Viaggio nell’Etiopia celeste

Labilela, Prete

L’Etiopia in dieci giorni? Chiunque sia dotato di un minimo di buon senso vi dirà che è impossibile. Infatti, lo è: date un’occhiata alla carta geografica, fate i conti delle distanze e capirete al volo il motivo.

villaggio nella regione di Lalibela
Villaggio nella regione di Labilela

L’Etiopia è immensa ed estremamente varia. Non sarà il mondo in un solo Paese, come altri si definiscono impunemente, ma poco ci manca. Le cose da vedere sono troppe e il rischio di fare un viaggio senza senso è più alto che altrove. Dice un proverbio locale: “Senza essere stato chiamato sei venuto, senza esserti saziato te ne sei andato. Hai sbagliato due volte”. Parole sante. Però il proverbio non parla di ingozzarsi, facendo indigestione di monumenti, popoli, paesaggi, animali selvatici, mercati “tipici” e alé, chi più ne ha più ne metta. Per oscuri motivi invece tutti i programmi turistici sull’Etiopia puntano alla quantità. Noi non faremo quest’errore. Concentreremo la nostra attenzione su un luogo ben preciso: l’Etiopia del Nord, imperiale e cristiana, e in particolare le regioni del Wollo e del Tigray. Andremo per chiese e monasteri. Tranquilli: non è una gita scolastica, né un noioso itinerario museale. Al contrario, è una full immersion nella vita. Quella vera, che non fa differenze tra sacro e profano. Quanto ai turisti, rassegnatevi: ormai sono ovunque. Noi però ne vedremo ben pochi.

Lalibela
Lalibela

Partiremo a novembre, quando le piogge sono terminate e il clima è più mite. Di venerdì, per essere precisi, così da essere il sabato sera a Lalibela. E la domenica mattina andremo a messa grande, come tutti i bravi bambini. A Lalibela ci sono le più spettacolari chiese d’Etiopia: monolitiche, scavate dalla roccia viva e collegate tra loro da una rete di passaggi sotterranei. Il complesso, edificato attorno al 1200 e tuttora in uso, ripete la topografia dell’antica Gerusalemme. Golgota e fiume Giordano compresi. Descrivere questo labirinto fisico e spirituale è inutile. Ogni aggettivo appare superfluo, inadeguato: se si ha un po’ di sale in zucca, viene spontaneo tacere. In solitudine. Peccato che sia pieno di gente, che si comporta come fosse a Gardaland. Meno la domenica mattina, ancor prima dell’alba, quando le chiese sono eccezionalmente aperte per le funzioni. A quell’ora, salvo i fedeli che cantano lodi al Signore, non c’è nessuno. E voi potrete godervi in santissima pace le bellezze di Lalibela.

Monti della Gheralta
Monti della Gheralta

Ora non vi resta che visitare i dintorni della città, ingiustamente poco o nulla noti: in un’ora e mezza di auto si raggiunge la chiesa affrescata di Genate Maryam, ma ci vogliono oltre tre ore di marcia per Makina Medhane Alem, situata su uno sperone roccioso a 3300 metri di quota. Il tetto di legno decorato e le raffigurazioni antropomorfe del sole e della luna valgono senza dubbio la fatica, ma sono gli orizzonti senza fine dell’altopiano a imprimersi nel cuore. Di turisti, ovviamente, neppure l’ombra. Meno che mai li troverete sui monti della Geralta e del Tembien, a nord-ovest di Mekele (la nostra Macallé), capitale del Tigray. Qui la faccenda si fa seria. La zona è remota, difficilmente accessibile e priva d’infrastrutture alberghiere: avete bisogno di un mezzo a quattro ruote motrici, di una tenda, di una guida che sappia il fatto suo e di una buona scorta di acqua potabile. Da Lalibela ad Abyi Adi, cuore del Tembien, ci sono oltre 200 chilometri di strada sterrata non proprio comoda. Peggio ancora sono le piste che conducono alla Geralta. In compenso il paesaggio è strabiliante. In questo caos di dirupi, canyon e picchi dalle pareti verticali si trovano le più belle chiese d’Etiopia, la maggior parte sconosciute ai più. Se ne contano circa cento. Alcune sembrano inarrivabili: sospese su strapiombi paurosi, richiedono capacità alpinistiche e nervi d’acciaio. Altre solo una dura ascesa lungo sentieri da capre. Come la basilica di Abba Yohanni, protesa sul vuoto e retta da otto colonne magnificamente decorate da bassorilievi. Tutti gli anni, a novembre (ebbene sì), è sede di una grande festa religiosa: informatevi sulla data esatta, mancarla sarebbe un peccato. Se soffrite di vertigini evitate invece la salita ad Abuna Yemata Guh, autentico nido d’aquila da cui si gode un panorama mozzafiato sulla Geralta. Meglio ripiegare su Maryam Korkor e Yohannes Meaquddi, letteralmente coperte di raffinate pitture. Oppure seguire lo stretto camino naturale che porta a Kidana Mehrat, luogo di visioni e mistici presentimenti. Qui è conservato un antico libro miniato su pergamena, che una volta aperto si trasforma in un enorme ventaglio. Su ogni sezione sono dipinte figure di santi e profeti, che sembrano fissarvi dritto negli occhi. Sguardi dall’Aldilà. Difficile restare indifferenti, difficile dimenticare. I tesori del Tigray si perpetuano nel ricordo, non hanno mai fine. Il vostro tempo invece scarseggia.

Santa Maria di Sion, Aksum
Aksum, Chiesa di Santa Maria di Sion

È tempo di partire per Adwa (vi ricorda qualcosa?) e Aksum: riecco i turisti, i venditori di souvenir e tutto quanto pensavate di avere per sempre abbandonato. Fregatevene, scegliete un’ora improbabile, e andate a vedere il Parco delle Stele. Non ve ne pentirete. Colossali, scolpite da un solo blocco di granito, le stele di Axum sono uno dei complessi monumentali più straordinari d’Africa. Alcune superano i trenta metri di altezza e pesano decine di tonnellate: nessuno saprà spiegarvi con certezza per quale motivo siano state erette, né il significato delle decorazioni e delle porte simboliche che ornano i lati squadrati dei monoliti. E in qual modo sono state trascinate fin lì dalle cave, distanti quattro chilometri? Gli archeologi farneticano di elefanti, rulli e leve, ma tutto è da dimostrare. Per gli Etiopi non ci sono dubbi: il trasporto non può che essere stato opera divina. Ovvio, poiché ad Aksum è conservata la mitica Arca dell’Alleanza. L’oggetto più sacro di tutti i tempi, in altre parole Dio in Terra, riposa in un’insignificante cappella presso la Chiesa di Santa Maria di Sion, sorvegliata a vista giorno e notte. Nessuno l’ha mai vista, non provateci neppure. Ne sareste inceneriti in un batter d’occhio. Quindi dimenticatevi Indiana Jones, saltate sul primo aereo per Addis Abeba e tornatevene a casa. In fretta e senza rimpianti: tanto, avete già deciso di tornare.

 

Paolo Novaresio

 

Immagini Donatella Olivero

 

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