Uno specchio del Marocco e delle sue genti

Quando si parte per un nuovo viaggio sono due i bagagli che ci si porta con sé, entrambi ugualmente importanti. Il primo è ovviamente di natura materiale: tutto ciò che serve, magari ridotto all’essenziale, per potersi muovere sul campo senza intoppi. Il secondo è il bagaglio culturale: quell’insieme di notizie lette e acquisite dai testi specializzati, dai racconti di conoscenti e dall’interazione diretta o indiretta con persone provenienti dai luoghi che si andranno a visitare.

Nel mio caso, il Marocco. L’idea era vedere, capire e documentare con le immagini un paese distante poche ore di volo dall’Italia, sorgente continua di migrazione verso le nostre città e oggetto di molti e spesso ingiustificati pregiudizi.
L’esperienza vissuta in quel viaggio, se pur limitata a sole due settimane nella primavera del 2009, ha superato di gran lunga tutte le mie aspettative. Mi sono trovato di fronte un paese ricchissimo di testimonianze storiche e dalla natura estremamente varia. Il Marocco è un paese islamico che guarda con interesse all’occidente, con la vocazione dell’accoglienza e un turismo in forte evoluzione. Tradizione e modernità, nuovi stili di vita e antichi costumi, convivono senza contrasti troppo apparenti, nei villaggi come nelle grandi città. Il senso di appartenenza alla comunità, se pur differente secondo i luoghi e le culture locali, è tuttora vivo e forte.

In questo contesto, ho indirizzato la mia attenzione soprattutto alla gente, colta negli atti della vita quotidiana. In particolare, sono stato colpito dai sistemi di trasporto delle merci e dei beni materiali, indice del modo di vivere e del grado dei cambiamenti socioeconomici in atto nel paese. I bagagli degli Altri, insomma: spesso occasionali, a volte di lavoro, o estemporanei e adottati di volta in volta per rispondere a necessità e situazioni diverse, ma sempre originali, curiosi, lontanissimi dal nostro mondo. Pian piano, scatto dopo scatto, lungo il cammino, il quadro ha preso forma e sostanza.

Sulle montagne dell’Atlante, abitate da popolazioni berbere seminomadi, il trasporto dei generi di prima necessità è ancora fondato largamente sulla forza fisica di uomini e animali: asini e muli in primo luogo, indispensabili per muoversi lungo gli impervi sentieri montani che conducono ai pascoli e agli accampamenti. Ma ho visto anche donne con inverosimili fagotti di prodotti agricoli, foraggio e vettovaglie di ogni tipo, destinati alla vendita nei mercati locali e furgoni stracarichi di capre e pecore, nuovi mezzi della transumanza stagionale.

Nelle medine delle grandi città, lo scenario cambia. Lungo gli stretti vicoli dei suk, brulicanti di vita, continua da secoli lo svolgersi di infiniti traffici e affari, incurante del progresso che avanza. Ecco allora l’uomo che spinge il suo sgangherato carretto a due ruote, colmo degli oggetti più improbabili, dai sacchi di granaglie ai tappeti, dai rotoli di stoffa al frigorifero appena acquistato. E se il carico è troppo pesante riappare l’onnipresente somaro, affardellato di bisacce stracolme di merci, generi alimentari e ogni cosa immaginabile, dalle bombole di gas ai mattoni.

E poi, a sud, infine il Sahara, con le carovane di dromedari che si stagliano sullo sfondo ondulato delle immense dune di sabbia dai colori cangianti. Oggi il fardello delle carovaniere, un tempo spina dorsale del commercio transahariano, è costituito da borse e valigie dei turisti che affrontano l’emozione di una lenta cavalcata sulle dune.

Dalle montagne alla costa dell’Oceano Atlantico, dal deserto alle grandi città del Nord: immagini di un paese che cambia, in perenne movimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scarica l’ebook in formato pdf

Bruno Bostica
Uno specchio del Marocco e delle sue genti