Un giorno a Chiloé

Castro, Chiloé (Cile)
Castro, Chiloé

Il viaggio si svolge in Cile tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005: un’esplorazione (solitaria) che mi porta in auto, aereo e nave a scoprire la costa pacifica di questo paese strettissimo e lunghissimo, dagli spazi immensi, i colori tropicali e l’eredità spagnola, inframmezzata de una stranissima architettura a forte impronta tedesco-bavarese.
Dalla capitale Santiago, sospesa tra la voglia di democrazia e i fantasmi del terribile passato (con una biografia di Pinochet fresca di stampa e nelle vetrine delle maggiori librerie), il viaggio prosegue verso sud toccando Balmaceda e la regione dei ghiacciai, la regione dei vulcani, l’Isola di Chiloé, Punta Arenas (sulle tracce di Chatwin), la colonia di pinguini di Magellano sull’omonimo stretto, il quasi disabitato Puerto Natal e infine le vette dolomitiche del parco nazionale di Torres del Paines.
Poi, risalendo verso la pampa in auto, tra branchi di lama e fattorie lontane da Dio e dagli uomini, l’itinerario piega verso nord per un tuffo nei fantastici vigneti che circondano Valparaiso, concludendo la mia voglia di fuga nella casa di vacanze di Pablo Neruda.
Mi consolo: la sua struggente poesia “Quien Muere”, stigmatizzazione della rinuncia a vivere pienamente, non può certo dirsi dedicata a me (http://www.acharia.org/oraciones/quien_muere.htm).

Un giorno a Chiloé

Il mio bottino è lì, steso sul letto del mio hotel a Castro. Fuori continua a piovere, incessantemente, ma almeno sono tornata di buon umore! Dunque: un cardigan di maglia fucsia, un gilet verde bottiglia, una gonna sempre fucsia con bordura simil-presine anni ’70 giallo-verde e, dulcis in fundo, un tubino verde mela in tricot di lana, con maniche traforate e tralcio di fiori viola ricamato sul davanti. Almodovar non avrebbe saputo inventare di meglio per uno dei suoi mitici e assurdi film.

Iniziamo con ordine. Sono venuta a Chiloé per colpa di Marcela Serrano e dei suoi racconti di donne in crisi e amicizie femminili: storie tristissime (che però spesso si concludono bene), ambientate in Cile intorno agli anni Ottanta. Storie che mi hanno tenuto compagnia per un breve periodo della mia vita. E come sempre mi capita, quando m’imbatto in qualcosa o qualcuno che mi piace, vado fino in fondo a seguirne le tracce. Così eccomi qui, a Chiloé, ultimo baluardo dell’impero spagnolo in Sudamerica, che si unì solo nel 1826 al Cile indipendente ormai da otto anni. Il suo nome significa “luogo dei chelles” (gabbiani bianchi con la testa nera). È un’isola silenziosa e battuta dal vento, nell’omonimo arcipelago nel sud del Cile, in pieno oceano Pacifico.
Chiloé incarna il mito del luogo intatto, preservato dagli eccessi della civiltà: solo natura e duro lavoro dell’uomo, piccoli villaggi di pescatori su palafitte coloratissime e chiese in legno costruite dai Gesuiti… in breve, un’Arcadia rediviva! Inevitabile visitare Chiloé, mi dicevo, mentre da Santiago viaggiavo verso sud e lo Stretto di Magellano.

Puerto Varas - La Baviera australe
Puerto Varas – La Baviera australe

Tutto comincia a Puerto Varas, dove incontro la mia guida-autista: Pilar. Un’allegra e piacente signora sui cinquantacinque anni, ciarliera e sorridente, moglie di un sottufficiale dell’aviazione, due figli ventenni: facciamo subito amicizia. Puerto Varas è nella cosiddetta Regione dei Vulcani: un pezzetto di Baviera trasposta ai Tropici, colori brillanti e forti, cieli bassi e luci radenti che contrastano con l’architettura da Hansel e Gretel e l’onnipresente profumo di strüdel appena sfornati, un luogo incantevole! Pilar mi mostra gli stupendi alberi di araucaria che caratterizzano la regione (importati dai Tedeschi a fine ‘800 quando emigrarono in Cile) e cespugli di ginestre gialle enormi. Non osa farmi domande dirette, ma inizia una lenta – e di certo involontaria – piccola guerra psicologica: “Que raro viajar sin alguno… yo sin mi marido y mis hijos, no hago nada… pero que triste estar soltera en lugares tan bonitos”… ovvero: è così insolito viaggiare da soli… io senza mio marito e i miei figli non faccio nulla… che triste esser sola in luoghi così belli. E avanti così per tutto il percorso, dalle 10 del mattino in poi. Unica variante sul tema: “Chiloé porqué te vayas allà? Los estanjeros nunca la van visitando… y tu, que vas buscando allà?” (Perchè vai a Chiloé? Nessun straniero va mai a visitarla… e tu, che stai cercando laggiù?)

