Socotra, l’isola delle meraviglie

Shuab

Cielo profondo, senza nuvole. In quell’alba di luce fredda tutto appariva immobile, silenzioso.
Di fronte ai miei occhi, oltre una spiaggia di coralli sbriciolati, non c’era altro che mare: una tavola blu scuro, liscia come una lastra di vetro.
Paesaggio essenziale, di quelli che entrano nelle ossa.

Spiagge del Noged
Spiagge del Noged

Accovacciato sulla stuoia, allungai lentamente la mano verso il bricco del tè. Un nuovo giorno era iniziato a Socotra, la più grande di una catena di isole che dal Corno d’Africa si prolunga entro il golfo di Aden.
Un paradiso per gli appassionati di botanica, che qui trovano una quantità inverosimile di piante endemiche, uniche al mondo.
E anche per i biologi marini, considerando la straordinaria ricchezza di pesci, crostacei e coralli che caratterizza le acque dell’arcipelago.
E tutti gli altri, i turisti per diletto? Quelli non si capisce bene cosa vogliano.
I primi, poche decine, arrivarono nel 1999, quando fu costruito l’aeroporto.
Prima di quella data Socotra era raggiungibile solo dai porti della penisola arabica, dopo un lungo viaggio in mare. Nave mercantile s’intende.
E non nel periodo dei monsoni, da maggio a settembre: cinque mesi in cui l’oceano Indiano si trasforma in un gigantesco frullatore capace di fare a pezzi qualunque natante si avvicini troppo alla costa. Oggi le cose sono cambiate, ma non troppo.
Data la situazione instabile dello Yemen, cui Socotra appartiene, i visitatori stranieri continuano ad essere merce rara e le infrastrutture alberghiere brillano per la loro assenza.
A parte un paio di modesti hotel a Hadibo, la capitale, e qualche area per il campeggio sommariamente attrezzata, sull’isola non c’è nulla.
Beh, non proprio: dipende dai punti di vista. Intendiamoci: se cercate ristorantini tipici, occasioni di shopping e posti di ritrovo mondano è meglio che restiate a casa.
Al contrario, se vi interessa un’esperienza di full immersion nella natura e amate la vita selvaggia, allora Socotra fa al caso vostro.

In un territorio grande un po’ meno della metà della Corsica, la varietà di ambienti e paesaggi è a dir poco stupefacente.
Ma è soprattutto la rapidità con cui mutano le prospettive che colpisce: a mezzogiorno siete nel bel mezzo di un deserto di dune e mezz’ora dopo tra montagne dal profilo alpino, con picchi che superano i 1500 metri di quota.
Per poi scendere vertiginosamente verso il fondo di una gola, dove scorre un torrente dalle acque cristalline, e infine ritrovarvi su una spiaggia di sabbia candida come la neve.
Fantasie? No, semplice cronaca di una giornata di viaggio, poco più di trenta chilometri di percorso: un coast to coast, da sud a nord, attraverso l’altopiano di Dixam.

Adenium
Adenium

Già mezz’ora dopo la partenza, tutto era cambiato: temperatura, colori, vegetazione.
Dal finestrino, come in un film, vedevo sfilare tavolati di pietra grigiastra, profondamente erosi dal vento e dall’acqua.
E piante mai viste prima, dalle forme più bizzarre e inconsuete, ornate da una corona di fiori rosati: assomigliavano vagamente agli oleandri, ma erano Adenium, mi informarono.
Una delle 900 specie di piante endemiche che prosperano sull’isola, degno contorno alle assai più famose Boswellia e Dracaena, in parole povere, l’albero dell’incenso e il cosiddetto Sangue di Drago.
Avevo sentito parlare della famosa foresta di Dixam e volevo vederla con i miei occhi. Detto fatto.

