Quando un artista-sciamano dipinge un’antilope eland (uno dei più imponenti erbivori della boscaglia), non intende solo raffigurare didatticamente l’animale, ma sottolineare la sua sacralità, onde liberarne l’essenza spirituale e aprire così agli uomini le porte del mondo soprannaturale.
Straordinarie espressioni di questa “rock art” si possono ammirare in tutto il Kalahari, come a Twyfelfontein in Namibia, nei Monti Drakensberg in Sud Africa, e nelle Matopo Hills in Zinbabwe.

I San venerano un Dio supremo, circondato da divinità minori e dagli spiriti degli antenati.
“Kaggen”, l’entità suprema, si manifesta sotto l’aspetto della mantide religiosa ma anche dell’eland, della lepre, del serpente, dell’avvoltoio e può nascondersi sotto le sembianze di una persona qualunque.

Giovane San
Giovane San

La vita dei San è segnata da tappe fondamentali: la prima caccia di un ragazzo, il raggiungimento della pubertà delle fanciulle, il matrimonio e le danze rituali. A queste ultime, celebrate con la funzione di curare le malattie o di evocare la pioggia, partecipa tutto il gruppo ma è solitamente lo sciamano a cadere in uno stato di trance che gli consentirà di comunicare con gli spiriti.

L’arrivo delle popolazioni Bantù e Khoikhoi, ma soprattutto l’irruzione nel mondo dei San degli agricoltori boeri, segnarono l’inizio della loro decimazione. Perseguitati, considerati a malapena esseri umani, furono cacciati alla stregua di bestie feroci e sospinti verso terre sempre più periferiche e inospitali.

Ancora oggi i vari governi dell’Africa meridionale stanno, di fatto, tentando di distruggere la loro cultura attraverso la sedentarizzazione forzata, come avviene nelle periferie della città di Ghanzi, al confine tra Namibia e Botswana, e in altri luoghi del Kalahari.
Lo scopo apparente è far partecipare i San al benessere e ai comfort occidentali, liberandoli dalla schiavitù di una vita primitiva, in verità le sedentarizzazioni, più o meno forzate, mirano ad escludere i San dalla loro terra per consentire alle grandi multinazionali minerarie di sfruttare le risorse naturali del Kalahari.
Il risultato, se lo si vuol vedere, è sotto gli occhi di tutti: ormai gran parte dei San hanno abbandonato lo stile di vita tradizionale, costretti a svolgere lavori umili e sotto pagati, scivolando sempre più nell’alcolismo, nella prostituzione e nella violenza. Durante la guerra in Angola, i San residenti in Sud Africa, grazie alla loro abilità di tracciatori, sono stati addirittura utilizzati per mappare i campi minati e per rintracciare bracconieri, fuorilegge e guerriglieri.

Solo poche centinaia di Boscimani seguono oggi lo stile di vita tradizionale. Una vita dura, difficile, ben lontana da ciò che per noi Occidentali è l’intramontabile mito del “buon selvaggio”. In realtà lo stile di vita degli ultimi San cacciatori-raccoglitori è una lotta quotidiana per la sopravvivenza, in un habitat ostile dove la vita media raggiunge appena i 35 anni.

A Deception Valley, nel Kalahari centrale, vive una piccola comunità san che ancora conserva l’antico bagaglio di conoscenze.
Kuta, un uomo di circa 40 anni, agile, di bassa statura, simile ad un elfo, mi accompagna nella boscaglia.
Indossa un gonnellino di pelle di antilope e collane fatte col guscio delle uova di struzzo.
Tutto ciò di cui necessita è racchiuso nella piccola borsa che porta a tracolla.

Kuta
Kuta, la nostra guida San

Kuta appartiene alla piccola tribù dei Naru e mi parla nel suo idioma, composto da sole 600 parole ma ben 20 diversi tipi di “ click”, gli schiocchi ottenuti con la lingua e le labbra, che rendono così strano e caratteristico il suono  della lingua san.
Lo capisco ugualmente grazie alla sua mimica buffa ed efficace.
Mi insegna a costruire una trappola per gli uccelli, mi spiega come trovare nel deserto grossi tuberi acquosi, come conservare l’acqua nelle uova di struzzo e come accendere il fuoco con due bastoncini ed un po’ d’erba secca.
Al tramonto, accanto al fuoco, si esibisce in una danza rituale.
Le caviglie sono avvolte in corregge di cuoio, ornate con bozzoli colmi di sassolini, che producono suoni ritmici.
Le donne cantano, battendo le mani e lunghe ombre disegnano sulla sabbia figure misteriose.
Danzando, Kuta imita le movenze degli animali e li ringrazia per essersi sacrificati con la morte, permettendo a tutti loro di vivere.

 

Anna Alberghina

 

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