Nel cuore del grande sud della Tanzania

Tanzania del Sud, Fiume Rufiji (Selous Game Reserve)

Che fine ha fatto l’Africa? Spariti gli animali selvaggi, le grandi pianure assolate, le capanne di paglia dai tetti appuntiti. Spariti anche i profumi, i rumori, le voci. Il porto di Kigoma è ormai un ricordo sbiadito, ingoiato dal silenzio e dalla luce. Tanta luce, un chiarore abbagliante, insostenibile.

La nave avanza lentamente, la prua diretta a sud: solo il sommesso ronzio dei motori e l’impercettibile rollio dello scafo testimoniano che ci stiamo davvero muovendo. Alla nostra sinistra la Tanzania, alla destra il Congo: prospettive di foreste e catene di montagne che si chiamano Mahale, Mugila, Marungu. Sono i confini della Rift Valley, la grande frattura tettonica che taglia l’Africa dal Mar Rosso al Mozambico. In questa fossa immane, formatasi milioni di anni fa, giace il lago Tanganyka: lungo 670 chilometri e largo una cinquantina, è a pieno merito uno dei più grandi invasi naturali del mondo. In aggiunta, la sua profondità è prossima ai 1500 metri, superata solo da quella del lago Bajkal in Siberia.

Crepuscolo sulla prua della motonave Liemba
Motonave Liemba

Sospesa su questo abisso liquido, la motonave Liemba naviga instancabile da circa un secolo. Punto di partenza Kigoma, Tanzania; punto d’arrivo Mpulungu, unico scalo dello Zambia. Avanti e indietro, andata e ritorno sulla stessa rotta, carica di gente e merci di ogni tipo. Ma soprattutto di storie. La Liemba è in realtà una nave da guerra: col nome di Graft von Goetzen fu costruita in Germania nel 1913 e portata pezzo a pezzo per ferrovia fino a Kigoma. Rimontata e varata in loco, ben armata di mitraglie e cannoni, fu l’incubo delle truppe alleate per un buon paio d’anni. Poi, prima che la guerra finisse, i Tedeschi decisero di affondarla: in vista di un futuro recupero scelsero un fondale basso e rivestirono i motori con uno spesso strato di grasso. Agli Inglesi, che la ritrovarono circa un decennio dopo, bastò dare una pulita, ribattezzarla con un nome meno compromettente e rimettere in moto i meccanismi ben oliati. La Liemba riprese così servizio come nulla fosse e tutt’oggi fa il suo onesto lavoro per il governo della Tanzania. Senza aver mai subito neppure l’ombra di un restauro.

Seduto sul castello di prua, tra sacchi pieni di pesce secco, caschi di banane e involti dai contenuti inconfessabili, contemplo la superficie piatta del lago con la certezza di essere in buone mani. Opinione condivisa da tutti gli abitanti di Kigoma, che del glorioso battello vantano di conoscere ogni dettaglio. Anzi, la Liemba è uno dei due grandi argomenti di conversazione con il visitatore straniero. L’altro riguarda ovviamente Livingstone che proprio qui, nel fatidico 10 novembre del 1871, ebbe il famoso incontro con Stanley. Che a dire il vero avvenne a Ujiji, poco lontano dall’odierna Kigoma e allora centro di torbidi traffici d’avorio e schiavi. Un piccolo museo e un cippo in pietra, con la sagoma dell’Africa ben in vista, ricordano per sempre ai posteri l’evento più famoso della storia dell’esplorazione africana.

Famiglia di scimpanzé nel Gombe National Park
Famiglia di scimpanzé nel Gombe National Park

Ma Livingstone e le sue gesta sono solo un ricordo, la Liemba è una realtà. E le sue pur rugginose lamiere appaiono rassicuranti, soprattutto se paragonate alle piroghe in legno, sempre stracariche, che percorrono il lago in lungo e in largo. Gusci di noce, se il Tanganyka decide di far la voce grossa. Come ieri pomeriggio, proprio mentre tornavo da Gombe. Era una splendida giornata di sole, poi di colpo si è levato il vento e nel giro di una mezz’ora, il cielo è diventato nero come la pece. Dai monti del Congo giungeva un continuo e cupo rimbombo di tuoni. Tre ore d’inferno, sballottato tra onde sempre più minacciose, in cui non faceva altro che venirmi in mente il volto severo del dottor Livingstone, che oltretutto a Gombe non ci andò mai, troppo occupato a cercare le sorgenti del Nilo nel posto sbagliato. Un incubo, ma almeno ho visto gli scimpanzé, e da vicino: una famiglia intera, intenti ai loro affari e assolutamente indifferenti alla mia presenza. I piccoli (verrebbe da dire i bambini) giocavano tra loro, mentre gli adulti passavano il tempo a strigliarsi il pelo, piluccando ogni tanto le foglie di una liana. Il Parco Nazionale di Gombe è uno dei pochi luoghi dell’Africa, dove è possibile entrare in contatto ravvicinato con questi primati, nostri parenti strettissimi. La riserva è raggiungibile solo in barca o a piedi, lungo un disagevole sentiero nella foresta. Gombe è un luogo remoto, ma non lontano da Kigoma. Anzi, rispetto ai misteriosi monti Mahale, dove vivono in isolamento totale le più nutrite colonie di scimpanzé del lago Tanganyka, è praticamente dietro l’uscio di casa.