Prendemmo a destra, lungo una strada sterrata che conduceva a un villaggio di case dalla forma squadrata. Poi proseguimmo a piedi fino a raggiungere un’enorme piattaforma di calcare, così piatta e liscia da sembrare opera artificiale.
Un avvoltoio egiziano ci guardò sospettoso, spostandosi goffamente con incedere da gallinaccio. Poi spiccò improvvisamente il volo: sospeso nell’aria tersa, ad ali spiegate, appariva bellissimo. Lo seguii con lo sguardo finche divenne un puntino nel cielo azzurro. E fu così che vidi l’abisso.
Come tagliato da un gran colpo d’ascia, l’altipiano sprofondava per centinaia di metri tra strapiombanti pareti di roccia viva.
Sul fondo del canyon, perennemente avvolto nell’ombra, s’intravedeva a tratti il corso di un fiume. Un po’ stordito, mi sedetti sull’orlo del precipizio.
L’esistenza del Wadi Dirhur mi era nota, ma non mi aspettavo nulla di simile.

Wadi Dirhur
Wadi Dirhur

Mentre meditavo sull’inadeguatezza delle brochure turistiche su Socotra, mi sentii tirare per la camicia: il seccatore era un ragazzino di circa otto anni, occhi brillanti e piglio deciso.
Mi tendeva una bustina di nylon piena di una polvere rosso scuro.
Tentai di fargli capire che non m’interessava: anzi, non sapevo neppure cosa fosse.
Mi guardò come si guarda un insetto, poi si rassegnò al fatto che aveva a che fare con uno sprovveduto: mi piazzò la misteriosa polverina sotto il naso e puntò l’indice verso le pendici delle montagne circostanti.
Erano coperte di strani alberi dalla chioma a ombrello rovesciato, come succede dopo un colpo di vento improvviso: la foresta di Sangue di Drago.
A dire il vero non era proprio una foresta, poiché tra una pianta e l’altra intercorrevano ampi spazi vuoti.
Come se i Sangue di Drago fossero piovuti dal cielo, conficcandosi qua e là nel suolo pietroso.
Cercai la nostra guida, ma era impegnato a salutare l’ennesimo amico incontrato per caso: grandi sorrisi e virile strofinio di nasi, come prescrive la tradizione.
Peccato, stavolta avrei fatto bella figura: sul Sangue di Drago ero preparato.
Sapevo che la resina scarlatta ricavata dal tronco, essiccata e ridotta in polvere, ha proprietà coagulanti e balsamiche.
Conoscevo le antiche leggende legate a questo strano mostro vegetale, che vagheggiano di elefanti, fratelli coltelli e ovviamente draghi.
E soprattutto ero conscio di trovarmi di fronte all’unica foresta di Dracaena cinnabari esistente al mondo.

Adenium
Adenium

Per quanto ancora non si sa, in quanto la specie è in progressivo declino.
Gli esemplari giovani sono quasi del tutto assenti, prova che il meccanismo di germinazione e crescita si è bloccato.
Colpa delle capre che divorano i germogli, dice qualcuno, oppure dei cambiamenti climatici.
Quale che sia la causa ha purtroppo poca importanza: ciò che conta è che, andando di questo passo, i Sangue di Drago di Socotra rischiano l’estinzione in tempi relativamente brevi.
In un accesso di estremismo ecologico, decisi di non comprare la polvere magica, anche se pare che il metodo di estrazione non danneggi l’albero in alcun modo.
Il bambino riuscì comunque a rifilarmi un sacchetto pieno di granuli d’incenso, a detta di tutti il migliore del mondo.
Con questo viatico profumato imboccammo la pista che precipitava verso il fondovalle, un’orrenda mulattiera con pendenze da capogiro.
L’autista, il volante stretto tra le mani, sembrava lottare per la vita e per la morte.

Wadi Dirhur, Pozze d'acqua dolce
Wadi Dirhur, Pozze d’acqua dolce

Infine giungemmo alle pozze del Wadi Dirhu, una serie di piscine naturali colme di acqua cristallina, circondate da massi levigati e da una profusione di arbusti fioriti.
Tutto sembrava disposto artificialmente, con armonia ed equilibrio, come in un giardino zen.
Una bella nuotata e un provvidenziale tè, forte e zuccherato, mi rimisero in sesto.
Quindi pranzo e seguente riposino, all’ombra di un imponente albero dell’incenso.
Gli aromi emanati dalla pianta miracolosa si spandevano tutto attorno nell’aria, addolcendo il ritmo del nostro respiro.
Persino il viaggio di ritorno, lungo quella strada infame, mi parve magnifico.