Araucaria
Araucaria

A un certo punto, stanca di sentirle decantare la bellezza dei viaggi in compagnia e la dolcezza della vita familiare, infrango una delle mie regole auree di discrezione e le dichiaro il mio stato civile: “soy viuda”, le dico, sono vedova, senza fare alcuno sforzo per consolare le sue involontarie e ripetute gaffe. A quel punto, Pilar si sente in dovere di cambiare registro e inizia a parlarmi di una sua cliente inglese che, l’anno prima, aveva incontrato un affascinante argentino durante un viaggio in Sud-America, e che aveva iniziato una bella relazione.

Guardo Pilar e non so se ridere o piangere: sì, in effetti, un legame sentimentale tra Torino ed il Sudamerica è proprio quel che mi serve, giusto per rendere la mia vita più complessa di quanto non lo sia già! Bueno, infine arriviamo a Chiloé: piove e, come Pilar si affretta a dirmi, qui piove sempre, per almeno 300 giorni l’anno. Magnifico! Cosa farò qui tre giorni e due notti, tutta sola? Inizio a sentire un filo di tristezza di fondo, ma la ignoro: forse avrei dovuto scrivere a Marcela Serrano, prima di partire, per chiederle conferma di questa enorme suggestione su Chiloé, ma ormai è troppo tardi. Facciamo un giro per Castro, la capitale dell’isola, se così si può definire un villaggione con un solo hotel, tre ristoranti, un caffè, una bella Chiesa di legno – una  delle oltre 200 per cui è famosa Chiloé –  tanto da essere dichiarata patrimonio dell’Unesco nel 2000.

Castro, Chiloé - Palafitte
Castro, Chiloé – Palafitte

Ed ecco le mitiche e stupende palafitte coloratissime costruite dai pescatori che, nei secoli passati, si dedicavano anche alla pesca alla balena: in effetti, sono molto suggestive e meritavano la deviazione! Continua a piovere, ed io capisco che devo cambiare subito piani, prima che sia troppo tardi: concordo con Pilar che venga a riprendermi l’indomani pomeriggio, tanto un giorno e mezzo posso resistere da sola a Chiloé, no?! Pilar parte, io inizio a girovagare: prendo un bus e faccio il giro dell’isola. E piove, continua a piovere. Il tempo è pessimo, raffiche di vento e mare grosso, in giro non c‘è nessuno.  Anche rifugiarsi in un bar, ultima speranza, si rivela impossibile: quello di Castro è l’unico dell’isola. Non mi resta che tornare in città. Mi sento un po’ osservata (sarà la mia immaginazione?) dai pochi locali, uomini bruni e taciturni, senza nessun tratto somatico caratteristico (le popolazioni originarie, chonos, huilliches e cuncos si sono mischiate con gli spagnoli, arrivati qui nel 1539). Sento riecheggiare nella mia mente le parole di Pilar: certo che viaggiare sola… oddio, ci siamo: la tristezza si sta trasformando in disagio esistenziale, ci manca Chatwin ed il suo famoso “Che ci faccio qui?” Se continuo così vado in depressione, devo inventarmi qualcosa. Forza, andiamo alla scoperta di Castro! Il destino mi viene in soccorso: scopro un negozio graziosissimo, gestito da due donne, madre e figlia, che producono capi d’abbigliamento usando la lana locale. Tutto fatto rigorosamente a mano ai ferri e all’uncinetto, con colori brillanti e quasi inverosimili, probabilmente per sdrammatizzare il grigio permanente del clima. E così, “folgorata sulla via di Damasco” entro e rimango l’intero pomeriggio da loro: provo tutte le collezioni, chiacchieriamo sull’Europa, mi specchio, mentre loro esclamano ad ogni prova: “Te queda fatal”! Ogni abito, anche il più inverosimile, sembra fatto apposta per me.

Eh sì, il bottino di ieri è qui davanti a me. Tra poco Pilar verrà a recuperarmi, ed io potrò raccontarle che Chiloé non è così terribile, che le scoperte arrivano quando meno te l’aspetti e che, in fondo, non è così male viaggiare da soli….

Chiloé

E poi, il mio viaggio continua: la Patagonia mi aspetta!

Luisa Piazza

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