A spasso con i Surma

Fine ottobre. La stagione dovrebbe essere ormai secca, ma da quando siamo atterrati in Etiopia continua a piovere a intermittenza (soprattutto se dobbiamo montare le tende).
E quindi il viaggio verso il paese dei Surma, ai confini con il Sudan meridionale, si trasforma in una prova di valentia per i due autisti: noi ci divertiamo molto, loro molto meno.
Ma quando come per magia compaiono sulla pista i primi rappresentanti di questo popolo, completamente isolato fino a pochi decenni fa, anche Kofi e Fei-Fei, concentrati sulla guida e momentaneamente refrattari alle lusinghe di madre natura, rimangono abbagliati.

Surma, Etiopia.Sembrano statue. Drappeggiati nella semplice coperta viola o verde-muschio che funge da vestito, armati di lance, archi con frecce e kalashnikov spesso senza proiettili (costano troppo), sono alti, sottili, color dell’ebano e hanno un sorriso meraviglioso che quando si apre, dopo un primo momento di comprensibile diffidenza, li illumina tutti.
I due giorni di permanenza nel loro territorio saranno come una sospensione fatata dell’esistenza.

Accompagnati da una guardia armata (discretissimo quasi-bambino che non ci lascia un istante, ma che se non lo invitiamo è capace di rimanere a boccheggiare nel Toyota quando ci fermiamo per un caffè) visitiamo i loro villaggi, la scuola, la casa degli insegnanti e il capoluogo della zona (Tulgit) dappertutto guidati dai loro bimbi curiosi, che ci prendono per mano e cantano filastrocche insieme a noi.

Surma, Etiopia.Peccato che le fanciulle più graziose siano convinte che la loro bellezza risulterà irresistibile se si presentano con uno sgargiante fiore in bocca (che rischia di distogliere i nostri sguardi dalle raffinate pitture corporee) e peccato che molte donne (ma niente in questo consesso è obbligatorio) reputino elemento di maliarda venustà l’enorme piattello labiale di cui pervicacemente si fregiano.

Un capitolo a parte merita il nostro accampamento. Ospitati con grande cortesia nel prato che circonda il posto di guardia locale (affollato di un discreto numero di giovanotti, perché le tensioni, in queste remote zone del pianeta, sono sempre in agguato), sistemiamo le nostre tende sotto gli occhi divertiti di tutti i bambini del villaggio e ci prepariamo a rimetterci in forze sbranando i manicaretti del nostro talentuoso cuoco.
Come per incanto compare una miniatura di Surma, un frugoletto guerriero che, in piedi vicino al capotavola, vigila armato di lancia e segue attentissimo tutti i preparativi della cena per poi scomparire silenzioso come un felino nell’oscurità della notte.

Al momento della chiacchiera intorno al fuoco, rito conciliatorio del giusto riposo, l’ultima sera si scatena un vero e proprio nubifragio, spettacolo grandioso e terribile che costringe tutti a rifugiarsi sotto una sottilissima pensilina che fa da bordura a una impenetrabile costruzione in legno.
E così concludiamo la serata passandoci bottiglie di liquidi ristoratori ed esorcizzando sia la paura che un’alluvione improvvisa blocchi le piste per il rientro.

Scopriremo alla partenza che nella casupola misteriosa era detenuto in ceppi un ragazzo del posto, reo di aver fatto a botte con altri compagni di bisbocce e che per tutto il tempo della nostra permanenza il nostro buon cuoco lo aveva rifocillato di nascosto con gli avanzi (e che avanzi!) della cena.

Partiamo la mattina dopo di buon’ora, terrorizzati dall’idea che i fiumi in piena ci impediscano il rientro.
Rimango con la sensazione che se volessi nascondermi dal mondo “civile” e far scomparire le mie tracce per sempre, questo sarebbe il posto ideale.

Paola Borelli

Fotografie di Daniela Pognant Viù

Paola Borelli. Laurea in Scienze Biologiche, dopo vent’anni di lavoro in laboratorio mi occupo di Rischio Clinico in Direzione Sanitaria.
Purtroppo ho cominciato a viaggiare relativamente tardi, ma adesso non smetto più e sono curiosa di tutto. I primi viaggi erano incentrati soprattutto nel campo del volontariato socio-sanitario, ma poco per volta ho scoperto che viaggiare per scopi ludici è altrettanto bello che farlo per scopi “umanitari” e con minor danno per la popolazione locale…
Grosso handicap: nonostante vari tentativi non riesco ad imparare l’inglese! Ultima considerazione: conosco molto poco l’Italia, e un pò me ne vergogno, ma mi giustifico da sola pensando che me la sto tenendo preziosa per quando il fisico comincerà seriamente a reclamare.