Al tramonto giungemmo in vista del mare.
Dall’alto la costa appariva come una linea bianca senza fine, scintillante sotto il sole: sulle mappe, la Spiaggia delle Tartarughe, che qui approdano a migliaia ogni anno per deporre le uova, proprio quando il monsone è al massimo della sua potenza.
Cioè da giugno a luglio. Ma quando esattamente? Forse nel Mese del Respiro di Vacca, mi chiedevo? E quale sarà il Mese del Granchio?
L’antico calendario usato a Socotra, che comprendeva ventiquattro mesi di tredici giorni, mi sembrava assai più adatto del nostro per calcolare i tempi della natura: una finissima scansione del tempo, basata su ritmi misteriosi e arcani, ormai caduta in disuso.
Se volevo saperne di più, mi dissero, sarei dovuto tornare nell’interno, dove le antiche tradizioni erano ancora solide, e interrogare i vecchi.
Sfortunatamente il mio calendario era molto più grezzo, tristemente tarato su un biglietto aereo di andata e ritorno.

Qalansiyah
Qalansiyah

I giorni volavano e Socotra sembrava sempre più grande. Non si poteva far tutto.
Così il mattino seguente partimmo per Qalansiyah, un grosso villaggio di pescatori situato sulla punta occidentale dell’isola: edifici di pietra grigia, vicoli sterrati, qualche negozio di generi alimentari e poco altro.
Un luogo anonimo, polveroso, come se ne vedono tanti.
Poi girammo a destra, inerpicandoci sull’orlo di una bassa collina di ghiaia, e ci apparve la laguna di Detwa: una distesa di acque color turchese, dai confini evanescenti, plasmati dall’andirivieni delle maree.
Un’esile lingua di sabbia corallina la separava dall’oceano. Un vero colpo al cuore.
Nessuno di noi disse una parola: nel silenzio totale raggiungemmo il campo per dedicarci alle usuali occupazioni, come fossimo in un posto qualunque e non nel paradiso terrestre.

In preda ad uno strano senso di disagio, tirai fuori dalla borsa la carta geografica dell’isola: il profilo della costa settentrionale era fitto di nomi che indicavano villaggi, golfi, promontori.
Di Hamri, Shuab, Di Lisha, Erher, Momi: posti interessanti, tutti da vedere.
Eppure nessun luogo mi attirava: dopo Detwa, pensavo, poche cose al mondo avrebbero potuto stupirmi. Mi sbagliavo, e di grosso.
Il giro in barca a Shuab, due ore di navigazione da Qalansiyah, mi regalò immagini di un mare ribollente di vita e un memorabile bagno tra i delfini.
A Di Hamri mi trovai a nuotare tra architetture di coralli e nubi di pesci colorati, così vicini da poterli toccare.
E come dimenticare Di Lisha, con la sua ampia spiaggia sabbiosa, coperta di conchiglie morte?
O la lunga passeggiata tra le colline pietrose di Momi, in uno scenario ancestrale?

Erher
Erher

L’ultima notte la passammo a Erher, facendo campo in un boschetto di tamerici, tra dune alte come montagne. L’oceano Indiano rifletteva come uno specchio, la luce di miliardi di stelle.
Nessuna differenza tra acqua e cielo, né confine dettato da un qualsiasi orizzonte.
Quella sera non avevo cuore di andare a dormire: mi accomodai di fronte al fuoco e gettai sulle braci una manciata di granuli d’incenso, quasi fosse un rito.
Il profumo, delicato e pieno, mi avvolse come una nube.
Per un attimo ebbi la sensazione di essere al centro dell’universo. E Socotra era una nave, imprigionata nel gorgo del tempo col suo carico di piante, uomini e animali.
Dove andasse e perché, non m’interessava: ero a bordo, e ciò bastava.

Paolo Novaresio