Carico e scarico di merci e passeggeri durante una delle innumerevoli soste della motonave Liemba
Carico e scarico di merci e passeggeri

La Liemba si ferma a Mahale, una delle innumerevoli soste lungo il percorso, ma in mancanza di moli e strutture d’attracco si tiene prudentemente ben distante dalla terraferma. Sono gli abitanti dei villaggi costieri che provvedono al trasbordo a terra di cose e passeggeri. Ogni volta lo stesso rituale: l’assordante suono della sirena, lo stridore delle catene che fanno scendere l’ancora e infine l’assalto. L’arrivo alla baia di Kirando è pura epica piratesca: dalla spiaggia, un nugolo di imbarcazioni di ogni tipo si lancia verso la nave tra le urla ritmate dei rematori. Ed è subito abbordaggio. In un caos frenetico passano di mano ceste di frutta, taniche piene di olio di palma, polli vivi dagli occhi terrorizzati e decine di balle di dagaa, le cosiddette sardine del lago Tanganyka, convenientemente essiccate e dirette in Zambia. Tra i rottami più disparati, intravedo passare una bicicletta nuova di zecca, mentre mani protese afferrano amorevolmente un bambino in fasce. C’è chi sale e chi scende, calandosi lungo le murate grigio ferro o tuffandosi direttamente in acqua. Il capitano, un omone grande e grosso con camicia a scacchi, occhiali da sole a specchio e un cappello da cow-boy, sorveglia le operazioni di carico e scarico. A un suo cenno la nave riparte all’improvviso, incurante di chi si attarda a bordo. La Liemba ha orari che vanno rispettati, non c’è spazio per l’african time.

Ben presto Kirando scompare all’orizzonte e il paesaggio ritorna bidimensionale: cielo e acqua, apparentemente all’infinito. Così sarà per tre giorni e due notti. Tramonti di porpora e notti indimenticabili senza luna, illuminate da miliardi di stelle. Sulla superficie nero inchiostro del lago. altre luci, più tremule: sono le lampade a petrolio dei pescatori, fiammelle nell’ombra che rivelano visi sorridenti, attenti a scrutare l’acqua scura nella speranza di una pesca miracolosa. Poi altri villaggi, altre foreste, altre montagne, in una prospettiva che si rinnova senza sosta fino a Kazanga, ultimo scalo della Liemba in Tanzania.

God’s Bridge, un arco naturale formato da una colata lavica solidificata sopra il fiume Kiwira
God’s Bridge, il ponte naturale sul fiume Kiwira

È quasi l’alba. Fine della crociera, bisogna scendere: al porto mi attende un’auto col motore e i fari accesi che mi porterà a Mbeya e nel cuore del grande sud della Tanzania. Non prima però di aver fatto un salto alle vicine cascate del fiume Kalambo, che precipita per ben 215 metri in una stretta gola dalle pareti coperte di vegetazione lussureggiante. Strano luogo le Kalambo Falls, solitario, di una bellezza che inquieta. Come tutto del resto, in questo lembo di Africa sconosciuto ai più e pieno di sorprese. Che dire del God’s Bridge, il ponte naturale sul fiume Kiwira, formato da una colata di lava sospesa sul vuoto? O del lago Ngosi, incastonato in un cratere vulcanico da manuale e abitato, si narra, da schiere di spiriti? Di aspetto quasi soprannaturale sono anche le gole di Isimila, nei pressi di Iringa, un labirinto di torri di arenaria scolpite dall’acqua e dal vento.

All’inventario manca però qualcosa, di cui finora ho solo avvertito la silenziosa presenza, nel folto delle fitte boscaglie che bordano come una muraglia, i lati della strada: gli animali selvatici. Il loro regno è a soli cento chilometri da Iringa e si chiama Parco Nazionale di Ruaha, 25000 chilometri quadrati di natura incontaminata e selvaggia. Un regno incontrastato, poiché dalle colline e dalle pianure del Ruaha, gli uomini sono sempre stati respinti. Tutto merito della mosca tse-tse, portatrice della malattia del sonno (o tripanosomiasi), letale per le vacche e per tutti gli altri animali domestici a quattro zampe. Fortunatamente il parassita mal si adatta al nostro organismo e le probabilità di contrarre il morbo sono praticamente nulle. Gran fortuna, se non fosse che le mosche tse-tse mordono per puro piacere qualunque essere a sangue caldo si trovino davanti. Turisti compresi, a giudicare dalla costellazione di ponfi rossastri che già mi decorano braccia e gambe. “Poi ci si abitua” sogghigna John, che ha l’aria di saperla lunga. Buon autista John, se solo imparasse a tacere. Nel frattempo, tra un sobbalzo e l’altro, sempre inseguiti da uno sciame di mosche affamate, siamo arrivati sulle sponde del fiume Ruaha.

