Tra gli sciamani della Costa d’Avorio

Maschera Guro (Collezione Albertino-Alberghina)

Abidjan, Costa d’Avorio.

Siamo seduti al tavolo di un bar di Bingerville, nella parte est della città, un quartiere noto per essere abitato da adepti e sorciers, o stregoni se vi piace, dediti alla magia nera. Gli sguardi delle persone che s’incrociano per le strade, le occhiate dei vecchi seduti sono particolarmente intense, ostili, non per ragioni razziali ma a un livello più sottile e misterioso.
Arrivano le ordinazioni, la prima nocciolina e il primo sorso di birra finiscono con nonchalance sotto il tavolo.
“È un’offerta”, mi dice Christophe tra una chiamata ed un’altra sui suoi due telefonini.

Maschera Guro (Collezione Albertino-Alberghina)
Maschera Guro (Collezione Alberghina-Albertino)

Con Titta, la mia compagna, siamo in Costa d’Avorio per tenere dei corsi di Yoga spirituale, il che ci permette di condividere con gli allievi la vera radice della loro cultura.
Sanno che non siamo lì per giudicare o per rubare ma solo per scambiarci conoscenze. I nostri allievi aprono il cuore e raccontano, chiedono, si confrontano. E come per magia scompare la sovrastruttura occidentale e si manifesta l’essenza dell’Africa. Una conoscenza antica, misterica, negata ai non iniziati.
Decidiamo di partire il giorno dopo, facendo tappa in un piccolo villaggio incastonato tra la laguna e le piantagioni di caucciù, e da lì procedere verso nord alla volta di Bouaké e quindi di Korhogo, dove sono stati organizzati dei corsi della nostra scuola. Abu, il nostro anfitrione, ci comunica che saremo adottati dal villaggio e riceveremo il nostro nome africano.
La cerimonia è semplice, non certo una vera iniziazione, tuttavia da quel momento siamo un po’ meno “bianchi”.

La mattina seguente, con Abu alla guida e Nazario al suo fianco, imbocchiamo la strada per il Nord.
I nostri ospiti sono persone colte, professionisti affermati, ma mentre l’auto macina chilometri, si susseguono racconti di un’altra realtà, peraltro condivisa da tutti.
Ci lasciamo alle spalle la capitale Yamoussoukro con i suoi nuovi palazzi governativi costruiti dai cinesi, con manodopera cinese, in altre parole galeotti, ci viene spiegato.
Finalmente Bouaké. Chi ha organizzato il corso è il prefetto della città, che ci accoglie con molto calore.
Il est un sorcier”, ci dice Abu con un bel sorriso.
Gli allievi sono attentissimi, come raramente ne ho visti in occidente. Le domande che ci pongono sono diverse da quelle che siamo abituati a sentire da parte di un italiano, un russo o un australiano. Qui la “magia” è un affare serio: pervade tutta la realtà e su di essa s’incentra la vita quotidiana.
Un’unica cosa, non parlare mai di animismo, perché spesso ci si trova davanti a dei veri Musulmani o Cristiani, che nulla hanno a che spartire con quel tipo di cosiddetta cultura primitiva.

Riprendiamo la “superstrada”, ingombra di camion con carichi al limite dell’incredibile.
A un tratto la strada è priva di asfalto per una ventina di metri; pochi chilometri ancora e a una curva troviamo altri cinquanta metri di asfalto mancante.
“ Come mai questi tratti di sterrato?”,  domando.
“Oh! È il passaggio degli stregoni, non possono abbandonare il contatto con la terra”, mi risponde Nazario in modo serafico.
“Certo!”, rispondo altrettanto serafico.

A Korhogo gli allievi ci aspettano in una palestra di Taekwondo, una ventina di persone che per otto ore filate seguono il nostro corso senza distrarsi, senza muoversi anche quando al tramonto le zanzare decidono di fare cena.
Due allievi in particolare legano con noi: sono forgerons, fabbri e di conseguenza stregoni, e dalla loro bocca vengono fuori parole di conoscenza profonda della natura e  del modo di farsela alleata. Narrano storie, ci coinvolgono in un’atmosfera sospesa, si aprono squarci su quell’altro mondo che la nostra cultura ci ha insegnato a rifiutare.

Il mattino ci rimettiamo in strada: ad Abidjan ci aspetta l’ultimo corso prima del ritorno, ma i nostri amici decidono una deviazione per raggiungere Katiola, una cittadina in cui vi è un albergo disegnato da un doganiere.
“Perché ci fermiamo in quest’albergo?”, chiedo a Nazario.
“Dobbiamo fare un lavoro…”, dice con un sorriso disarmante, “In quest’albergo si riuniscono di tanto in tanto i più potenti stregoni africani, questo posto è conosciuto come la cuisine de sorciers…”. Nazario ci guarda negli occhi.
“Vedi, qui non c’è mare, non c’è lago, non c’è fiume… ma Loro arrivano in battello”, e scoppia a ridere.
Entriamo nell’hotel e cominciamo il nostro “lavoro”.

La via del ritorno è punteggiata da episodi bizzarri. Non si esce indenni dall’incontro con l’altra Africa.
Il più innocuo avviene quando Titta si accorge di non avere più il vetro dell’orologio. Nonostante le maniche lunghe e le molte ore passate senza badarci funziona perfettamente evidentemente le lancette non si sono mai impigliate in nulla.
“L’avrai perso da poco”, diciamo mentre toglie l’orologio dal polso.
Il dettaglio simpatico è che ritroveremo il vetro il giorno dopo sul fondo della valigia, sotto gli abiti che non avevamo toccato.
Al corso ci sono novanta allievi. Tre giorni intensi ricchi di scambi profondi.
“Lo sai che almeno settanta sono sorciers”, ci dice Abu accompagnandoci all’aeroporto.
Ci salutiamo. Ringraziamo e siamo ringraziati per il lavoro fatto per l’Africa, stringendoci la mano sinistra senza guardarci.
“In questo modo siamo costretti a ritrovarci”, dice lo splendido Abu.

All’imbarco la hostess ci ferma. “I vostri posti servono a una signora con tre figli. Vi dispiace accomodarvi in business class?”.
Non ci tiriamo certo indietro quando possiamo fare un favore a qualcuno.
L’ultimo regalo dall’Africa che stiamo lasciando.

Gian Carlo Gellona

 

Collezione Alberghina-Albertino (www.africantribalart.it) – Per gentile concessione

 

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