Ippopotami nella Selous Game Reserve
Ippopotami nella Selous Game Reserve

Acque limacciose, ingombre di tronchi d’albero morti, coperti di uno strato di fanghiglia imbiancata dal sole equatoriale. O così almeno mi sembra, poi pian piano metto a fuoco il quadro, incredulo: i tronchi hanno una testa, due occhi e pure i denti. Coccodrilli, sono tutti coccodrilli: tanti che non riesco neppure a contarli, ammassati gli uni sugli altri, a strati. Mai vista una cosa simile, in nessun lago, corso d’acqua o parco nazionale dell’Africa. A Ruaha pare sia normale. Quanto incontrare branchi di centinaia di elefanti e bufali, mandrie sterminate di gazzelle, antilopi rare come la roana e l’ippotrago nero. Di conseguenza i predatori abbondano: iene, leopardi, ghepardi, licaoni e ovviamente leoni a iosa. Tornando verso il campo, prima che tramonti il sole, ne incontriamo un intero branco: colti in flagrante sulla scena del crimine, manco ci guardano, occupati a fare a pezzi metodicamente una giraffa uccisa da poco. Delle tse-tse resta solo un vago ricordo, un soffuso ronzio nelle orecchie. Ci si abitua, aveva ragione John. Ma non glielo dirò mai. E neppure gli dirò della sottile malinconia che mi ha colto stasera, all’idea di dover abbandonare Ruaha e le sue meraviglie di carne, unghie e piume. John mi avrebbe risposto qualcosa tipo: “Sciocchezze, non sai cosa ti aspetta al Selous”, come si direbbe per consolare un bimbo privato senza motivo della meritata fetta di torta. E avrebbe avuto di nuovo ragione, accidenti a lui.

Masai a guardia del lussuoso campo tendato Impala River Camp all’interno della Selous Game Reserve
Masai di guardia all’interno della Selous Game Reserve

La cosiddetta game reserve del Selous non è un parco nazionale, è un universo a sé stante. È l’Africa dei libri di viaggi, immensa, impenetrabile. Le cifre parlano da sole: estensione dell’area protetta 50000 chilometri quadrati, più o meno come la Svizzera; popolazione residente, zero; sviluppo della rete stradale, 300 miglia a dir tanto, percorribili solo con mezzi adatti e durante la stagione secca, da giugno a novembre. A completare il quadro, 2000 turisti l’anno: una miseria, e per di più concentrati in una zona estremamente ristretta. Il resto del Selous è un cuore di tenebra dove pochi hanno messo piede. Non stupisce che nel parco ci siano più elefanti di quanti ne contano il Kenya, l’Etiopia e l’Uganda messi insieme. Né che l’ultima grande popolazione di licaoni del continente vaghi tra queste boscaglie senza fine, che dalle rive del Rufiji dilagano verso il sud. Risalire il corso del fiume, che dopo la confluenza col Ruaha si espande in una moltitudine di laghi e laghetti, collegati tra loro da un reticolo di canali, è un’esperienza unica al mondo. Di fronte ai miei occhi sfila lentamente, come in un film, tutta la grande fauna africana.

Gli animali sono dappertutto, ovunque si volga lo sguardo, in cielo in terra e in ogni luogo. Siamo letteralmente assediati. Più di una volta l’esile barca di alluminio deve fermarsi per cedere il passo agli ippopotami, padroni assoluti di quelle acque. Bestioni enormi, in grado di affondare facilmente un natante ben più robusto di questo. Il rischio di subire una carica è bassissimo, mi dicono, a patto di non fare errori e capire cosa gira nella testa di un animale di tre tonnellate e per di più dotato di pessimo carattere. D’altra parte, considerando la densità di coccodrilli presenti nel Rufiji, di finire a mollo non se ne parla neanche. Ma non c’è tempo né voglia di preoccuparsi, i sensi sono tutti tesi a cogliere l’attimo: un’ombra furtiva tra la vegetazione, il guizzo di un pesce sfuggito agli artigli dell’aquila pescatrice, fruscii ed odori sconosciuti. Tutto è prezioso, irripetibile. E allo stesso tempo sfuggente, riluttante a essere incanalato nel solco della memoria ordinaria. Poco male: al Selous tornerò, questo è certo.

Paolo Novaresio

 

Immagini di Bruno Zanzottera (parallelozero.com)

Il viaggio descritto è stato realizzato grazie al sostegno di African Explorer www.africanexplorer.com, tour operator specializzato in viaggi nel continente africano.

 

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